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- osservatorio - italia - politica e società - 18-06-08 - n. 232
dal sito del PdCI
Diliberto smentisce “Il Corriere della Sera” del 2 giugno e rilancia la linea dell’Unità dei Comunisti
Su “ Il Corriere della Sera” dello scorso 2 giugno, all’interno di un articolo che commentava, tra l’altro, il mio viaggio a Cuba e in Venezuela, ed apparso mentre ero, appunto, ancora in viaggio, c’era anche un passaggio che così recitava : “guardiamo con interesse alla linea di Paolo Ferrero”. Con quel “guardiamo” “Il Corriere della Sera” voleva intendere noi del PdCI .
Poiché questo passaggio (come dirò, letteralmente inventato) su Paolo Ferrero è stato molto strumentalizzato e ha suscitato – e sta suscitando ancora, dopo molti giorni dalla sua uscita pubblica – equivoci e persino alcune critiche (nervose), rivolte a me e al mio Partito, dichiaro in modo sereno ma inequivocabile che non ho mai rilasciato tale affermazione, né al “Corriere della Sera” né ad altri. Dichiaro altresì che non è nel mio stile entrare nel dibattito congressuale di altri partiti, tanto meno nell’odierno dibattito congressuale del Prc, cui guardiamo, come noto, con la massima attenzione. Ribadisco solamente ciò che dovrebbe ormai essere ben conosciuto a tutti: il PdCI chiede a tutta Rifondazione Comunista, non solo a parti di essa, di unirsi in un unico e più forte Partito comunista, essendo venute meno le ragioni della divisione di dieci anni fa, nel quadro delle grandi e comuni difficoltà derivanti dalla sconfitta elettorale e di fronte all’esigenza di una battaglia comune contro il governo Berlusconi e il pericolo delle destre.
Mi pare che la nostra linea sia ben chiara e nulla abbia a che vedere con un nostro supposto sostegno all’una o l’altra delle componenti interne al Prc. E’ del tutto evidente che chi si impegna a diffondere o far apparire linee diverse dalla nostra linea ufficiale, tradisce la malcelata intenzione di attaccare proprio il progetto di unità dei comunisti.
Oliviero Diliberto
Segretario nazionale PdCI
da Contropiano
Il segretario del PdCI ci segnala un suo errore di valutazione sulla Rete dei Comunisti
Il Segretario del PdCI ci segnala un passaggio, nelle sue conclusioni al Comitato Centrale svoltosi lo scorso 7 - 8 giugno, nel quale rimedia ad una considerazione errata sulla Rete dei Comunisti.
Le conclusioni del segretario Oliviero Diliberto (Dal sito Internet de La Rinascita della Sinistra)
Pag. 2 …” …Approfitto, tuttavia, per rimediare ad un mio errore, facendo in tal senso sincera autocritica. Nelle conclusioni, allo scorso Comitato Centrale, avevo affermato che la Rete dei comunisti attaccava sul web noi e l’area dell’Ernesto. Non è vero. Semplicemente, ero stato informato male – sapete che io non “navigo” in rete… - e me ne scuso con quei compagni, con i quali vogliamo avere un rapporto serio e costruttivo.”…
Di seguito le conclusioni di O. Diliberto, Segretario del PdCI
Compagne, compagni, in questo mio intervento che chiude il dibattito intendo concentrarmi sul Documento Politico, per cercare di spiegare come io lo interpreto. Dico come lo interpreto, perché anche un testo molto più importante del nostro documento, come i Quattro Vangeli, da 2000 anni viene interpretato in modo diverso, a volte molto diverso. Tanto per semplificare lo stesso testo viene letto in un modo dal Cardinale Ratzinger e in un altro dalla Teologia delle Liberazione. Quindi come tutti i testi anche il nostro si presta a differenti interpretazioni.
Però, prima dell’esegesi testuale, c’è – appunto – il testo scritto. Un testo che, a mio giudizio, rappresenta un punto di equilibrio. Punto di equilibrio che evidentemente non è piaciuto per niente - ed è del tutto legittimo - ai compagni che presenteranno un documento alternativo, con un’altra linea e che, punto di equilibrio sempre, può piacere in percentuali diverse.
Al compagno Rizzo, così ci ha detto, piace al 70 per cento. Ma ho sentito anche qualcun altro sostenere che lo approva al 95 per cento. A me piace al 100 per cento, ma non perché mi piaccia tutto o perché lo avrei scritto esattamente così se fosse stato il mio documento personale. Mi piace al 100 per cento per una ragione eminentemente politica, perché, per dirla diversamente, tutto si tiene e provare a tirarlo da una parte e dall’altra con emendamenti di merito, di sostanza e di impianto, ebbene questo stravolgerebbe l’equilibrio.
Per quanto mi riguarda ritengo sia utile assumere una serie di sollecitazioni, ve ne sono molte e tutte utilissime, o, ancora, assumere cose ovvie e già nel nostro partito largamente acquisite. Sono invece per non accogliere emendamenti che potrebbero snaturare l’impianto del documento.
Ho l’impressione che noi corriamo due rischi simmetrici; il primo è di continuare come se niente fosse successo e cioè pensare che tutto sommato abbiamo questa nostra piccola creatura che è il Pdci, e che ci possiamo permettere di proseguire serenamente provando a raccattare qualche altro voto. Si tratta di una linea continuista.
Io vorrei che fosse chiaro a tutti che quello che è successo il 13 e il 14 di aprile e che poi è stato bissato quindici giorno dopo nei ballottaggi, è una di quelle cose che i nostri nipoti studieranno nei libri di storia e non può essere derubricato ad un incidente di percorso.
C’era una linea, era giusta, proseguiamo su quella linea? Non è possibile compagni! Perché è successo quello che è successo. Il congresso nasce dalla determinazione di voler modificare la linea. Se noi non assumiamo questo punto e lo interiorizziamo tutti, vuol dire che diamo per scontato che è sì grave, ma non tanto grave. Non è grave? E' l’inabissamento di Atlantide!
Però noi abbiamo anche un altro pericolo simmetrico e cioè di chi dice e pensa che il Pdci non serve più a niente e che dobbiamo fare un’altra cosa. Questo approccio è di due tipi diversi ed opposti: il Pdci non serve più a niente quindi o facciamo la costituente di sinistra, non più comunista (come vorrebbe Fava e anche una parte rilevante della stessa Rifondazione comunista) o facciamo una cosa ipercomunista “combattente”, chiusa dentro un bunker, una cosa che, secondo me, non serve assolutamente a niente, tanto meno serve alla classe lavoratrice.
Quello che noi, noi commissione che ha lavorato alla stesura del documento, vi proponiamo, è, non soltanto un punto di equilibrio tra sensibilità diverse, è – almeno questa è la mia radicatissima opinione - l’unica linea praticabile. E' cioè l’unica linea praticabile per i comunisti, che vogliono rimanere tali, ma vogliono essere utili ad un processo più grande.
Cosa è rimasto in campo a sinistra dopo il 13 e 14 di aprile? Bisogna rispondere a questa domanda guardando le cose per quello che sono.
C’è chi continua a vagheggiare l’unità della sinistra. Ho letto i documenti di Rifondazione. Vendola parla di costituente della sinistra. Ma con chi? Badate, il problema non è più Sinistra democratica o i Verdi, il problema di fondo è il rapporto con il Partito democratico, sennò ci prendiamo in giro. Fuori da qui, la gran parte dell’elettorato pensa che la sinistra in Italia sia rappresentata dal Partito democratico. Dirò di più, c’è una sorta di legittimazione reciproca tra Berlusconi e Veltroni. Ancora oggi Berlusconi ha sostenuto che sta “dialogando con la sinistra”, cioè con il Pd.
Guerrini diceva una cosa esatta quando sottolineava che la gran parte dei voti del Pd sono voti di sinistra; quelli che hanno votato Pd si autopercepiscono di sinistra, alcuni si proclamano addirittura comunisti. Nelle regioni rosse – penso all’Emilia – le Case del Popolo ci sono ancora, ci vanno le medesime persone che andavano - un po’ più giovani - a portare il materiale del Pci, poi hanno portato il materiale del Pds, poi quello dei Ds ed oggi il materiale del Pd. Sono militanti ed elettori che dicono “il partito”, come se fosse ancora la prosecuzione di una vecchia storia. Questa è la realtà, il resto – brutalmente – tra i comunisti e il Pd, non c’è.
Aggiungo: costituente di sinistra su quali basi programmatiche? Con quelli che hanno disertato la manifestazione del 20 ottobre? Che hanno plaudito al protocollo welfare fin dal primo momento? Con quelli che l’ultimo giorno d’aula alla Camera hanno votato a favore della missione in Afghanistan? La parola sinistra dobbiamo riempirla di contenuti, perché sennò è una parola vuota.
Noi avanziamo una proposta diversa e cioè vogliamo riaggregare, riunificare le due forze politiche rimaste in campo che ancora si chiamano comuniste, da lì provare ad attrarre tutti gli altri e le altre che si percepiscono ancora comunisti fuori dai due partiti maggiori (uso con cautela, viste le dimensioni, questo termine) e poi da lì muovere per provare a riaggregare tutto quello che è rimasto a sinistra.
Approfitto, tuttavia, per rimediare ad un mio errore, facendo in tal senso sincera autocritica. Nelle conclusioni, allo scorso Comitato Centrale, avevo affermato che la Rete dei comunisti attaccava sul web noi e l’area dell’Ernesto. Non è vero. Semplicemente, ero stato informato male – sapete che io non “navigo” in rete… - e me ne scuso con quei compagni, con i quali vogliamo avere un rapporto serio e costruttivo.
Torniamo a noi. Michelangelo Tripodi ha usato in commissione una espressione efficace: “Uniamo i comunisti, ma non basta”. Sono d’accordo, tuttavia intanto facciamo una cosa. Perché ha ragione il compagno Vacca quando dice “ma se non riusciamo ad unificare i comunisti come facciamo ad unificare tutta la sinistra?”.
Il punto, che secondo me nel documento è scritto egregiamente, è a cosa serve riunificare i comunisti. Serve perché così siamo un po’ più forti? Perché uniamo due debolezze? No, la mia opinione consolidata, e non da oggi, è che i comunisti servono nella misura in cui agiscono come partito organizzato dei lavoratori salariati, ne organizzano le lotte, praticano il conflitto di classe. Questo è il punto. E allora noi vorremmo provare a riunificare le due falci e martello perché sono i simboli del lavoro. Rifondazione non ci starà? La incalzeremo con la nostra proposta politica - naturalmente non dipende da noi, ma dalle dinamiche del loro congresso, chi vincerà, chi non vincerà e dovremmo incalzare tutta Rifondazione - non in una logica di autoconservazione dei comunisti asserragliati nel fortilizio, ma perché dobbiamo praticare quello che diciamo di essere, il partito dei lavoratori per la trasformazione generale della società.
Pochi giorni fa abbiamo distribuito 150 mila volantini nei luoghi di lavoro, davanti agli uffici della pubblica amministrazione. Lo abbiamo fatto e dobbiamo continuare a farlo proprio perché il nostro congresso non sia un parlarsi addosso. La centralità del luogo di lavoro come luogo del conflitto sociale, la centralità del lavoro come iniziativa politica dei comunisti: questa è la base fondamentale per riaggregare i comunisti in Italia.
Alternatività: su questo tema c’è stato un grande dibattito, molto allusivo e, dunque, anche molto elusivo secondo me, ma c’è stato ed io, a mia volta, non lo voglio eludere. Cosa vuol dire alternatività strategica al Pd, che io mi sento di sottoscrivere in pieno? E’ il fatto che il Pd in quanto tale - non solo Veltroni - propugna un modello di americanizzazione della politica e cioè un modello in cui due partiti simili, la destra e il Pd, si alternano al governo ma tengono come bussola, entrambi, due questioni fondamentali: il neoliberismo in economia e il rapporto indissolubile con gli Usa in politica estera.
Due punti fermi di entrambi che non vengono messi in discussione sia che governi l’uno sia che governi l’altro. Certo ci sono delle differenze e saremmo sciocchi a non vederle e a non sfruttarle per far scoppiare le contraddizioni, però questo è il senso dell’espressione “strategicamente alternativi”, perché il nostro modello del fare politica è esattamente l’opposto di quello americano.
Ma questo impedisce di fare alleanze con il Pd? Compagni, saremmo dei pazzi! Le alleanze si fanno, si devono fare e c’è scritto esplicitamente nel documento. Perché non c’è soltanto, come qualcuno giustamente dice, il pericolo della destra eversiva. La faccia di questo paese in 5 anni rischia di cambiare completamente: la presidente degli industriali ha parlato dei contratti individuali di lavoro; c’è poi la politica sull’immigrazione, agghiacciante; c’è il tema della sicurezza, non solo nei confronti degli immigrati; c’è il problema gravissimo del pubblico impiego, c’è una logica precisa, di classe, in qualche caso davvero di destra eversiva, contro la quale si deve fare argine con tutti quelli che ci stanno. Il Pd ci starà? Non lo so, il Pd per ora flirta con Berlusconi, ma noi dobbiamo proporglielo, chiederglielo, incalzarlo e dire che rispetto a questa destra non si possono fare accordi di sorta. O vogliamo lasciare il monopolio dell’opposizione a Di Pietro? Noi dobbiamo disvelare agli occhi dell’elettorato che ha votato Pd (e che noi vogliamo recuperare) che stanno facendo gli accordi con Berlusconi. Chiedere al Pd di fare insieme un’opposizione intransigente a Berlusconi è un modo di incalzarli. E’ una linea di attacco, non di arrendevolezza.
Ma poi c’è un altro livello di politica delle alleanze che è quello non nazionale. Dove il Pd governa, governa insieme a noi. E vorrei ricordare che il Pci, che a livello nazionale era all’opposizione anche per evidenti problemi di ordine internazionale, a livello locale, là dove poteva, faceva le giunte e faceva le giunte dove c’era la possibilità di fare maggioranze di sinistra. E' in contraddizione con il nostro impianto? Secondo me no, anzi.
L’alternatività sta nel ruolo dei comunisti, che in quanto tali propugnano una alternativa radicale. Ma attenti, questa è la prospettiva dei comunisti, ma non è quella da qui ai prossimi anni. Nei prossimi anni il tema non sarà come ovvio a tutti (spero…) “operare per il superamento del capitalismo”, come recitava un vecchio emendamento nel Pci, il tema sarà quello della sopravvivenza. Per sopravvivere dobbiamo fare una politica che sia credibile, cioè indicare delle cose realistiche, non il programma massimo. Due, tre questioni e su quelle due tre questioni contrattare con il Pd là dove si tratterà di fare politica di alleanze.
Dove non sarà possibile, facciamo come a Massa, ce lo ricordava il compagno Vivoli, dove abbiamo spaccato il Pd. Dove non si riesce a costruire alleanze si va da soli, non c’è da questo punto di vista un orientamento che valga sempre, l’orientamento è di metodo. Confronto, verifica della possibilità di un’alleanza su di un programma avanzato su alcune questioni, dopo di che si sceglie sui territori.
Devo dire che larghissimamente, fino adesso, non è stato fatto così, è stato fatto un accordo a prescindere. Ecco, nel documento si dice che non può essere più così. A me sembra un avanzamento importante, da assumere, da accogliere, da valutare positivamente e cioè: prima ci confrontiamo per valutare se è possibile fare un accordo e non il contrario, facciamo l’accordo poi vediamo il programma. E ciò deve valere ovunque. Né accordi a prescindere, né preclusioni all’accordo a prescindere. E’ la linea che proponiamo nel documento congressuale e che deve valere innanzi tutto per le prossime amministrative del 2009, nelle quali si voterà anche in città simbolo come Bologna.
E’ per noi una specie di rivoluzione copernicana. E’ la politica. Dobbiamo evitare che questa idea dell’unione tra comunisti diventi una faccenda tutta ideologica, priva della politica. Se non mettiamo in campo la politica, i programmi, le cose da fare, le risposte ai cittadini, dai territori fino al livello nazionale, i voti non tornano. E se non tornano i voti c’è la consunzione del progetto comunista, altro che tenere viva la questione comunista!
E allora io vi preannuncio che sugli emendamenti chiederò in primo luogo ai proponenti di ritirare alcuni emendamenti che secondo noi stravolgono il senso del documento, altrimenti chiederò al Comitato Centrale di votare contro tali emendamenti. Penso che il Comitato Centrale debba assumere invece quelli che sono degli aggiustamenti o delle integrazioni al documento.
Voglio fare un esempio concreto affinché non ci siano fraintendimenti: il documento rappresenta un equilibrio, se si presenta un emendamento in cui si dice che l’Arcobaleno non era una scelta necessitata e non si doveva fare, ciò stravolge l’impianto, colpisce uno dei punti su cui si è trovata la sintesi. Se viceversa ci sono degli emendamenti aggiustativi va bene.
Alla fine, comunque, nella migliore delle ipotesi, ci saranno due documenti. Uno sarà il documento che sarà votato, spero, dalla maggioranza del comitato centrale, l’altro sarà il documento di una parte dei compagni del comitato centrale. Ebbene sono documenti che hanno, devono avere, pari dignità.
E’ una anomalia, vorrei segnalarlo, perché in un partito che adotta il centralismo democratico teoricamente il documento è unico, a prescindere.
Però io credo che in un momento di questo genere, di tale eccezionalità, sia del tutto legittimo, giusto e persino utile che ci sia un altro documento con una linea diversa, chiaramente diversa.
Al congresso dovremmo decidere se mantenere o meno la logica del centralismo democratico. Io ho già detto che secondo me esso deve rimanere, perché induce ad un maggiore sforzo verso la sintesi, non cristallizza le posizioni. E dunque se così sarà, se il congresso dirà no alle correnti, tutte le “truppe” devono essere smobilitate perché c’è una cosa sola che non si può fare: permettere ad alcuni quello che non si permette ad altri. Tutti.
La natura di questo partito ci rende – e faceva bene Venier a ricordare il viaggio in America latina – diversi agli occhi dei nostri interlocutori internazionali, che sono tanti e sono importanti per mille ragioni. Siamo diversi ed interessanti sulla scena internazionale. Il giudizio che viene dato dai partiti comunisti e progressisti che governano aree vastissime e decisive del mondo su di noi è lusinghiero.
Noi abbiamo perso le elezioni, non abbiamo più il gruppo parlamentare e nonostante questo per la prima volta il governo cubano ci ha consegnato un messaggio per il governo italiano, per la prima volta sulla prima pagina del Granma c’era l’articolo sulla visita della delegazione del Pdci, la foto mia e di Venier. Ci hanno detto: gli interlocutori in Italia siete voi. E la stessa cosa si è ripetuta in Venezuela dove Chavez sta facendo una cosa gigantesca, la nazionalizzazione del petrolio e delle telecomunicazioni per via democratica. Siamo interlocutori credibili perché ci considerano un partito serio.
Ebbene io non vorrei dismettere questa cifra di serietà che ci fa apprezzare in un contesto internazionale che oggi è vitale, tanto più nella globalizzazione e nella interconnessione mondiale di tutto con tutti. Per continuare a trasmettere questa immagine occorre grande senso di responsabilità da parte di tutti. Serietà, coerenza, dialettica interna, liberissima, ma poi disciplina – nel senso migliore del termine, vorrei dire: autodisciplina – comunista.
Vorrei sommessamente aggiungere a coloro che parlano di frazionismo di maggioranza che io sono contrario al frazionismo di maggioranza e non l’ho mai praticato (era l’accusa che faceva negli ultimi anni Armando Cossutta ai nostri gruppi dirigenti). Non c’era e non c’è frazionismo di maggioranza, c’è la maggioranza. La maggioranza ha il dovere di cercare una sintesi, ma se la minoranza non lavora per trovare la sintesi, la maggioranza medesima ha il dovere di governare il partito: cercando la sintesi certo, ma ha il dovere di governare il partito. Questo è un principio di elementare democrazia.
L’unica cosa che posso assicurare al mio vecchio, carissimo amico Giovanni Bacciardi è che per quanto mi riguarda farò uno sforzo perché il centralismo sia sempre più democratico. Non credo che sia il tempo delle divisioni tra noi. Mi dispiace molto che ci sia un altro documento, ma non lo contrasterò con argomenti surrettizi. Starò alla politica e basta, con correttezza e con pacatezza, perché non si può trasformare la divisione politica in guerra di religione, in odio teologico.
Lavorerò in questo senso, nella convinzione che si possa svolgere un congresso libero e sereno e non escludo che alla fine – fatti tutti i congressi territoriali - la nostra assise nazionale possa essere unitaria. Vedremo se riusciremo a convincere le compagne ed i compagni che oggi sono su posizioni diverse. Il mio non è un appello finale, sapete che penso che gli appelli non servano a nulla. No, è la politica. Noi ci stiamo giocando l’osso del collo, carissime compagne e compagni.
In questo Comitato centrale discuteremo gli emendamenti. Discuteremo di un documento politico del quale resterà impresso il messaggio fondamentale: e cioè l’unità delle forze comuniste come premessa per l’unità più grande della sinistra. Questo è il messaggio che passerà. Tutto il resto, le singole parole, la modificazione di questa o quell’altra frase, l’inclusione di questa o quell’altra cosa, le sottili sfumature, interesseranno - e aggiungo pochissimo - solo ad alcuni dei presenti qui. Cerchiamo di guardare il mondo fuori dal bunker, perché se uno guarda il mondo solo dalla feritoia vede pochissimo del mondo esterno. E il mondo esterno è molto più brutto di quanto alcuni di noi – illudendosi – vagheggiano.