www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 20-06-08 - n. 233

Il capolavoro del “Capro Espiatorio”
 
di Domenico Moro
 
Lascia stupiti l’occhiello dell’articolo dell’Unità del 7 giugno sullo sgombero di cento rom dall’area dell’ex Foro Boario a Roma: “Non potete trasferirci, io ho pure votato Berlusconi perché aveva detto che mandava via gli stranieri…”. Sono le parole di una signora rom di 54 anni e di cittadinanza italiana, come del resto gli altri rom di Testaccio (alcuni dei quali hanno anche prestato il servizio militare) ed il 36% dei rom presenti in Italia. La signora ha votato per Berlusconi e per Alemanno contro “l’invasione degli stranieri”, come molti dei suoi concittadini, a Roma ed in Italia. Peccato, però, che la maggior parte di questi iscrivano d’ufficio tra gli “stranieri” anche lei, che, pur essendo cittadina italiana, è, nella percezione comune, “straniera” in quanto rom.
 
Ed ecco qui il vero capolavoro della comunicazione martellante dell’ultimo periodo: la vittima che vota per i suoi persecutori. Non solo si è fatto accettare agli italiani un “capro espiatorio”, zingari ed immigrati, per tutti i nostri mali, ma l’operazione è stata così efficace da convincerne persino i destinatari dell’ostracismo. Il paragone può sembrare eccessivo, ma è come se nella Germania del ’33 anche gli ebrei fossero stati convinti a votare per i nazisti. Se la comunicazione è stata efficace anche su chi ne era l’obiettivo, perché meravigliarsi se la maggioranza degli italiani ne è stata così persuasa da consegnare il governo alle forze che della xenofobia e del “securitarismo” sono state gli alfieri?
 
Eppure anche se la percezione del crimine aumenta, molti reati (omicidi, furti d’auto e in appartamento) sono in calo, e la percentuale di immigrati “regolari” che commettono reati è uguale a quella degli italiani, come avverte l’Istat. Certo la percentuale è più alta per quanto riguarda gli immigrati clandestini. Prima, però, di fare d’ogni erba un fascio e saltare alle conclusioni sarebbe bene ricordare, a mo’ d’esempio, che i tre operai egiziani caduti dai ponteggi a Milano venerdì scorso e dei quali due sono morti e uno gravemente ferito, erano clandestini, come la maggioranza di quelli che lavorano nei cantieri dell’Expo. E’ noto che i clandestini dei cantieri milanesi guadagnano 3,5-4 euro l’ora, la metà dei regolari. Ed è anche noto che il cantiere dove lavoravano le vittime, ovviamente in nero (le famiglie non riceveranno alcun indennizzo) e senza protezioni, non è di una piccola ditta che tira a campare ma è di un consorzio in cui figurano i vertici dell’associazione dei costruttori milanesi.
 
La verità è che il clandestino fa comodo, come l’immigrato in genere. Del resto, la stessa Confindustria, dopo aver espresso soddisfazione per la vittoria di Berlusconi, si è premurata di lanciare segnali di “moderazione”: la xenofobia va bene, specie se aiuta a mettere fuori gioco la sinistra rompiscatole, ma gli immigrati, meglio ancora se clandestini e più ricattabili, servono! L’equazione immigrato clandestino = criminale appare, quindi, falsa, considerando anche che spesso nella categoria di criminalità vengono infilate pratiche come la mendicità e l’ambulantato abusivo, la cui pericolosità sociale è risibile. Ma, soprattutto è evidente, che, l’ingresso in Italia della criminalità straniera, quella vera, avviene proprio perché è collegata al traffico dei lavoratori clandestini e con la complicità della criminalità organizzata italiana. Eppure, molti italiani pensano che se in Italia aumentano i clandestini, e quindi la criminalità, la colpa è della sinistra permissiva e mollacciona.
 
Solo l’eliminazione del lavoro nero, e l’affermazione del rispetto della legge nei luoghi di lavoro, può risolvere la questione. Lavoratori immigrati ed italiani sono comunque accomunati da alcune cose. Una sono gli incidenti sul lavoro. E’ questo proposito che si può citare un’altra dichiarazione, che, come quella in apertura, è sorprendente, e, allo stesso tempo, significativa. E’ riportata dal Corriere della Sera del 14 giugno ed è di Antonio Boccuzzi, uno degli operai scampati al rogo della Thyssen di Torino ed ora deputato in Parlamento. A proposito della possibile decisione di alcune delle famiglie delle vittime di rinunciare a presentarsi come parte civile al processo contro i manager della Thyssen, dice: “Non mi sento di giudicare ciò che decideranno le famiglie. L’offerta della Thyssen è da record, ciò significa che tutti sono consapevoli della tragedia. L’importante è che la sentenza sia esemplare: per la condanna degli imputati, certo. Ma anche per la pena economica che, mi auguro, verrà decisa per l’azienda: a volte per le grandi società i soldi sono più importanti del rischio del carcere per qualche manager.”
 
Con tutto il rispetto per Boccuzzi, anche se nessuno può giudicare le famiglie, sul resto il suo ragionamento non tiene: per una multinazionale del calibro della Thyssen alcuni milioni di euro sono bruscolini, mentre la condanna dei responsabili dell’impianto avrebbe tutt’altra valenza non solo per l’azienda e per i manager coinvolti, ma per l’insieme dell’imprenditoria e del top management italiani, che, come dimostra il ripetersi degli incidenti sul lavoro, non sembrano aver inteso i richiami, giunti anche dal Presidente Napolitano, ad una maggiore prevenzione. Del resto, come sostiene sempre il Corriere, la Thyssen ha dato ai suoi avvocati un ordine chiaro: “niente vedove in aula, trattare senza badare a spese, concludere con tutte le famiglie”. Certo la Thyssen è “consapevole”…ma della necessità di trarsi d’impaccio.
 
Tutti gli episodi elencati hanno un punto in comune: l’annullamento dell’identità di classe. La sicurezza è un concetto un po’ più ricco di quello che ci vogliono far credere e riguarda il rispetto delle regole e dei diritti. Ma, il rispetto delle regole e dei diritti è il risultato di determinati rapporti di forza dei lavoratori nei confronti delle imprese. Cosa impossibile a ottenersi senza la realizzazione di una effettiva unità di tutti i lavoratori. Il vero capolavoro è stato convincere i lavoratori a vedere la propria sorte come un fatto individuale, oppure etnico, disintegrandone l’identità collettiva e favorendo una sterile guerra tra poveri. Se è vero che deve esserci la certezza della pena per chi, italiano o straniero, commetta reati, è altrettanto vero che la difesa dei diritti degli immigrati e dei rom è la difesa anche dei diritti degli italiani.