Torino, 15 luglio 2008
Alla ricerca del Comunismo perduto
di Cesare Allara
A Torino in via Trofarello, quartiere Lingotto, negli anni 70 del secolo scorso c’era una delle sedi dove le avanguardie della lotta di classe preparavano i mercatini rossi contro il carovita oppure organizzavano con i senza casa le occupazioni di edifici sfitti o dismessi. Un luogo dove i lavoratori più attivi discutevano dell’organizzazione delle lotte per contrastare lo sfruttamento padronale e per conquistare migliori condizioni di vita nella fabbrica e nella società. Sovente lì si decisero quelle forzature delle compatibilità sindacali che sfociavano in scioperi che i giornali borghesi definivano “a gatto selvaggio”, e che permisero di fare quelle grandi conquiste che dagli anni 80 in poi la sinistra e i sindacati hanno svenduto ai padroni.
Quasi di fronte a quella vecchia sede, sotto il tendone di un campo da tennis all’interno di un accogliente circolo ricreativo, in un’atmosfera da Déjeuner sur l’herbe va in scena il congresso provinciale del PRC. Certamente la scelta del luogo è stata casuale, chi l’ha fatta non conosceva quel pezzo di storia di quasi quaranta anni fa, ma mentre attraverso la strada pensando con nostalgia a quegli anni che Mario Capanna ha definito giustamente formidabili, ho la concreta percezione di passare, politicamente parlando, dalle stelle alle stalle.
Nel pomeriggio di sabato seduto all’ombra di un pino, in una situazione decisamente inusuale per un congresso, pazientemente ed attentamente ascolto una decina di interventi di delegati che espongono le ragioni della scelta del documento congressuale. I giochi sono già stati fatti nei congressi di circolo, e quindi in questa arena non resta nessuno da convincere perchè ognuno è già schierato. La seduta pubblica del congresso e la tregua armata fra le due fazioni principali del PRC stabilitasi dopo le lettere di Maurizio Acerbo (primo firmatario del documento Ferrero) e don Nichi Vendola pubblicate su Liberazione del 11-12 luglio, consigliano tutti a non insistere più di tanto sullo scandalo del tesseramento gonfiato. Per dirla con Enzo Jannacci e Paolo Rossi, le solite facce, le solite palle, i soliti accordi. Solo la compagna Iole Vaccargiu rompe la calma piatta e si scalda mentre parla della triste condizione operaia. Per lasciarla in musica, tutto il resto è noia come canta Franco Califano.
La disfatta epocale del 13-14 aprile non ha rimosso alcun dirigente, né sembra aver intaccato le certezze politiche dei compagni del PRC. E pensare che il messaggio scaturito dalle urne è stato netto ed inequivocabile. A fronte di una campagna elettorale in buona parte impostata sulla necessità di una scelta di parte per la presenza di una sinistra in Italia, l’elettorato ha risposto che la sinistra non è né utile né necessaria. O nella interpretazione soft che ne danno alcuni, questo tipo di sinistra non è necessaria.
Soprattutto, e lo si deduceva dagli interventi, non è stata recepita la profondità della sconfitta. O forse il gruppo dirigente l’ha compresa, ma evita di analizzare l’argomento perché dovrebbe trarne drastiche conclusioni. E così ad una catastrofica sconfitta politica e culturale non si risponde ridiscutendo magari gli approcci alle politiche del lavoro, della sicurezza, dell’immigrazione tanto per citare solo gli argomenti che a detta di tutti sono quelli che hanno portato alla vittoria del centrodestra. Ma come tutti gli interventi congressuali hanno sottolineato occorre: 1 - ripartire dal basso col radicamento sociale, 2 - costruire un nuovo soggetto unitario e plurale della sinistra.
Bastava guardare la composizione della platea congressuale per rendersi conto che di quei soggetti con i quali il PRC vorrebbe ripartire e i cui interessi sociali vorrebbe rappresentare, non ne era presente neanche uno. Francamente non è credibile che un partito come il PRC ormai abituato a muoversi esclusivamente nelle istituzioni possa ritornare a fare politica in mezzo al popolo. Interessante a proposito di radicamento l’iniziativa, annunciata nel giorno del Sinistra pride, di un questionario di massa per comprendere i problemi della cosiddetta gente.
Evidentemente a questi dirigenti non è bastata la lezione dell’Arcobalengo, o guardando più indietro nella storia italiana, la disastrosa unità socialista degli anni 60 o la storica sconfitta del Fronte Popolare nel 1948. Forse sono alla disperazione e allora non avendo ormai alternative, si aggrappano impauriti al relitto unitario e plurale sperando che riesca a galleggiare.
Infine, la parola sinistra resta un sostantivo indefinito. Non è conveniente stabilirne le caratteristiche peculiari che la dovrebbero contraddistinguere dalla destra perchè poi si sarebbe costretti a restringere il campo delle alleanze. E quindi la parola sinistra resta un jolly, i cui valori possono variare a seconda delle circostanze e delle convenienze politiche. Il soggetto unitario e plurale della sinistra è un progetto funzionale ai disegni di un PD che aprendo a Casini mette in conto la perdita di qualche voto a sinistra. E’ perciò importante che questi voti vadano in una succursale unitaria e plurale di sinistra che abbia come massimo obiettivo strategico l’alleanza subalterna col PD.
Domenica mattina sono di nuovo al congresso del PRC, dove finalmente riesco ad avere i dati finali dei congressi di circolo della provincia di Torino. Hanno votato in totale più di 900 iscritti. Il documento 1 Ferrero-Mantovani-Grassi ha ottenuto il 45% dei consensi, il documento 2 Vendola il 36%, il documento 3 L’Ernesto-100 circoli il 17% il documento 4 il 2%. I dati nazionali per quanto riguarda i due documenti principali darebbero invece in vantaggio Vendola.
La prospettiva di sentire le conclusioni di Claudio Grassi non è allettante. Per quanti si fossero scordati le puntate precedenti, ricordo che Grassi, leader della principale corrente anti-bertinottiana del PRC Essere Comunisti, era presto confluito nella maggioranza e all’epoca dell’espulsione di Franco Turigliatto aveva dichiarato: (Turigliatto) poteva tranquillamente manifestare il suo dissenso nell’intervento in aula e al momento del voto seguire le linee del partito. Da allora un compagno l’ha soprannominato Claudio Graxi e la sua corrente è stata ribattezzata Essere Opportunisti.
Decido allora di attraversare tutta la città alla ricerca del comunismo perduto ed arrivo al salone dell’hotel Royal dove Oliviero Diliberto sta per concludere il V congresso provinciale del PDCI. Mi interessa scoprire quanto abbia inciso sugli atteggiamenti del PDCI la batosta del 13-14 aprile scorso, perchè il PDCI è stato il più fedele alleato del governo Prodi. Sempre il più a sinistra a parole, ma sempre il primo a piegarsi per non far cadere il governo, fedele alla linea Cossutta anche senza Cossutta del tirare la corda, ma mai spezzarla.
Diliberto parte ovviamente dalla sconfitta elettorale che ha determinato la scomparsa della sinistra dalle aule parlamentari perché il 13-14 aprile è successa una cosa gigantesca che resterà sui libri di storia. E subito dopo, la sconfitta di Roma dove adesso in municipio vige il saluto romano, poi in Sicilia la destra ha fatto cappotto, ed ora abbiamo l’esercito nelle strade, non l’esercito di leva, ma quello professionale, si prendono le impronte digitali a una razza, e le polizie private assoldate da Alemanno inseguono i venditori di borsette taroccate…Se siamo a questo punto non è solo per due anni di governo Prodi!
La sinistra ha perso la battaglia sull’egemonia da almeno 30 anni! Abbiamo perso sui valori! Abbiamo perso dal 1984 con la morte di Berlinguer…perché dopo non si contrasta più il craxismo…e si apre la strada al berlusconismo…e le tv berlusconiane determinano il cambiamento dei valori…il PCI-PDS-DS-PD si appropria del craxismo e della presunta modernità…e così oggi le idee dominanti sono quelle delle classi dominanti.
Dopo aver affermato che una contingenza della storia e una serie di errori ci hanno resi extraparlamentari, ma le nostre radici non sono extraparlamentari, propone una grande manifestazione in autunno a Roma sui temi sociali contro il governo Berlusconi.
Poi analizza le cifre dell’Arcobaleno: Nel 2006, PRC, PDCI e Verdi senza SD avevano preso 3.800.000 voti. Di questi, 3.000.000 erano voti comunisti. Nel 2008 la disfatta: i quattro partiti tutti insieme riuniti nell’Arcobaleno raccolgono 1.100.000 voti…abbiamo perso voti verso destra e verso sinistra.
Quindi elenca le cause della disfatta.
Il governo Prodi: noi abbiamo provato a incalzare senza rompere…ma non si può essere un partito di lotta e di governo, non ci riuscì il PCI col 34%...lotta e governo sono una contraddizione in termini.
L’appello al voto utile di Veltroni per non far vincere Berlusconi, facendo credere che il sorpasso era a portata di mano.
Una campagna elettorale sbagliata, dove il PDCI e i comunisti sono stati oscurati perché si è voluto usare la campagna elettorale per mettere i compagni davanti al fatto compiuto della nascita del nuovo soggetto politico dell’Arcobaleno.
Sul radicamento sociale, se si perdono il 70% dei voti vuol dire che sono voti d’opinione.
Infine sui simboli, Diliberto accusa il PRC di essersi opposto ad inserire i simboletti dei quattro partiti nel logo dell’arcobaleno.
Diliberto propone di riunire la sinistra cominciando dai comunisti… perché il nuovo soggetto plurale della sinistra è contro il buonsenso, è una pazzia politica. A suffragio di questa tesi cita l’esempio delle amministrative di Gela e di Catania. A Catania, dove i quattro partiti della sinistra non hanno raggiunto l’accordo, il PDCI da solo ha preso il doppio dei voti degli altri partiti riuniti nell’Arcobaleno nonostante fossero capeggiati dal catanese Claudio Fava segretario di SD.
Occorre poi stabilire cos’è la sinistra. Secondo Diliberto, la sinistra è fatta dai comunisti e da milioni di persone che votano per il PD pensando di votare a sinistra, quando invece il PD non è un partito di sinistra. Lo ha dichiarato Veltroni stesso…lì bisogna recuperare i voti!
Il simbolo poi, non è solo una questione ideologica…ma bisogna proporre ai giovani identità e pensieri forti come il comunismo…perché di nuovismo si muore. Se l’estremismo è la malattia infantile del comunismo, il nuovismo è la malattia senile del comunismo.
Negli enti locali si faranno alleanze col PD solo da posizioni di forza, se non si ha la forza per governare si fa l’opposizione.
Infine un ammonimento: Se non saremo percepiti come diversi, non saremo considerati utili.
Poi tutti in piedi col pugno sinistro chiuso a cantare l’Internazionale.