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- osservatorio - italia - politica e società - 25-09-08 - n. 243
da Liberazione, 18/09/08, pag 15l
Nicola Teti
editore, intellettuale vicino al Pci dagli anni ’60, due le sue pubblicazioni più famose:
“Il Calendario del popolo” e l’Enciclopedia storica, ora offerta in dvd
«Avevo ragione, la Storia Universale dell’Urss è sempre di moda. Continuo a pubblicarla»
di Maria R. Calderoni
Il potente capo dell’editoria Pci Amerigo Terenzi non voleva, «se lo diamo a Teti durerà al massimo tre mesi». Il destinatario del funebre pronostico è Il Calendario del Popolo, rivista amatissima da Palmiro Togliatti. Natta invece ha piena fiducia, «sì, diamoglielo, Teti va bene». E lui, Nicola Teti, fa il capitano coraggioso e se lo prende. E’ il 1964 e la gloriosa testata non vive giorni lieti. Unica e geniale nel suo genere, era stata fondata dal Pci negli ultimi giorni di guerra, ancora prima della liberazione del Nord, esattamente il 27 marzo 1945, in piena Resistenza. Quindicinale, di piccolo formato, dopo il 25 Aprile viene pubblicata a cura della sezione Stampa e Propaganda (allora diretta dall’ex operaio Celeste Negarville) che fa propria l’idea di Giulio Trevisani: dare vita a un foglio popolare che, ricollegandosi all’esperienza prefascista dei “calendari” e degli “almanacchi”, si propone di rileggere i fatti e gli eventi che la storiografia ufficiale ha nascosto e deformato.
Da subito è un grande successo. Diventato rotocalco, stampato dalla De Agostini a Milano, Il Calendario, lanciatissimo, arriva a raggiungere le 120mila copie e annovera tra i suoi collaboratori, insieme al direttore Giulio Trevisani (storico, autore della Piccola Enciclopedia del socialismo e del comunismo), intellettuali del calibro di Concetto Marchesi, Carlo Salinari, Mario Spinella, Renato Guttuso, Stefano Canzio, Mario De Micheli, Umberto Terracini, Enrico Berlinguer (e lo stesso Togliatti seguirà l’evolversi della testata fino alla morte).
Non è solo una rivista, è un centro propulsore con migliaia di militanti- diffusori, un vero e proprio “intellettuale collettivo”, da cui nascono i congressi di cultura popolare, l’associazione dei Calendaristi, i gruppi di studio (soprattutto in Emilia Romagna), anche un Premio di poesia dialettale con Salvatore Quasimodo e Eduardo De Filippo in giuria. «In un’edizione degli anni ’50 - dice Nicola Teti - ricordo che si classificò al secondo posto un giovane insegnante friulano: si chiamava Pierpaolo Pasolini».
Ma ora -1964 - sono passati quasi vent’anni, il Pci considera praticamernte conclusa la sua avventura editoriale con Il Calendario, vuole passare la mano. «E qui arrivo io». E’ Nicola Teti. Ha trentacinque anni e viene anche lui “da lontano”. Ha faticato e scarpinato molto per arrivare sin lì, lui nato povero e figlio di Profondo Sud. Fortunosamente; miracolosamente; sfuggendo per un pelo al suo destino di operaio o piccolo artigiano, arriva alla scuola dei previlegiati che si chiama liceo e poi, sempre fortunosamente, sempre miracolosamente, sbarca a Milano, lasciandosi alle spalle il suo piccolo paese, Polia (Vibo Valentia). Questa volta a trarlo in salvo al Nord, precisamente a Monza, è «un compagno di Ravenna, Domenico Solaini, arrivato a Vibo come segretario della locale Camera del Lavoro». Lui lo ricorda con particolare affetto. «Solaini era un ex bracciante, un ragazzo molto intelligente, che aveva fatto la scuola di partito e che in seguito divenne segretario nazionale della Federbraccianti. Fu lui a prestarmi l’Enciclopedia del socialismo e del comunismo di Trevisani».
Aveva 22 anni, Teti, frequentava il primo anno di legge e aveva un disperato bisogno di lavorare, «ricordai di uno zio che stava a Milano e decisi di emigrare là». Solaini lo incoraggia, prende carta e calamaio, scrive una lettera per raccomandare il ragazzo calabrese ai compagni del Nord. Ancora oggi, cinquantasei anni dopo, Nicola ha un moto di commozione nel rammentare la sua “dipartita”, biglietto di sola andata. «Era il mese di febbraio del 1952. Arrivai a Milano e andai subito alla Camera del Lavoro con la lettera di Solaini».
Corri ragazzo corri, lui infatti non si fermerà più. La lettera di Solaini non va a vuoto. Vedendolo matricola di Legge, la Camera del lavoro di Milano lo invia a quella di Monza, lì dove gli danno un posto all’Ufficio vertenze, «io non sapevo nemmeno cosa fosse». Nonostante il suo accento da terùn, al Nord gli va piuttosto bene. Passo dopo passo, il ragazzo calabrese avanza: è nel gruppo dei giovani ricercatori milanesi che lavora alla prima “Cronologia ragionata del Movimento operaio italiano”; poi è promotore editoriale presso la filiale milanese degli Editori Riuniti, la casa editrice ufficiale del Pci; e dopo poco ne diventa il direttore. «Avevo conosciuto Giulio Trevisani, in quegli anni (1960) preoccupato per il Calendario in difficoltà economiche; nello stesso tempo io ero entrato in rotta con gli Editori Riuniti. Mi sono messo così a pensare di fare l’editore in proprio. Sono partito con due volumi un po’ azzardati, L’Universo e l’Uomo e la Storia Universale. E Trevisani mi convinse ad imbarcarmi con Il Calendario del Popolo».
Amerigo Terenzi è stato, come tutti possono constatare, cattivo profeta. Il Calendario, nelle mani dell’outsider Teti, ha durato non tre mesi, ma quattro decenni e più. E’ durato, e soprattutto dura ancora. Di numeri, del Calendario, lui, nei tipi della Teti Editrice ne ha stampati, uno più uno meno, oltre 500. Cosicché il foglio popolare fondato dal Pci tra i mitra partigiani ha testé festeggiato il suo 64mo compleanno, «è la rivista italiana più longeva».
Con onore. Con rettitudine. Nei perigliosi anni venuti dopo il passaggio di mano, dalla potente Botteghe Oscure all’editore in erba poco più che trentenne, Il Calendario, rivista militante, non ha mai deragliato. Anzi ha camminato diritto sui suoi binari ben costruiti. Restando, come prima, un laboratorio e una “bella bandiera”. Rinnovamento nella continuità, questa la formula magica che ha consentito al Calendario di vivere e crescere, pur tra difficoltà, ma senza invecchiare e senza patto col Diavolo. Bel colpo d’inizio, appena acquisita la testata, Teti chiama a dirigerla uno degli intellettuali più importanti del momento, Carlo Salinari: è lui che darà alla rivista quell’impianto decisamente storico che è la sua forza, la linea saldamente mantenuta anche oggi dall’attuale direttore, Franco Della Peruta. Rivistalaboratorio, Il Calendario di Teti ha mantenuto anche le vecchie abitudini, affiancando alle sue pagine incontri coi lettori, dibattiti, iniziative culturali, mostre (come le bellissime tre dedicate all’emigrazione: “Macaroni e Vucumprà”, “Balie italiane e Colf straniere”).
Ma non solo la rivista. Lui la butta lì come se fosse una cosetta. «Dopo aver preso Il Calendario, ho esordito con la Storia Universale». Appena...Si tratta, appena, della monumentale Storia universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss, 13 volumi, 27 milioni 653mila 446 battute, 280 carte geostoriche a colori e a intera, doppia e tripla pagina. Una macro opera, originale, innovativa, che all’epoca - siamo sempre nei primi anni ’60 - suscita unanimi giudizi elogiativi non solo tra gli studiosi marxisti. «Uno strumento fondamentale per il confronto tra schemi mentali e sistemi di indagine diversi e magari contrapposti», secondo Giovanni Spadolini. Un’opera «insostituibile per la sua impostazione diversa da tutte le altre storie universali», secondo Marino Berengo, accademico dei Lincei.
L’Enciclopedia made in Urss sbarca dunque in Italia e approda a Botteghe Oscure, che farne? Anni ’60, il Pci cammina col suo grande passo felpato, la grande opera made in Urss diventa oggetto di discussione. Alla fine Occhetto (Adolfo, il padre di Achille) allora direttore degli Editori Riuniti, taglia il nodo: «Ci vogliono almeno 50 milioni. Se i sovietici ci danno una mano...». Niet, i 50 milioni non arrivarono, e gli Editori Riuniti ci rinunciano. «La faccio io». E il temerario Nicola Teti si prende anche la colossale Enciclopedia. Dice, nel rievocare quel momento: «Opere di tale impegno in genere costituiscono l’ambizioso traguardo raggiunto da pochi grandi editori. Per me fu l’opera prima».
La Enciclopedia gli è andata bene, ne ha vendute migliaia; non costava poco, ma le provvidenziali rate gli hanno consentito di piazzarne un bel po’ sugli scaffali di tanti bravi militanti comunisti del tempo che fu. «E’ stato il mio pezzo forte, l’ossatura della mia produzione futura».
Bella forza, vendere allora un’opera targata Accademia sovietica in epoca di vacche grasse, quando l’Urss svettava come Superpotenza planetaria e il Pci deteneva il target di partito comunista più forte dell’Occidente. Ma dopo? Dopo l’incredibile ’89 e la stupefacente caduta dell’Urss, del muro di Berlino e di tutto (Pci incluso)? Ma ora?
Teti, lui, non si è mosso, lui è andato avanti. E va avanti. La Enciclopedia continua a venderla, piazzandola ancora col suo titolo altisonante e “fuori moda”, ormai arrivata alla terza ristampa, e ancora corredata dalle lodi di Luciano Canfora, Franco Cardini, Giuseppe Galasso, Jacques le Goff, anche del cardinale Carlo Maria Martini (non importa se qualcuno, tipo Ernesto Galli della Loggia, irride e sfotte).
Niente soffitta, niente cimitero degli elefanti. Tempestivamente riciclata, con abbinato libro-guida, la Storia è infatti testé felicemente approdata nel regno dell’elettronica. A portata di tutti come Dvd-rom, al prezzo popolare di euro 50.
Quell’irriducibile di Teti (dicono che non si è arricchito...).