www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 25-02-09 - n. 262

da La Rinascita del 12/02/09 pag.3
 
Attacco al lavoro
 
di Vladimiro Giacchè
 
L’illusione che la crisi fosse confinata all'ambito finanziario a ormai un lontano ricordo. Sui giornali le cartine geografiche con le perdite delle borse sono state rimpiazzate da quelle con le previsioni di crescita del prodotto interno lordo. Costantemente riviste al ribasso: l’FMI, che ancora a novembre vedeva per il 2009 una crescita globale del 2,2% nel 2009, oggi parla di un risicato +0,5%, con tutte le economie più sviluppate in negativo: Giappone -2,6%, USA -1,6 /o, Europa -2%. Secondo la Commissione europea, su sedici paesi della zona euro, ben dodici saranno in recessione. Alla periferia dell'eurozona, paesi come Lettonia a Ucraina accuseranno un -5%. Come del resto l'Irlanda, che sino a ieri era tra gli Stati a maggior crescita della zona euro.
 
Poi sono comparse le cifre dei disoccupati. Secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, la crisi ne creerà 50 milioni in più, portando il totale a 230 milioni: oltre il 7% della forza-lavoro mondiale. Ma in Europa la percentuale sarà più alta: 9,3%, con un picco del 16% in Spagna. In totale, i disoccupati europei aumenteranno di 3,5 milioni. Infine, il 26 gennaio scorso il Washington Post ha pubblicato una nuova cartina: la mappa dei paesi dell'Unione europea dove la crisi ha provocato gravi disordini e scontri di piazza. Sono già sei: Grecia, Ungheria, Repubblica Ceca, Bulgaria, Lituania e Lettonia. Ad essi va aggiunta la Francia, teatro di un grande sciopero generale a fine gennaio.
 
In Italia il calo del Pil atteso nel 2009 è superiore alla media europea (-2,1%). Ma già nel quarto trimestre 2008 la capacità produttiva degli impianti era scesa a 69,9%, ossia ai minimi storici, e la produzione industriale aveva conosciuto una flessione del 6,2%. Gennaio ha fatto peggio: -11,8%. Il problema a the a questa crisi il nostro Paese arriva nel modo peggiore: ossia con un potere d'acquisto dei salari gia fortemente eroso. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali, in Italia dal 1983 al 2005 è passato dai salari ai profitti qualcosa come l'8% dell'intero prodotto interno lordo: in cifre assolute,120 miliardi di euro. Nell'Italia. delle disuguaglianze nel 2006 il 50% più povero del paese si spartiva appena il 10% della ricchezza prodotta.
 
La crisi aggrava tendenze negative di lungo periodo. Dal punto di vista societario, i pian alti del sistema sono caratterizzati da quello che Guido Rossi ha definito il “capitalismo delle baronie”: questo sistema di intrecci e collusioni è stato fotografato di recente dall'Antitrust, che ha messo in luce come il 60% delle società quotate italiane abbia tra i suoi azionisti anche concorrenti diretti. In mezzo, abbiamo un numero insufficiente di medie imprese in grado di competere sui mercati internazionali (le cosiddette “multinazionali tascabili”). Ai piani bassi, una miriade di imprese piccole o piccolissime esposte ai colpi della crisi a causa di carenti economie di scala. Storicamente, molte di queste imprese hanno recuperato competitività attraverso tre leve: le svalutazioni competitive (finite con l'euro), l'evasione fiscale e salari tra i più bassi della zona euro. Ma proprio i bassi salari sono oggi parte della crisi, in quanto indeboliscono la domanda interna.
 
Di fronte a tutto questo il governo Berlusconi è inerte, o peggio. Per un verso, a fronte di massicci interventi in tutta Europa per rilanciare la domanda, da noi la montagna delle dichiarazioni ha partorito il topolino delle misure concrete: a parte la vergognosa presa in giro della "Social Card", il tetto del 4% ai mutui a tasso variabile (in presenza di un Euribor semestrale al 2%) non sembra davvero un'iniziativa di portata epocale. Tardivi a insufficienti anche gli incentivi ad alcuni settori industriali. Certo, ci sono i vincoli di bilancio: che però sarebbero inferiori se non si fossero buttati dalla finestra 3 miliardi di euro per cancellare l'Ici pagata dai ricchi (agli altri l'aveva già tolta Prodi)
 
Ma sarebbe sbagliato ritenere che il governo non faccia niente. Lavora eccome. Nella direzione sbagliata: cioè con provvedimenti che colpiscono il lavoro e allargano il fossato della disuguaglianza. L'elenco è lungo. Si va dalla. riduzione delle tutele circa la sicurezza sul lavoro all'abrogazione della procedura che impediva la firma delle dimissioni in bianco, dal ridimensionamento delle competenze dei giudici del lavoro, all'abolizione della durata minima del contratto di apprendistato. Ma il caso più clamoroso è l'aggiramento delle tutele previste dall'art. 2112 del codice civile, che prevede che in caso di scorporo e vendita di ramo d'azienda, i lavoratori non possano essere impiegati a condizioni peggiori delle precedenti. Oggi è sufficiente che un'azienda sia messa in amministrazione controllata per aggirare la norma. Questo trucchetto è stato escogitato per Alitalia, ma sta facendo scuola: l'hanno usato Eutelia ad Arezzo e l'Iris a Sassuolo. Quanti altri fallimenti incentivati avremo nei prossimi mesi?
 
Infine, l'accordo separato sulla contrattazione. Che prevede non soltanto la prevalenza della contrattazione aziendale rispetto a quella nazionale (è facile intuirne le implicazioni in un Paese dove il 95% delle imprese sono di piccolissime dimensioni), ma addirittura la possibilità per le nuove imprese di derogare al contralto nazionale. E' questo il nucleo dell'accordo. Altri aspetti, quali il calcolo dell'inflazione sterilizzato dei costi energetici (che così vengono addebitati strutturalmente ai salari), o il punto salariale di base ribassato del 15%, sono iniqui ma in ultima analisi secondari. Nel suo nucleo, questa "riforma" del modello di contrattazione mina in prospettiva l'esistenza stessa di una contrattazione nazionale, e anche quella di sindacati the non vogliano ridursi a centri di assistenza fiscale. In generale, essa ha per conseguenza un ulteriore indebolimento della forza contrattuale dei lavoratori. Si tratta quindi di un accordo che esprime bene la collocazione di classe della coalizione di governo e, purtroppo, a giudicare dalle reazioni, anche di gran parte dell'opposizione parlamentare.
 
Tutto questo non fa che accrescere le responsabilità dei comunisti nella fase attuale. D'altra parte cresce anche la possibilità di interloquire con ampi strati di lavoratori e di opinione pubblica. Anche perché gli sviluppi della crisi confermano le ragioni storiche dei comunisti. La crisi ha infatti spazzato via, uno dopo l'altro, tutti i principali feticci ideologici degli ultimi venti anni. Lo Stato come problema (Reagan) e il mercato come soluzione, la deregulation e l'"autoregolazione" dei mercati. Ma anche la presunta maggiore efficienza dell'impresa privata rispetto all'impresa pubblica. E' chiaro che quando ovunque, dagli Stati Uniti all'Inghilterra alla Germania, si comincia a nazionalizzare le banche, a sia pure per socializzare le perdite, è il mito stesso della superiorità della proprietà privata dei mezzi di produzione ad essere colpito. Più in generale, la crisi attuale confuta, meglio di mille discorsi, l'idea the il mercato capitalistico sia il miglior sistema di allocazione delle risorse. Come si può parlare di "efficienza del mercato" in una situazione in cui viene distrutta ricchezza per migliaia di miliardi di euro, decine di migliaia di imprese chiudono i battenti e nel giro di pochi mesi i disoccupati crescono di 50 milioni di unità? Come a possibile negare questo gigantesco sperpero di risorse umane a materiali? I comunisti sostengono da sempre che l'anarchia della produzione non rappresenta il punto di arrivo della storia umana. Oggi hanno qualche argomento in più per dirlo. E per essere ascoltati.