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- osservatorio - italia - politica e società - 16-03-09 - n. 265
Questione meridionale: La grande dimenticata
di Domenico Catalfamo
15/03/09
Dopo la politica dei governi liberali post-unitari e, nel secondo dopoguerra, della Democrazia Cristiana, che ha penalizzato il Mezzogiorno, negli anni della cosiddetta “seconda Repubblica”, il centro-destra e il Partito Democratico hanno fatto una scoperta prodigiosa: il vero problema è la “questione settentrionale”. E’ necessario che il nuovo Partito Comunista rilanci le idee meridionaliste che furono di Gramsci.
Il Partito Comunista sin dal suo nascere ebbe tra gli altri il merito di porre in termini nuovi la questione meridionale, superando i limiti del meridionalismo liberale e liberista, che pure aveva denunciato le condizioni d’inferiorità del Mezzogiorno d’Italia, indicandone la causa nelle scelte della classe dirigente post-unitaria a favore dell’industria del Nord, attraverso il drenaggio di tutte le risorse del Paese a sostegno del nascente apparato industriale di quell’area della penisola, in un’ottica protezionista che penalizzava il Sud.
Nelle riflessioni di Gramsci la questione meridionale diventa una questione nazionale di cui la classe operaia deve farsi carico con una politica che la veda alleata coi contadini del Sud e con l’intellettualità progressista nella lotta contro il blocco industriale-agrario.
Nel secondo dopoguerra il PCI si fece promotore e guida delle lotte contadine nel Mezzogiorno, che si proponevano di superare i persistenti rapporti feudali e di fare dei contadini la forza trainante di un nuovo modello di sviluppo e di un nuovo blocco storico. Come si sa, i risultati di quelle lotte furono parziali e in larga parte deludenti. Se si ebbe la fine del feudo, non decollarono nel Mezzogiorno, divenuto terreno di coltura della politica clientelare democristiana, quell’economia avanzata e quel robusto tessuto di vita democratica per cui il movimento si era battuto. Ci fu invece l’emigrazione di massa e la conferma dell’inferiorità delle regioni meridionali rispetto al resto del Paese nel campo dell’occupazione e della vita civile (scuole, ospedali, assetto urbanistico, difesa del suolo, agricoltura, ecc.).
I risultati di quelle scelte politiche sono sotto gli occhi di tutti: abbandono delle zone interne, devastazione delle aree costiere per mezzo di un’edificazione selvaggia, dominio della mafia, prospettive per i giovani zero, saccheggio delle risorse finanziarie delle regioni e degli enti locali, corruzione generalizzata, feudalizzazione della vita politica, servizi nel caos. Un esempio per tutti il drammatico problema dei rifiuti.
Di fronte a tutto questo, ecco la bella scoperta, e del centro-destra e del centro-sinistra: all’ordine del giorno balza la questione settentrionale. Il vero problema dell’Italia di oggi non è più il Mezzogiorno languente e degradato, ma è il Nord.
Non ci nascondiamo che in quella parte del Paese esistono delle situazioni di disagio, il che rivela il fallimento su tutta la linea, da Nord a Sud, della classe che ci ha governato e che ci governa. Il problema, però, non si risolve facendo leva sull’agitazione leghista e sull’egoismo di chi, tutto sommato, vuole conservare e rafforzare i propri privilegi, buttando a mare chi sta peggio. A ciò mira in fondo il federalismo, fatto proprio dal Partito Democratico, che anche in questo dà il colpo di spugna alla linea unitaria e solidale che fu del Partito Comunista Italiano.
Grazie a una vera e propria mutazione genetica, è prevalso tra gli eredi degeneri del PCI quello che può essere definito il modello emiliano, di un nuovo capitalismo, che fa perno sulla potenza economico-finanziaria di colossi quali la Coop, l’Unipol, e via continuando, costituitisi in veri e propri oligopoli. Un apparato economico-imprenditoriale che ha grossi interessi nelle grandi opere (TAV, Ponte sullo Stretto di Messina, ecc.) cui il governo Berlusconi intende dare la priorità, oltre ad operare alla pari nel campo assicurativo, bancario e della grande distribuzione. E che tutto questo non abbia nulla a che vedere con i veri interessi del Mezzogiorno non è difficile capire.
Fra i compiti di quel Partito Comunista per la cui ricostituzione ci battiamo deve esserci al contrario proprio la lotta per il Mezzogiorno, per un’Italia veramente unita, l’Italia del lavoro che la Costituzione ha prefigurato, contro l’Italia del privilegio e dell’egoismo, in balia dei poteri forti, cui le forze politiche oggi dominanti vorrebbero dar vita.