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Etica e politica
 
di Osvaldo Lamperti
 
14/04/2009
 
Forse a coloro che leggeranno queste righe, sembrerà esagerato paragonare il terremoto dell’Aquila e dintorni col conflitto tra l’etica e la politica delle nostre classi dominanti.
Io penso invece che le conseguenze disastrose del terremoto in Abruzzo siano una ulteriore testimonianza dell’esistenza di questo conflitto, che può provocare perfino la morte di un gran numero di persone.
 
Che senso ha infatti avere leggi e norme antisismiche nel nostro paese, se poi la politica abitudinaria di coloro che governano il territorio, in una zona classificata ad alto rischio sismico, non si preoccupano di una loro effettiva applicazione, specialmente sugli edifici di nuova costruzione?
 
L’unica risposta a questa domanda, che mi sembra ragionevole dare, è quella che nel nostro paese predomina ormai una politica, senza etica, dove la “morale” aberrante emergente è quella del “far denaro”, di rendere redditizia l’impresa privata, giorno per giorno e con tutti i mezzi possibili ed immaginabili, aggirando furbescamente norme e vincoli legislativi esistenti con la complicità di chi invece dovrebbe far rispettare le leggi. Succede così per l’evasione fiscale, perché non dovrebbe succedere nell’edilizia e in altre attività?
 
Mi si dirà, “ecco il solito comunista che butta tutto in politica, dimenticando che l’intensità di un terremoto è imprevedibile”. A questi risponderei dicendo che mi dovrebbero spiegare come mai in California e in Giappone, patrie dei terremoti, edifici ben più imponenti di quelli crollati a L’Aquila (certificati come antisismici), rimangono invece in piedi. Il crollo di molti monumenti ed edifici antichi nel centro storico del capoluogo abruzzese e nelle città limitrofe, passati indenni attraverso altri terremoti, è invece certamente dovuto alla mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria, nonostante che si faccia un gran parlare sulla necessità di proteggere, conservare e consolidare il nostro patrimonio storico, artistico ed architettonico.
 
E’ provabile che sotto le macerie siano rimasti anche comunisti e comuniste, miei compagni e compagne di lotta, insieme ad altre persone che comuniste non erano, tutti e tutte vittime innocenti di una politica senza etica civile e laica.
 
Penso a quelle persone e famiglie che hanno perso tutto, perfino i vestiti, e a quel che potrà succedere nel periodo della ricostruzione. Avendo davanti agli occhi gli esempi del passato, il fatto che Berlusconi abbia promesso pubblicamente di prendere nelle proprie mani la ricostruzione delle zone terremotate, mi inquieta moltissimo considerando che ha già parlato di voler costruire una nuova città vicino a L’Aquila, magari con edifici “certificati a norma” dagli stessi progettisti pagati direttamente dai relativi proprietari.
 
Come si vede, il rosario delle morti non si snocciola solamente nei luoghi di lavoro: il problema della sicurezza riguarda anche il territorio, le città, l’ambiente e naturalmente, la pianificazione urbanistica. Tagliare i costi della sicurezza per mantenere inalterati o incrementare i profitti del nostro “capitalismo straccione”, è diventato una prassi generale, sia dentro che fuori i luoghi di lavoro e di studio. Noi comunisti dobbiamo dunque abbandonare le alchimie elettorali di vertice volte ad assicurare ai soliti “pastori” un rifugio sicuro e pensare invece ad unire tutti i comunisti e le comuniste in un nuovo partito comunista, con un programma concreto comunista, ponendo fine alla nostra frantumazione in piccoli orticelli.
 
Solo così in Italia si potrà rivedere una politica alternativa al modello di sviluppo del capitalismo, fondata sull’etica della lotta di classe per il cambiamento. Solo così si potrà onorare degnamente tutte le vittime di una politica senza etica.
 
O. Lamperti – prof. di urbanistica del Politecnico di Milano-Leonardo