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da www.costituentecomunista.it/italia/gramsci-comunisti-elezioni-ed-alleanze.html
 
Gramsci: comunisti, elezioni ed alleanze
 
di Antonio Catalfamo
 
30/09/2010
 
Rileggendo gli scritti del giovane Gramsci, pubblicati su «L’Ordine Nuovo», possiamo trarre insegnamenti per la nostra azione politica attuale.
 
“Cosa attendono dalle elezioni i rivoluzionari consapevoli, gli operai e contadini che giudicano il Parlamento dei deputati eletti a suffragio universale (dagli sfruttatori e dagli sfruttati) e secondo circoscrizioni territoriali, come la maschera della dittatura borghese? Non attendono certo la conquista della metà più uno dei seggi e una legislatura che sia caratterizzata da una serqua di decreti e di leggi che tendono a smussare gli angoli e a rendere più facile e più comoda la convivenza delle due classi, quella degli sfruttatori e quella degli sfruttati. Attendono invece che lo sforzo elettorale del proletariato riesca a far entrare in Parlamento un buon nerbo di militanti del Partito socialista, e che esso sia abbastanza numeroso e agguerrito per rendere impossibile a ogni leader della borghesia di costituire un governo stabile e forte, per costringere quindi la borghesia a uscire dall’equivoco democratico, a uscire dalla legalità e determinare una sollevazione degli strati più profondi e vasti della classe lavoratrice contro l’oligarchia degli sfruttatori”.
 
“Riesumiamo” queste parole, scritte da Antonio Gramsci su «L’Ordine Nuovo» del 15 novembre 1919 (quando ancora non era nato il Partito comunista d’Italia e punto di riferimento per la classe lavoratrice era il Partito socialista), perché nessuno, da molto tempo, le dice e le scrive, tanto che ormai sono cadute nell’oblio. Eppure ci sembrano più che attuali nella situazione politica che abbiamo oggi di fronte. Sembrano parole pronunciate dall’oltretomba, ma sono vive e vitali, nel senso che possono ridare la vita a quelle forze comuniste che sono prossime alla morte. E lo stato presente di “pre-morte” dipende proprio dal fatto che tali parole (seguite, naturalmente, dai fatti) sono state accantonate.
 
La condotta politica di Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani si è ispirata a principi completamente opposti ad esse. Questi due partiti non vogliono a tutt’oggi rivedere tale condotta e perseverano nell’errore. Hanno preteso di essere “pragmatici”. Così per ben due volte hanno messo i loro voti a disposizione del centro-sinistra, appoggiato da un’ala della borghesia industriale e finanziaria italiana. La giustificazione è arcinota: bisogna “scongelare” i voti comunisti, renderli “utili”, entrando in un sistema di alleanze che, contrapponendosi all’ala più retriva della borghesia, garantisca le libertà democratiche nel Paese e permetta di governare assicurando la “pace sociale” tra sfruttati e sfruttatori.
 
L’esatto contrario di quel che scriveva Gramsci. E i risultati nefasti sono sotto gli occhi di tutti. Innanzitutto, non è stata portata avanti nessuna politica “riformatrice”. I vari governi di centro-sinistra, ligi alle direttive delle centrali decisionali della borghesia internazionale (Unione Europea, Banca Centrale Europea, ecc.), hanno approvato: una “controriforma” delle pensioni tuttora in vigore, che costringe lavoratori ormai stanchi a rimanere in servizio e migliaia di giovani a prorogare il loro stato di disoccupazione; leggi sulla “flessibilità” che perpetuano il precariato e negano la certezza del posto di lavoro a milioni di persone, soprattutto giovani; tagli alla scuola pubblica che mettono in discussione lo stesso sviluppo capitalistico del Paese, che ha bisogno di istruzione e cultura per progredire; missioni di guerra, che hanno causato la morte di centinaia di migliaia di civili innocenti.
 
Fausto Bertinotti, allora leader incontrastato di Rifondazione, si è spinto persino a definire Marchionne un “imprenditore illuminato”, col quale si può collaborare. La vicenda del referendum capestro imposto ai lavoratori di Pomigliano d’Arco, il licenziamento dei tre sindacalisti della Fiat di Melfi ed il rifiuto di reintegrarli nel loro posto di lavoro anche dopo una sentenza del tribunale, tutta la politica antioperaia ed antisindacale che Marchionne sta attuando, dimostrano che dirigenti come Bertinotti non sono all’altezza del compito loro assegnato oppure sono in malafede. E’ bene, dunque, che spariscano per sempre dalla scena politica italiana e che si godano la pensione “dorata” che il Parlamento italiano, all’unanimità, ha loro assegnato.
 
Prc e PdCI, in conseguenza della loro partecipazione a governi impopolari, invece di rafforzare la loro presenza istituzionale, sono spariti dal Parlamento nazionale e da quello europeo. Ciononostante, non si limitano a proporre un’edizione del centro-sinistra, ma addirittura un’alleanza allargata a chiunque abbia risentimenti di qualsiasi genere nei confronti del Caimano.
 
C’è n’è abbastanza per capire che è necessaria un’inversione di rotta e che bisogna dare ascolto alle parole di Gramsci. Noi, almeno, lo abbiamo capito. Per questo ci battiamo per un partito autenticamente comunista, alternativo al centro-destra e al centro-sinistra, il quale sia presente, innanzitutto, nelle lotte sociali, si conquisti la fiducia dei lavoratori e delle classi subalterne. Solo così potrà aspirare a rientrare a testa alta in Parlamento, senza compromessi inutili e deteriori, per trasformare le istituzioni in sedi del conflitto sociale, per sfruttare le contraddizioni del sistema capitalistico al fine di abbatterlo. Ci rendiamo conto che si tratta di una prospettiva lontana. Ma è l’unica che possa dare risultati.
 
Ci vengono opposte oggi le stesse, vecchie obiezioni che furono opposte a Gramsci e al gruppo de «L’Ordine Nuovo». Anche noi veniamo accusati non solo dalla destra politica ed imprenditoriale, “fattiva” per autodefinizione, ma anche dai “riformisti” ben educati, anch’essi “responsabili” e “costruttivi”, di pensare ed agire solo in senso negativo. A queste obiezioni stantie ha risposto Gramsci, sempre su «L’Ordine Nuovo» (6-13 dicembre 1919): “Ma questa azione è negativa solo nei rapporti con gli spasmodici e frenetici conati delle classi dirigenti per prolungare la loro dominazione economica e politica: è invece azione positiva, è sforzo erculeo di costruzione e di realizzazione storica se viene inserita nella configurazione generale dell’azione che viene svolgendo il Partito socialista e vengono svolgendo le masse operaie e contadine; ed è anche una interpretazione del momento storico che attraversa il popolo italiano, appunto perché la storia si interpreta, non con le ideologie astratte, non coi concettini ben lisciati e azzimati, ma con l’azione virile e ferma, appunto perché la storia si interpreta attuandone le leggi intime, ubbidendo al suo processo di sviluppo”.
 
E di “concettini” sono piene le pagine economiche dei giornali borghesi odierni, nonché i resoconti dei convegni e dei seminari organizzati non solo da centro-destra e centro-sinistra e dalle loro “fondazioni” di riferimento, ma anche da certa sinistra sedicente “radicale”. Tutti costoro vogliono convincerci che la crisi attuale dipende dalla cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia e si stracciano le vesti per un ritorno “salvifico” all’ “economia reale”. Ma il processo di finanziarizzazione è tipico dell’economia capitalistica e, come tale, non “nuovo”. Scrive sempre Gramsci: “Oggi il governo economico della società umana funziona in forme commerciali (le banche, le borse, i cartelli bancari, i trusts industriali, le Camere di commercio, la rete delle centrali di speculazione capitalistica) determinate dal modo di proprietà capitalistica. Le forme in cui deve funzionare il governo della produzione comunista sono determinate dal modo di produzione, dal grado di sviluppo tecnico del lavoro e dell’apparato di produzione”. Solo una società comunista può assicurare il ritorno all’ “economia reale”.
 

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