www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 15-11-10 - n. 340

da www.contropiano.org/Documenti/2010/Novembre10/15-11-10ComunistiAzionePropulsiva.htm
 
I comunisti possono svolgere una funzione propulsiva e unitaria
 
di Massimiliano Piccolo *
 
Da molto tempo avvertiamo tutti l’esigenza di un confronto franco che metta veramente a fuoco i problemi in cui si dibatte la sinistra italiana.
L’iniziativa di oggi vuole essere l’inizio (se possibile e senza forzature sui tempi e sulle forme) di un percorso comune; percorso che è polarizzato tra l’ oggettività del momento storico che stiamo vivendo e la soggettività delle forze della sinistra anticapitalista che sono politicamente indipendenti (o che dovrebbero esserlo).
All’interno delle quali forze, noi pensiamo, i comunisti possano e debbano svolgere un’importante funzione propulsiva e di sollecito anche unitariamente.
Per questo, come Rete dei Comunisti, abbiamo lanciato un appello affinché “la rappresentanza politica degli interessi dei lavoratori agisca in modo sia coerente sia indipendente dalla camicia di forza del bipolarismo indotta da una pessima legge elettorale. Un appello esteso a tutti i livelli, non escluso quello elettorale, a cominciare dalle aree metropolitane dove la prossima primavera sono previste le elezioni amministrative e – qualora si realizzi tale scenario – anche in caso di elezioni politiche generali.” Su quest’opzione vogliamo aprire anche a Catania e, più in generale, in tutta la Sicilia, un confronto con tutte le realtà della sinistra anticapitalista e con le organizzazioni comuniste per verificare quali valutazioni, quali convergenze e quali proposte concrete sono praticabili nei prossimi mesi.
Al confronto di oggi, alcuni (come i compagni di Sinistra Critica), per ragioni personali, non hanno potuto partecipare ma ci hanno rinnovato la loro disponibilità al dialogo. Prime assemblee di discussione, infatti, si sono già svolte: il 27 ottobre a Roma, il 28 a Pisa e, nella prima settimana di novembre, a Bologna e in Campania.
Quest’iniziativa vuole essere, anche, un invito rivolto a tutti i presenti a entrare, con gli interventi, nel merito delle questioni che saranno avanzate.
 
La prima domanda o il punto di partenza è su cosa costruiamo questo percorso.
Ri-definire, infatti, l’identità comunista (non nel senso di cercarne una nuova ma in quello di ri-prendere una riflessione, da troppo tempo ormai interrotta, sulla funzione e sulla storia del movimento comunista) contribuisce in maniera decisiva anche a illustrare i fini, gli obiettivi del percorso stesso che vogliamo mettere in campo. Riflessione che, a dire il vero, la Rete dei Comunisti ha già avviato sin dalla sua prima assemblea nazionale nel 2002.
Per questa ragione, come Rete dei Comunisti, abbiamo pensato d’invitare, non solo le forze politiche della sinistra anticapitalista e le forze comuniste ma anche le associazioni culturali d’ispirazione marxista, quelle sociali e sindacali che, le prime attraverso l’elaborazione teorica e le seconde attraverso la difesa degli interessi materiali dei lavoratori, hanno a cuore la transizione a un modello sociale e politico radicalmente alternativo al regime capitalistico nel quale, in Occidente, queste forze di cambiamento operano.
L’espressione ‘Occidente’ è qui utilizzata unicamente al fine di evidenziare come il nostro problema sia qui e ora; e che bisogna guardare ad altre esperienze sparse nel pianeta senza appetiti acriticamente emulativi ma, anche, senza sufficienza.
Più precisamente: per quanto ci riguarda viviamo politicamente nel pieno di una crisi della borghesia italiana. Chi segue il dibattito che la Rete dei Comunisti ha lanciato su Contropiano già conosce i punti attorno ai quali ruota il nostro ragionamento.
Schematicamente:
1)l’attuale governo Berlusconi si sta rivelando paradossalmente un ostacolo per il processo di normalizzazione capitalistica che i grandi gruppi industriali e finanziari chiedevano per l’Italia confidando anche nel processo d’integrazione europea;
2)lo scontro nasce, dunque, all’interno della stessa borghesia italiana e solo in seguito prova a investire e a cooptare i partiti della sinistra nati dopo lo scioglimento del PCI, così come con i sindacati e i movimenti d’opinione che difendono la Costituzione repubblicana.
I grandi gruppi del capitalismo italiano, cioè, hanno promosso l’avvento dell’ Euro e dell’unione Europea in quanto strumento idoneo, anche in Italia, per dotarsi di una vera dimensione multinazionale e per realizzare la modernizzazione capitalistica del Paese cui lavoravano dagli anni Ottanta. A questa prospettiva si sono opposti i settori legati alla micro e alla media impresa. Mentre i grandi gruppi capitalistici hanno sostenuto i governi di Maastricht ed anche i due governi Prodi, quei settori a maggiore rischio di marginalizzazione hanno, invece, trovato in Berlusconi e nella Lega la rappresentanza politica dei loro interessi materiali. Tutto questo mentre la crisi economica mondiale della globalizzazione capitalistica li marginalizza tanto quanto i grandi gruppi capitalistici. Questa divaricazione interna alla borghesia nostrana non poteva non avere ripercussioni politiche: come hanno dimostrato l’onnipresenza di Montezemolo, il dinamismo della Marcegaglia e la recente rottura di Fini con Berlusconi.
Il rischio principale, quindi, per i comunisti e, più in generale, per la sinistra anti-capitalista del nostro Paese, non è il governo Berlusconi in sé che, non è necessario rilevarlo, è comunque uno dei più reazionari della storia della Repubblica, quanto la rinuncia a qualsiasi opzione politica indipendente.
In questo quadro, di sfacelo generale del Paese, ai comunisti spetta una responsabilità e una funzione, non solo rispetto alla propria storia, ma, anche, nei confronti della ricostruzione stessa di un’identità democratica e progressista della nazione.
Ebbene: rispetto a questa funzione oggettivamente posta dalla realtà, la risposta non può essere un generico fronte antiberlusconiano. Il fascismo, il sovversivismo delle classi dirigenti, infatti, non si presenterà nelle forme storiche in cui si è già manifestato nel nostro Paese.
 
Già Marx (e cambiamo piano), nelle Lotte di classe in Francia, aveva scritto di due frazioni della borghesia in lotta: la cosiddetta aristocrazia finanziaria e la borghesia industriale propriamente detta. Così, a conferma di quanto sia fondamentale per i marxisti, per i comunisti, il ruolo di un serio lavoro di ricerca teorica e un adeguato strumento di formazione, è bene ricordare come la distinzione marxiana tra capitale industriale e capitale finanziario non è presente nel pensiero borghese, per lo meno nelle forme indicate da Marx. Questo perché il compito fondamentale dell’ideologia borghese è sì quello di mascherare il conflitto materiale attraverso la falsa coscienza, ma anche quello di esercitare una funzione di dominio e di legittimazione dell’ esistente. Quindi se, come spesso diciamo, bisogna riconoscere l’attualità del conflitto capitale/lavoro e che l’essenza del capitalismo –come scriveva Marx- non è produrre merci, bensì plus-valore, allora l’attacco agli operai, il cosiddetto modello Pomigliano, è funzionale al mantenimento dell’equilibrio essenziale del sistema capitalistico. Mentre l’attacco generalizzato al mondo del lavoro salariato, attraverso il precariato e i licenziamenti, è il modo con cui si fa pagare ai lavoratori i costi della crisi del sistema stesso. Ma questo piano oggettivo necessita dell’elemento soggettivo. Ecco, allora, il tema per noi: la recente manifestazione del 16 ottobre supplisce alla mancanza di un adeguato soggetto politico; alle forze della sinistra anticapitalista e ai comunisti il compito di occupare questo spazio lasciato vuoto. Spazio vuoto che ha fatto sì che un’organizzazione sindacale (la FIOM), che deve fare vertenze, non proclami lo sciopero ma indica una manifestazione politica, perché stretta nella contraddizione impostagli da una confederalità concertativa.
Ai sindacati di base, invece, (come ha fatto, ad esempio, l’USB con la manifestazione del 9 ottobre a Torino) il compito d’incalzare la FIOM: perché il fatto che dentro la CGIL, soprattutto dopo l’elezione della Camusso, si rimane dentro il piano delle compatibilità, non elimina la condizione oggettiva di motore della storia incarnata, pur nella sua frammentazione attuale, dalla classe operaia.
Bisogna, dunque, saper cogliere il nesso dialettico che da una parte ha spinto, con parecchie incertezze e difficoltà, a rompere la prima gabbia, quella dell’unità sindacale con CISL e UIL, ma cogliere pure, dall’altra (e soprattutto d’ora in poi) l’altra gabbia che si appresta a calare sul movimento operaio.
Nella formazione di un’opposizione sociale bisogna saper smontare l’apparente unità semplice del mondo del lavoro, perché nella realtà sociale le molteplici differenze (che innervano il corpo del lavoro) sono di fatto riunite e condensate in antagonismi: ciò che è differente non va riduzionisticamente appianato.
Per questo è sbagliato promuovere affastellati comitati che partano dall’ evento del 16 ottobre, cioè da un singolo fotogramma dell’intero processo in atto, da una cristallizzazione fittizia; perché porterebbero acqua al mulino meno di classe e più subalterno: quello rappresentato dall’opzione Vendola integrata nel PD e, quindi, tutta interna alla crisi stessa della borghesia di cui stiamo parlando.
Come si può, infatti, accettare il giogo delle primarie e introiettare (nei fatti) il bipolarismo se l’obbiettivo e l’autonomia?
Se il processo di costruzione della Federazione della Sinistra dovesse proseguire nel solco tracciato, non è più in forse solo l’autonomia dei comunisti e della sinistra anticapitalista nel suo complesso ma, molto più drammaticamente, è in gioco l’esistenza stessa delle forze che, in qualche modo, discendono dalla storia del PCI (o dalla Nuova Sinistra), chiudendo così definitivamente e nel peggiore dei modi quella che era definita l’anomalia italiana. E con essa quanto di progressivo vi è nelle radici della Repubblica democratica e antifascista.
 
Ecco spiegata l’attualità dell’iniziativa di oggi e l’urgenza del nostro appello: affinché, cioè, negli spazi che inevitabilmente apre la crisi della borghesia con le sue crepe si possa costruire una soggettività capace di interpretare i punti posti oggi all’ordine del giorno per i comunisti in Italia. Bisogna, dunque, demistificare la crisi politica interna al centro- destra, soprattutto insistendo sul carattere volutamente fuorviante di un dibattito imperniato sui temi della giustizia o, anche, genericamente etici, e ricondurre, invece, la crisi politica del centro-destra alla sua matrice di classe. Le lotte per il potere interne alla sfera politica, infatti, sono autonome (dal sociale, dall'elemento strutturale) non in senso assoluto ma solo relativamente: in funzione, cioè, di un migliore esercizio dello stesso.
Inoltre: le pesanti ingerenze dell’Unione Europea sulle scelte di politica- economica dei singoli Stati confermano quanto fosse sbagliato teorizzare la fine degli Stati-Nazione che, al contrario, sono più vivi che mai facendo, infatti, pagare ai lavoratori i costi della odierna crisi sistemica del capitalismo spostando consistenti somme di denaro nelle politiche di guerra imperialiste (come insegna la vicenda dell’Afghanistan).
Se, dunque, i governi di centro-sinistra sono stati responsabili quanto quelli di centro-destra delle politiche antipopolari che la crisi di sistema della borghesia ha imposto (scuola, sanità pensioni), l’unità delle forze della sinistra anticapitalista e di quelle comuniste è una necessità, una responsabilità alla quale non dobbiamo sottrarci, ma che va cercata a partire da un riesame critico delle recenti esperienze e attraverso una riappropriazione, non apologetica ma neanche liquidatoria, della propria storia e della storia dei comunisti nel mondo.
Per questo è auspicabile che quest’iniziativa, anche nella nostra città, non rimanga un episodio isolato ma che, al contrario, segni l’inizio di un percorso nuovo nella ricerca dell’indipendenza politica delle forze di cambiamento.
 
* della Rete dei Comunisti. Introduzione all'assemblea dibattito svoltasi a Catania lo scorso 10 novembre "Belusconi è una tigre di carta"
 

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