www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 25-01-11 - n. 348

da www.contropiano.org/Documenti/2011/Gennaio11/25-01-11TunisiaAlbaniaRedazionale.htm
 
Tunisia e Albania. Stanno saltando le filiere della delocalizzazione imperialista italiana?
 
di redazione - Contropiano
 
A guardare lo scenario sembra di sfogliare un carciofo. Foglia dopo foglia, i paesi in cui le imprese italiane hanno delocalizzato negli ultimi quindici anni alla ricerca del proprio “cortile di casa”, sono attraversati da rivolte sociali e scontri politici che ne minano seriamente la “stabilità” e la tranquillità per gli investitori stranieri. Prima la Tunisia, vera e propria diramazione al di là del Mediterraneo per quasi 700 imprese italiane che avevano alle proprie dipendenze quasi 55.000 lavoratori.
 
Poi è toccato all’Albania – altro Eldorado con forza lavoro a bassissimo costo – in cui per ironia della sorte, solo tre giorni prima dei sanguinosi scontri di Tirana il premier Berisha in visita in Lombardia aveva invitato le imprese italiane ad investire di più. In Albania, dalla metà degli anni ’90,si sono installate circa 400 imprese italiane – a proprietà totale o in joint venture – nelle quali lavorano circa 26.000 addetti albanesi “regolari” più alcune migliaia al nero.
 
In Albania i salari di un operaio oscillano tra i 200 e i 250 euro al mese, in Tunisia è di 140/150 euro. La filiera prevalente delle aziende italiane in questi paesi, riguarda settori a basso valore aggiunto il tessile/calzature; materiali per l’edilizia; commercio ed energia.
 
Alcuni anni fa, il vice-presidente della Confindustria, Giuseppe Morandini, ebbe a dire che “L’Italia deve imparare dalla Tunisia per quanto riguarda la tassazione delle imprese”, ciò significa che le imprese straniere non pagano imposte per i primi dieci anni di attività, usufruiscono dell’esenzione dell’imposta doganale e dell’Iva sulle attrezzature importate nel paese.
 
Le condizioni per la delocalizzazione produttiva in Albania, sono via via diventate talmente “vantaggiose” per le imprese italiane che alcune hanno addirittura smobilitato dalla Slovacchia e da Timisoara in Romania per andare ad impiantarsi in Albania.
 
Questo “cortile di casa” con bassi salari, tanta forza lavoro a buon mercato e a disposizione dei “prenditori” italiani, è stato per diversi anni il serbatoio dell’accumulazione di valore aggiunto per le piccole e medie imprese italiane – e per le poche grandi società di utilities - che hanno approfittato della delocalizzazione selvaggia negli anni Novanta. A garantire i loro interessi c’erano i regimi autoritari nel Maghreb e i soldati della NATO nei Balcani (come ebbe a spiegare un ufficiale dell’alleanza atlantica ad un convegno della Confindustria a Forlì). A facilitare i profitti – magari da investire nella bolla finanziaria e immobiliare – c’erano l’evasione fiscale sul territorio metropolitano e le spudorate agevolazioni fiscali per il rientro dei semilavorati dalle filiere della periferia alle case madri in Italia (il Traffico di Perfezionamento Passivo).
 
L’età media in paesi come Tunisia e Albania, è tra i 28 e i 30 anni, ma i tassi di disoccupazione giovanile sono multipli di dieci e la valvola di sfogo dell’emigrazione è stata bloccata dai provvedimenti repressivi dei governi italiani, riducendo così anche “l’ammortizzatore sociale” e la fonte di reddito rappresentati dalle rimesse degli emigrati all’estero.
 
Adesso – ed opportunamente diciamo noi – la festa per il medio-imperialismo e per i “prenditori” italiani sta finendo. In qualche modo la contraddizione tra aspettative e realtà disvelata agli occhi di tutti anche nel nostro paese, è esplosa socialmente e politicamente e si è estesa alla periferia produttiva integrata con esso: la Tunisia e l’Albania ne sono l’esempio. Pensare di cavarsela ancora con il falso mito degli “italiani brava gente” è una illusione che non sta morendo solo nella guerra sulle montagne e nelle pietraie dell’Afghanistan.
 
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