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- osservatorio - italia - politica e società - 27-06-11 - n. 370
Perché plaudono le approssimazioni finali di Draghi?
di Tiziano Tussi
Mario Draghi dalla Banca d’Italia a quella Centrale europea. Il passaggio, certificato in questi giorni, è importante per l’uomo e per il nostro Paese. La sua permanenza alla Banca d’Italia viene dopo il periodo, che possiamo definire almeno oscuro, di Antonio Fazio, finito male, indagato e processato e condannato a quattro anni di reclusione per illecite pratiche finanziarie.
E’ utile perciò andare a leggersi ciò che ha detto Draghi nell’ultima riunione assembleare cui ha partecipato come Direttore della Banca centrale italiana, il 31 maggio. Lì ha tracciato il quadro della situazione finanziaria in Italia, con digressioni in diversi campi della politica a e dell’economia in generale. Discorso tenuto agli azionisti della Banca d’Italia, alle autorità politiche, militari e finanziarie; ai sindacati ed alla Confindustria.
E la sua relazione è piaciuta a tutti. Basterebbe leggere Galapagos, e cioè Roberto Tesi, un giornalista economico che si firma con questo pseudonimo ne il manifesto. Anche lui, come Draghi, allievo di Federico Caffè, professore universitario romano scomparso improvvisamente la notte del 15 aprile 1987[1], mai più ritrovato. L’articolo sul quotidiano citato è del 1 giugno. Galapagos ci dice che tranne “Che Guevara è difficile trovare governatori di banche centrali comunisti”. Quindi, aggiunge, che volete tenetevi questo campione del liberismo pulito e decente. Del resto Draghi piace anche alla CGIL, piace anche a Vendola, anche se questo non fa testo.
Proviamo a fare un discorso, non certo di classe, comunista, così come ci suggerisce Galapagos, ma solo di buon senso logico leggendo le parole di Draghi. Forse qualcuno, che legge Resistenze da tempo, potrà ricordare un mio precedente articolo proprio riguardo Antonio Fazio, Il signor De Lapalisse al potere (da troppo tempo): Antonio Fazio ad Agrigento, del 27 maggio 2003. Bene, al confronto lo stile di Draghi appare molto semplice, quasi dimesso. Non vi sono più visioni illusorie come in Fazio su quello che il futuro dovrebbe essere, e intanto il presente non è mai. La descrizione della situazione è almeno più diretta. Un passo in vanti. Vi sono ad esempio, certamente, come Galapagos ci dice, dato che Draghi non è certo comunista, l’esaltazione del merito e della riduzione degli sprechi: “Il numero delle filiali – della Banca centrale, ndr – è passato da 97 a 58 … [da ] quasi 8.500 persone, siamo a poco più di 7.000…[e più sotto poi si dice ] la compagine del personale è la nostra ricchezza. “ Non si capisce proprio allora perché ridurla (p. 3), ma possiamo passare sopra tali piccolezze.
A pagina 5 si scrive che sono stati fatti passi in avanti per rendere più solido il sistema finanziario – quindi non ci dovrebbero essere più banche che riciclano soldi sporchi della mafia, in Italia e all’estero. Ma viene in mente allora, solo come esemplificazione, il confine messicano-statunitense e cosucce del genere. Avanti! Alla pagina dopo si dice che le SIFI - grandi banche con annesse importanti attività in borsa - possono certo fallire anche se “in modo ordinato”. Cosa vorrà dire in pratica però poco si capisce? Si vuole puntellare la crescita dei paesi capitalistici e alle pagine 11 e 12 si fanno paragoni tra Italia e Francia, soprattutto, a nostro discapito. Senza una parola sul senso della crescita. Di quale tipo e con che modelli e pratiche industriali e agricole?
A Draghi interessa solo la produttività e il ritorno al consumo. Certo poi parla anche dell’adeguamento a sistemi più moderni di lavoro, alla riduzione delle tasse per individui ed imprese, compensate dalla lotta all’evasione fiscale. E’un peccato ricordare a Draghi che le tasse sono una ben dura realtà mentre la lotta all’evasione un elemento probabilistico. Ma questo va bene, piace ai sindacati ed alla Confindustria, che notoriamente sbava per alzare il livello di legalità in azienda. E lo si vede, ad esempio, dal sincero rincrescimento che appare ogni volta un lavoratore muore sul posto di lavoro – ci ricordiamo della Thyssen, non è vero? Sono altri in ogni modo i punti davvero discutibili.
A pagina 12 Draghi ci dice che “occorre proseguire nella riforma del nostro sistema d’istruzione, già in parte avviato, con l’obiettivo di innalzare il livello di apprendimento ecc. ecc.” Draghi, che a scuola c’è stato, non si è reso conto che il livello di apprendimento della scuola in Italia era decente e sono state proprio le ultime riforme, alla fine, quella della Gelmini, che hanno completato l’opera di distruzione della scuola pubblica? Si é reso conto che sia nei livelli pre universitari che universitari si cerca, da parte di una percentuale non maggioritaria di insegnanti, di tenere alto il senso della cultura e dell’apprendimento, mentre d’altro canto, proprio nelle riforme già avviate si fa di tutto per ridurre al silenzio proprio la decenza nell’insegnamento? Come può affermare tranquillamente che occorre, per fare bene, proseguire sulla strada già aperta?
Altro punto. Per i lavori pubblici: non si è forse reso conto che non è proprio a causa della mancanza della concorrenza, che per lui non c’è nel settore dei servizi – p. 12 – ma forse a causa della mafia, e similari, che le cose non vanno molto bene. Non ha almeno letto quei due libri dei giornalisti del Corriere della Sera, Stella e Rizzo che si intitolano La casta e La deriva[2]. Bastano queste due inchieste per vedere accendersi una lampadina nel cervello, lampadina che pare non si sia accesa nelle sue analisi. Si accorge che è anche l’incidenza della politica, e del suo circo di affamati mai sazi, che il resto del Paese soffre? Qualcuno glielo può dire?
Altri passaggi: si lamenta che le donne lavorano poco e male; i servizi sociali dovrebbero essere quantitativamente più presenti sul territorio. Non si capisce poi chi debba finanziare e gestire tali servizi, forse la concorrenza tra pubblico e privato? E perché le donne siano pagate meno degli uomini dalle imprese che Draghi tanto incensa? Imprese che plaudono alla relazione. Semplice sarebbe allora da parte delle stesse rimediare: pagare immediatamente di più le donne al lavoro! Quando lo faranno? Ed ancora: le aziende sono troppo piccole. Anche se poi riconosce che la crisi internazionale in Italia è stata ammortizzata dalle famiglie e dalle piccole aziende – p. 14. Stesso discorso buonista per i contratti a tempo determinato. Forza una mano sul cuore. Ci si avvia alla fine del discorso con l’elencazione di un’agenda di doveri ancora da assolvere, con stile diverso da Fazio, ma sostanzialmente con falso ( ?) idealismo. L’analisi della situazione economica del nostro Paese chiude con un "torniamo alla crescita" (p. 19).
Ora è chiaro che a Fini tali punti possano andare bene, e lo stesso lo ha già dichiarato pubblicamente, non abbiamo certo difficoltà a pensarlo. Ma che anche il sindacato di sinistra, la CGIL, possa applaudire a tanta approssimazione, vera o falsa che sia, e a tante buone intenzioni, non nuove né sconvolgenti, che sono messe le une accanto alle altre senza scavare nel profondo del nostro sistema economico, ci sembra troppo.
Certo non è Che Guevara, ma neppure le fette di salame sugli occhi debbono essere sempre ben riposte sull’apparato visivo. Ripeto: sprechi dei politici, organizzazione delinquenziale diffusissima sull’intero territorio nazionale, crisi culturale di troppe istituzioni nel paese, precarietà e/o assenza di lavoro dovrebbero fornire la traccia di lavoro di una seria riforma economica. Servirebbe per non stare sulle nuvole delle intenzioni a venire, mai giunte a realizzazione concreta.
[1] Da leggere almeno a proposito: Ermanno Rea, L'ultima lezione, Einaudi, Torino (1992)
[2] Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella, La casta, Rizzoli, Milano, 2007; idest, La deriva, Rizzoli, Milano, 2008.
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