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Privatizzazioni e finanziarizzazione nell'area metropolitana di Roma
 
17/06/2012
 
Relazione di Mila Pernice al Forum dei Comunisti del 16 giugno su "La metropoli come merce".
 
Nella conclusione dell'appello di convocazione di questo Forum abbiamo ripreso un passaggio dal libro di David Harvey "Città ribelli", facendo nostro l'interrogativo che l'autore stesso pone ai suoi lettori: "come si mobilita una intera città"? Per cominciare a dare risposte a questa domanda, occorre innanzitutto capire a fondo che tipo di contraddizioni si concentrano nelle "città globali" e, nello specifico, nella città di Roma.
 
Parallelamente alla necessità di porre sotto alla lente le dinamiche economiche e sociali nel cuore del polo imperialista europeo, che rappresenta il punto più avanzato dello sviluppo, allo stesso modo è necessario comprendere il tessuto entro cui il nostro agire politico prende forma laddove più alta è la concentrazione territoriale della produzione.
 
Come agisce, dunque, sul terreno della metropoli, questa alta concentrazione di capitali che mette a profitto ogni luogo dello spazio e del tempo? Qual è l'elemento nuovo che introduce la lettera di Draghi e Trichet inviata a Berlusconi nell'agosto 2010 a nome della Bce, quando si fa riferimento in particolare alla necessità di "privatizzazioni su larga scala" nella fornitura dei servizi locali?Come si traducono le politiche di privatizzazione alla luce dei "patti di stabilità europei" e dei nuovi blocchi di potere economico che agiscono nei diversi paesi? Ebbene, sembra ormai chiaro che le imposizioni dell'Unione Europea e della BCE costringano gli Enti Locali a ricorrere in modo spericolato alle politiche di privatizzazione e di finanziarizzazione.
 
Le privatizzazioni
 
Nella competizione con i capitalismi internazionali e dunque nel suo tentativo di emancipazione da una condizione di marginalità che è stato spiegato nell'introduzione, è evidente come in maniera sempre più accentuata, nella città globale di Roma, il capitalismo italiano stia intervenendo pesantemente su quella che è la sua linfa vitale, ossia, appunto, sul terreno delle privatizzazioni. Già negli anni '90 è stato avviato il passaggio di proprietà dal pubblico al privato in modi diversi, con la cessione da parte dello Stato di quote di controllo, cessione di aziende e rami d'impresa, cessione di quote di minoranza, cessione di immobili. Se, a livello nazionale, era l'espressione del sostegno della classe governativa al capitalismo italiano, a livello locale era, ed è, l'espressione del sostegno che le amministrazioni locali garantiscono ai "prenditori" della nostra città. E che non risparmia, anzi, ha preso ad accanirsi sui servizi essenziali, come la gestione dei trasporti, della sanità, dell'acqua, della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti.
 
Non parliamo di politiche che durano lo spazio di una legislatura o legate ad una parte politica che detiene il potere in un dato momento storico, ma di strategie profonde, che rappresentano gli interessi di blocchi sociali duraturi. Tant'è che l'avvio delle privatizzazioni a Roma è stato dato dalla giunta di centro-sinistra di Rutelli, nel '97, quando si tentò di contrastare la scelta di privatizzare Acea e la Centrale del Latte con un referendum promosso dai settori popolari e di base di questa città, e da quel momento in poi la politica delle privatizzazioni ha attraversato indistintamente tutte le successive consiliature.
 
Proprio il caso di Acea è esemplare: la delibera 32, in discussione in questi giorni nell'Aula Giulio Cesare, prevede infatti l'ulteriore vendita del 21% delle quote da parte del Comune ai privati. E' chiaro che la ulteriore cessione delle quote pubbliche di Acea non porterà a un miglioramento qualitativo del servizio idrico e energetico o all'aumento dell'occupazione, mentre è altrettanto chiaro che porterà ad un maggiore volume di utili che gli azionisti potranno rilevare, intervenendo anche sull'aumento delle tariffe del servizio.
 
Il progetto della holding, intanto, se andrà in porto con l'attuale o con la prossima consiliatura, sarà il volano per la privatizzazione delle altre aziende municipalizzate romane e già quotate in Borsa, Ama e Atac, i cui bilanci sono affossati da anni di clientelismi e di mala gestione. L'aumento delle tariffe Atac non servirà di certo a sanare il bilancio, ma andrà a vantaggio delle banche, visto che negli anni il trasporto pubblico ha acceso mutui senza i quali non si sarebbe potuto finanziare.
 
Qual è l'elemento nuovo, nell'epoca della crisi sistemica del modello capitalista e della centralizzazione, nell'ambito del blocco europeo, delle politiche economiche che hanno l'obiettivo di "rassicurare i mercati" e di salvare le banche?
 
La finanziarizzazione
 
Parliamo senza dubbio di processi di investimento ad esclusivo connotato finanziario-speculativo, che vanno dunque a discapito degli investimenti produttivi nell'economia reale. E dei bilanci comunali (in molti ricorderanno lo scandalo dei Buoni Ordinari del Comune - cui a Roma ricorse l'allegra finanza della Giunta Rutelli, come a Napoli la Giunta Bassolino - che portarono il Comune ad acquistare derivati dalle banche che facevano "la cresta" con costi occulti).
 
Prevale, dunque, una logica speculativa, quella del capitalismo "selvaggio" all'interno di dinamiche staccate, anzi contrapposte, al quadro economico politico generale, che persegue unicamente la logica di massimizzazione dei profitti. Una logica che prevale sempre sul fattore produttivo lavoro, sull'interesse sociale collettivo e che, anzi, crea le condizioni di contrazione degli investimenti produttivi a favore dell'aumento della disoccupazione e, in genere, di alti costi sociali.
 
Lampante è l'esempio del terzo settore, quello delle cooperative che erogano servizi sociali di assistenza e sostegno per minori, anziani e persone disabili: a partire dalla delibera 281/2010 (meglio nota come "pro-soluto") la Giunta Alemanno ha infatti "istituzionalizzato" i ritardi con cui il Comune paga le cooperative sociali, con un meccanismo che obbliga le cooperative a rivolgersi alle banche per ottenere intanto quanto necessario a pagare gli stipendi e a non interrompere i servizi, di fatto destinando una quota rilevante di fondi pubblici per i servizi sociali alle banche stesse, cui naturalmente le cooperative sociali devono pagare alti tassi di interesse. Giustamente i rappresentanti delle cooperative la definiscono "privatizzazione dei costi relativi agli interessi passivi di un debito che in realtà è del Comune, scaricati sugli organismi del Terzo Settore impegnati nella realizzazione di servizi sociali essenziali». Un modo, in poche parole, per dare alle banche la possibilità di tenere letteralmente per i collo il Terzo Settore.
 
La stessa vendita del patrimonio immobiliare sta portando da anni nel baratro della speculazione finanziaria gli inquilini affittuari degli Enti previdenziali privatizzati (Enasarco, Enpaia, Enpam, Enpaf, Enpav …) che in moltissimi casi hanno conferito il propriopatrimonio ai Fondi immobiliari, naturalmente senza riconoscere il diritto di prelazione agli inquilini: decine e decine sono le famiglie tagliate fuori da processo di cartolarizzazione, perché non in grado di affrontare gli spropositati aumenti dei canoni da versare al gruppo di investitori, divenuti i nuovi proprietari grazie al diritto di compravendita acquisito con l'acquisto delle obbligazioni. Mentre le banche, che anticipano il valore degli immobili cartolarizzati, ci guadagnano ovviamente con gli interessi.
 
C'è un altro aspetto molto interessante che riguarda il settore immobiliare e gli appetiti di speculatori e finanzieri: la continua cementificazione che, attraverso i cambi di destinazione d'uso grazie agli accordi di programma in variante al piano regolatore, sta ridisegnando il volto di interi quartieri metropolitani, mentresivantano interessi generali (pensiamo al cosiddetto social housing) che in realtà nascondono gli interessi dei costruttori privati. Fin qui, si potrebbe obiettare, nulla di nuovo: il dato significativo rispetto al nostro ragionamento sulla finanziarizzazione, riguarda il fatto che tante costruzioni risultano invendute. Questo vuol dire che non si utilizza più la rendita fondiaria per abbattere i costi di costruzione, e che il costruito invenduto non serve ad altro che a fare da garanzia per nuovi investimenti finanziari. Si affacciano, dunque, sul mercato immobiliare e non solo, nuove figure di imprenditori, che hanno più dimestichezza con i giochi finanziari che con i piani industriali.
 
Vecchi e nuovi prenditori
 
E' in atto, possiamo dire, una vera offensiva allo stato sociale per la tutela degli interessi del capitalismo finanziario, degli immobiliaristi e dei titolari di rendite. E' così che, accanto ai ben noti speculatori romani, Caltagirone, Mezzaroma, Cerroni, si impongono con forza gli interessi delle banche e delle multinazionali.
 
Nell'ultimo vertice IBAC di marzo, nel quale veniva esplicitato che "la crisi economica obbliga le amministrazioni a ridurre sempre più gli investimenti pubblici a vantaggio di quelli privati", veniva segnalato il supporto di Roma City Investment, che è (cito dal sito ufficiale) "l'Agenzia di sviluppo locale di Roma Capitale". La stessa, si precisa, "monitorerà il Piano strategico di sviluppo di Roma Capitale" che a sua volta "delinea il processo di trasformazione della Città con l'obiettivo di rendere Roma competitiva al pari delle altre capitali mondiali". Tra i vari progetti in campo, il Waterfront di Ostia e il famigerato "Programma di riqualificazione di Tor Bella Monaca", interamente finanziato con fondi privati per 1 miliardo e 45 milioni di Euro.
 
L'amministrazione di questa città ha messo a disposizione degli investitori - è scritto sul documento conclusivo dell'IBAC - 8 miliardi e 300 milioni di Euro, dei quali 7 miliardi per l'attuazione di progetti in project financing, ossia attraverso quel sistema che permette ai privati di finanziare opere pubbliche e quindi di gestirle, di trarne profitto e di determinarne le tariffe. Ebbene, al vertice IBAC le sanguisughe della messa a profitto di Roma Capitale sono proprio presidenti, amministratori delegati e general manager delle più importanti aziende italiane e multinazionali del mondo, tra cui 11 italiane e 29 straniere (Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Spagna, Germania, Svizzera, Cina e Russia). Tra esse la Coca Cola, la Ford, Google, IBM, Yahoo. E le banche: BNL, Santander, UBS, Unicredit.
 
Abbiamo di fronte, dunque, un "nuovo" sistema di accumulazione che evidentemente non può trasformarsi in processi di redistribuzione e di utilità sociale generale ma che, al contrario, continuerà a drenare enormi risorse dall'economia produttiva all'economia finanziaria. Si tratta di un ciclo fortemente speculativo, in cui il denaro investito si accresce senza passare attraverso alcun intermediario produttivo: non c'è trasformazione del capitale in mezzi di produzione ma prevale l'investimento finanziario. La finanziarizzazione acuisce la disuguaglianza perché la ricchezza realizzata si indirizza sempre meno al fattore lavoro (sottoforma di salario diretto, indiretto e differito) spostandosi verso il fattore capitale come surplus finanziario.
 
Il nostro agire politico dentro la città-merce
 
Per chiudere torniamo al noi, al nostro agire politico in un quadro che sta per avere un fortissimo impatto sull'area metropolitana di Roma. Riprendiamo dunque la domanda posta da David Harvey che citavamo in apertura: "come si mobilita una intera città"? Lo facciamo, però, affiancandola ad altri interrogativi, forse ancora più importanti: attorno a quale obiettivo strategico dobbiamo mobilitarci e mobilitare la città? Come ricadono le privatizzazioni e la finanziarizzazione sul blocco sociale, sulla classe lavoratrice, sulla collettività, sul reddito?
 
E' chiaro che gli effetti della mercificazione della città hanno un impatto più pesante sulla periferia, nei quartieri marginali, laddove si concentrano i soggetti sociali a basso potere d'acquisto, ma è vero anche che le molteplici contraddizioni che insistono sul territorio possono aprire ad ipotesi di forte mobilitazione e di trasformazione.
 
E' proprio dall'obiettivo strategico della trasformazione che il nostro agire politico, all'interno del contesto attuale della città-merce, non può prescindere. Non basta, dunque, l'opposizione meccanicistica al costo dei servizi e al furto del salario indiretto, non basta la pur giusta battaglia contro la svendita delle risorse e del patrimonio pubblico senza che tali lotte siano indirizzate alla ripubblicizzazione dei beni primari, dei servizi, dello spazio e del tempo della nostra città. Senza che, in altre parole, ci si ponga in una prospettiva anticapitalista che ponga al centro l'interesse collettivo.
 
Perché come la crisi finanziaria non è che la punta dell'iceberg della crisi sistemica del modello capitalistico, così le mani dei privati, dei poteri forti, e del capitale finanziario sulla città di Roma non sono che un aspetto del tentativo del modo di produzione capitalistico di continuare a creare plusvalore e accumulazione. Qualunque forma di conflittualità sociale che ometta dal suo orizzonte strategico l'obiettivo anticapitalista difficilmente potrà compiere passaggi davvero significativi nel senso della trasformazione.
 

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