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- osservatorio - italia - politica e società - 02-01-13 - n. 435
L'agenda Monti fa intravvedere un salto all'indietro
Domenico Moro
27/12/2012
Presentando la sua agenda di governo, Monti ha citato un editoriale di ottobre di The economist, autorevole voce del capitalismo internazionale, all'interno della cui proprietà è anche la Fiat. In questo editoriale si diceva che le disuguaglianze, sebbene positive perché "incentivano a lavorare duro e ad assumere rischi", sono ormai arrivate al punto da mettere in forse la crescita. Per ridurle c'è bisogno di "nuove forme di politiche centriste radicali", che incarnerebbero un "nuovo e vero progressismo". Monti si propone come l'interprete italiano di questo nuovo progressismo.
In realtà, di progressismo e di centrista c'è poco nell'agenda Monti, mentre c'è molto di radicalismo economico di destra e, sebbene Monti abbia fatto della credibilità la sua bandiera, l'impianto rasenta l'incredibile. Le misure prospettate sono una accentuazione di quelle che hanno portato, tra 2011 e 2012, la crescita economica (-2,2%) e la contrazione della produzione industriale (-4,8%) al livello più basso tra i Paesi avanzati, portando invece ai livelli più alti la disoccupazione (11%) e la popolazione residente a rischio povertà o esclusione sociale (28,4%).
Il punto di partenza è che la politica economica italiana è fatta dall'Europa: "L'Italia deve confermare il proprio impegno al rispetto delle regole di disciplina delle finanze pubbliche e ad assumere le raccomandazioni specifiche che la Ue rivolge ogni anno all'Italia come parametri di riferimento della formulazione per la sua politica economica". Nel concreto, bisogna rispettare il pareggio di bilancio inserito in Costituzione, e soprattutto, a partire dal 2015, ridurre il debito di un ventesimo all'anno fino ad arrivare al 60% sul Pil.
In primo luogo, ci sarebbe da chiedersi quale sia la teoria economica che imponga il debito pubblico proprio al 60% come base per crescere. In secondo luogo, dal momento che il debito pubblico italiano attuale è di 2.014 miliardi di euro, pari al 126% sul Pil, il 60% equivale a più di mille miliardi ed un ventesimo a più di 100 miliardi. Attuare risparmi per più di 100 miliardi annui e per dieci anni, in un contesto in cui si prevede per il futuro, nel migliore dei casi, un crescita molto bassa e probabili ricadute nella recessione, è pura fantasia.
Ogni anno andrebbe raggiunto un attivo di bilancio pubblico di almeno il 6-7%, senza considerare gli interessi per il debito. Nel 2012, per arrivare ad un saldo primario del 2,6%, ci siamo svenati. Come si riuscirebbero a rastrellare questi soldi? Pensiamo che la controriforma delle pensioni genera appena 2,2 miliardi all'anno di risparmio nei prossimi dieci anni. Eppure, si tratta di una stretta durissima che porta l'età pensionabile minima a 67 anni, al livello massimo in Europa, di due anni superiore a quella degli anni '30 del secolo scorso.
È evidente che la strada potrà andare solo in una direzione: praticare insieme tagli drastici alla spesa sociale e ulteriori aumenti delle tasse. Come nel caso dell'Imu che, grazie all'aumento delle aliquote e alla sua introduzione sulla prima casa, è passata dai 9 miliardi del 2011(Ici) ai 24 miliardi del 2012, con aumento degli introiti più alto delle aspettative di almeno due miliardi. Certo la soluzione non può venire dalla riduzione dei costi della politica e dalla "decisiva" riduzione delle auto blu che Monti rivendica con orgoglio. Né è credibile la riduzione delle imposte promessa da Monti, che, se facciamo attenzione, è in realtà rivolta alle sole imprese. Anche meno imposte sui salari vuol dire meno Irap per le imprese, cioè meno contributi alle spese sanitarie, come si è visto quest'anno.
No, il vero obiettivo è l'istruzione, quasi 60 miliardi di spese, e soprattutto la sanità, che rappresenta con i suoi 112 miliardi di spese per consumi finali più di un terzo dei consumi pubblici. Neanche le pensioni saranno indenni da nuovi ritocchi, visto che dal prossimo anno andrà in vigore lo stabilizzatore automatico dell'aggancio delle pensioni alle aspettative di vita. Un aspetto centrale dell'agenda Monti riguarda il mondo del lavoro, a proposito del quale dice che bisogna spostare il baricentro dalla contrattazione collettiva verso quella aziendale e che non si può tornare indietro rispetto alle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro. L'una, però, provocherà un aumento strutturale della disoccupazione tra i lavoratori più anziani, che hanno maggiori difficoltà a trovare nuovi impieghi, l'altra diminuirà i salari d'ingresso con l'introduzione dell'apprendistato e soprattutto ridurrà la durata e l'entità dei sussidi di disoccupazione.
Con questi presupposti, parlare di lotta alla povertà, e di promuovere "l'invecchiamento attivo" è ridicolo e ipocrita. Così come lo è parlare di salvaguardare la famiglia e di portare il tasso di occupazione delle donne al 60% . Dove stanno i fondi per i servizi alle coppie con figli? Dove sono i posti di lavoro che dovrebbero occupare giovani, donne e ultra sessantacinquenni? Il vero obiettivo dell'agenda è aumentare l'offerta di forza lavoro, che, in presenza di una richiesta da parte delle aziende e dello Stato che si contrare, porta alla diminuzione strutturale dei salari e al lavoro precario e parziale.
Altro che nuovo e vero progressismo, l'agenda Monti fa intravvedere un salto all'indietro fino all'Italia dei nostri nonni o bisnonni, fatta di lavoratori sottoccupati, con più poveri, più vecchi senza assistenza e con sempre meno bambini. E soprattutto con sempre maggiori disuguaglianze.
Pubblico giornale - dicembre 2012 - pubblicogiornale.it
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