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- osservatorio - italia - politica e società - 05-06-13 - n. 456
La condanna di un atto non violento
Enzo Pellegrin *
05/06/2013
Nelle democrazie borghesi la magistratura riveste, quanto a prestigio, stipendio, privilegi e status sociale ad essa riservato, quasi la stessa posizione delle massime cariche elettive assembleari, deputati e senatori.
Qualche giornalista aveva addirittura condotto un'inchiesta per stigmatizzare gli abusi che necessariamente promanano da una siffatta posizione di privilegio, soprattutto se slegata da ogni legittimazione o controllo dal basso, anche pur formale. Nella quarta di copertina del libro di Stefano Liviadotti "Magistrati, l'ultracasta" si scriveva nel 2009: "Vostro Onore lavora 1.560 ore l'anno, che fanno 4,2 ore al giorno. Ma, quando arriva al vertice della carriera, guadagna quasi il quintuplo degli italiani normali. Gli esami per le promozioni sono una farsa: li supera il 99,6 per cento dei candidati". Da quegli anni, acqua sotto i ponti ne è passata molta, ma la situazione non è sostanzialmente cambiata.
Questa indubbia situazione di privilegio non è solo dovuta ad una patologia del sistema, nè si giustifica con la difficoltà del lavoro svolto: spesso profilare alle macchine utensili un pezzo di micro meccanica comporta abilità tecniche ed intellettuali coniugate ad una capacità manuale da chirurghi che supera di gran lunga quelle necessarie alla conduzione di molti processi.
Il piedistallo sul quale nelle nostre democrazie collochiamo la magistratura ha tra le sue varie ragioni sicuramente la condivisibile aspirazione a che l'arbitro dei destini umani, colui il quale può duramente incidere sul bene più prezioso della libertà, sia sereno, indipendente, ma soprattutto che i suoi atti, pur scomodi, non possano essere oggetto di ritorsione da parte dei più grossi poteri ed interessi che possano dirigere lo stato ed esercitare la propria dittatura sulla società ed economia, sull'apparato burocratico, tra i quali vi è la magistratura stessa. Questa posizione di privilegio dovrebbe fornire al giudice quel coraggio che da solo ed in situazioni normali egli non si può dare.
Quanto questo sia in pratica velleitario, lo dimostra l'esperienza storica.
L' indipendenza del giudice dai condizionamenti esterni non dipende dal ruolo di irresponsabile che la costituzione confeziona, bensì dalla sua estrazione sociale e dalla visione della sua classe, che è appunto quella di una condizione di privilegio e di "non condivisione" delle enormi contraddizioni sociali che attanagliano duramente le classi povere italiane. Chi pontifica sulla indipendenza politica della magistratura dovrebbe riflettere sulle vicende processuali del primo dopoguerra, quando, con ironia e gusto gattopardesco, fu designato presidente della Corte Costituzionale il signor Azzariti, ex presidente del tribunale della razza... (le minuscole sono volute).
Se è vero che non mancano esempi contrari, è altrettanto vero che sono rari i casi in cui i giudici italiani si allontanano dalla prospettiva accusatoria fornita, a volte in modo assolutamente discutibile, dal Pubblico Ministero.
Uno dei fatti storici che desta stupore ed induce a farsi domande sul punto è rappresentato dalla sentenza emessa il 4 giugno scorso dal Tribunale di Torino nei confronti di un gruppo di manifestanti Notav, imputati di resistenza a pubblico ufficiale, all'interno della manifestazione contro le trivelle site nell'autoporto di Susa.
La prova principe del processo riposava su di un video prodotto dal Pubblico Ministero e fornito dalla Polizia. In esso non si vedeva un solo manifestante protagonista di un atto di violenza nei confronti dello sbarramento di Polizia antisommossa, anzi: all'avvicinarsi dei primi manifestanti del corteo si vede l'improvvisa carica violenta della Polizia, manifestanti caduti, alcuni feriti, alcuni che si prodigano nel raccogliere la neve per medicarli. Le testimonianze degli agenti e dei funzionari di Polizia sono state contraddittorie tra loro, palesemente insufficienti e soprattutto non confermate dalla realtà filmata, da essi stessi portata al materiale d'accusa.
Nel corso del processo è altresì emerso come la collocazione improvvisa di uno sbarramento di polizia sulla direzione percorsa del corteo fosse inutile alla protezione delle trivelle, dal momento che il percorso dei manifestanti non poteva per nulla minacciare ed entrare in contatto col cantiere delle trivelle. Soprattutto emergeva dai documenti che la collocazione in quel luogo dei reparti mobili veniva presa in difformità dalle disposizioni impartite dalla Questura, senza alcuna ragione che qui si ritenga valida.
Se dall'esterno un qualunque cittadino vedesse il video portato dalla polizia, concluderebbe che in questo processo i manifestanti, oltre ad aver subito le botte, si sono presi anche una condanna.
Il materiale era ampiamente sufficiente per esercitare quantomeno quel potere del dubbio che il codice riconosce al giudice per fornirgli un altra dose di coraggio e di serenità: se non sei convinto pienamente, assolvi! Dice il codice.
Il fatto che tutte queste cose non siano oggettivamente bastate, induce a porsi altrettanti dubbi sulla serenità o sulla giustezza del giudizio: quale che potrà essere la motivazione, la decisione appare scarsamente condivisibile.
L'appuntamento con la motivazione ci fornirà un'analisi migliore e ci dirà se includere il caso in esame in uno di quelli che sbugiardano l'assioma per cui il giudice, posto sul piedistallo dell'irresponsabilità, sia capace di una visione veramente incondizionata.
* Legale Notav - segretario CSP Partito Comunista Fed. provinciale di Torino.
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