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La satrapia dell'impero

Fabrizio Fasulo | associazioneradioaut.org

17/06/2013

Dopo giorni di incontri, ufficiali e informali, di confronti, di discussioni, di relazioni, di argomentazioni e di riassunti a chi non c'era, credo sia il caso di mettere nero su bianco alcune mie considerazioni circa il "Pride" di quest'anno, circa la partnership dell'ambasciata USA e le questioni che ne sono scaturite.

Tutto ciò anche per tentare di analizzare quanto accaduto, provando a fornire una lettura politica un po' più ampia, che quantomeno tenti di sottrarsi alle troppo asfittiche, e spesso provinciali, prospettive che hanno in questi giorni fatto da contorno alla questione.

Sono consapevole di come tale mia riflessione sia, per l'appunto, individuale e personale (sebbene nasca dal confronto con altri e nonostante esprima un sentire che so essere comune a molti). Negli ultimi giorni, si è assistito a chi non ha perso occasione di pronunciarsi come rapito dalle sacre muse della rappresentanza essenzialistica e identitaria, per cui con estrema facilità ci si è ritrovati ad assistere a prese di posizioni individuali ma rivendicate in nome di intere categorie collettive. Al contrario non pretendo che queste parole vadano al di là di quello che sono. Non pretendo di parlare né a nome delle realtà politiche collettive di cui faccio parte, né tanto meno a nome di intere comunità o categorie sociali delle quali mi guardo bene di spacciarmi per alfiere, portavoce o condottiero. Tuttalpiù posso augurarmi di dare un piccolo contributo ad una riflessione che, visti i temi in questione, non potrebbe non richiedere più voci e variegate e sincere partecipazioni

Vorrei poter contribuire nel fissare alcuni snodi che ritengo importanti, cercando di sfatare il rischio di ulteriori e spiacevoli fraintendimenti, tentando così di stimolare una riflessione su una dinamica che ritengo di enorme rilievo. Una dinamica che stiamo vivendo, dentro cui abitiamo e che contribuisce a dare forma ai nostri giorni politici, alle dinamiche di potere e di senso del nostro tempo

La questione

La presenza dell'ambasciata statunitense al Pride di quest'anno ha innescato tutta una serie di ripercussioni, di discussioni, di prese di posizioni, che hanno un po' animato il clima politico palermitano (a dire il vero abbastanza stantio) in vista del Pride 2013. Le mie riflessioni riguarderanno pertanto la presenza dell'ambasciata USA, il tenore delle argomentazioni e degli atteggiamenti con cui alcuni organizzatori del Pride hanno affrontato la questione e, più in generale, proveranno a fornire una lettura politica un po' più ampia della questione.

La contraddizione più immediata, che a moltissimi è subito saltata agli occhi, relativamente alla presenza USA al Pride palermitano (nazionale) di quest'anno, è stata quella territorialmente, umanamente e dunque anche politicamente, più immediata e cogente: come è possibile accettare una tale partnership, in una terra che sta vivendo, con l'istallazione delle antenne MUOS, l'alienazione della sua sovranità ai fini di un bellicismo imperialista che già dispone prepotentemente di ampie fette di territorio siciliano? Ecco dunque che, nonostante circolasse già da parecchie settimane la notizia della presenza dello Zio Sam tra i partner del Pride e nonostante questa notizia non avesse fatto sorgere tra gli organizzatori alcun evidente e tangibile imbarazzo o comunque alcuna esigenza di affrontare l'argomento, sia partita proprio dal movimento NO MUOS l'iniziativa di un incontro per discutere la questione.

Durante tale incontro sono emersi molti dei punti su cui ora discuterò. Punti che credo chiariscano molto bene la natura di alcune posizioni politiche interne al Pride, sulle quali ritengo si debba riflettere, se si vuole adottare quella visione ampia, quel campo lungo, in grado di mettere a fuoco non solo il particolare immediato, ma anche lo sfondo in cui è collocato, garantendoci così una profondità di campo che credo sia auspicabile.

Inizialmente alcuni degli organizzatori del Pride intervenuti all'incontro hanno tentato di minimizzare il valore politico della presenza USA al Pride. Si sosteneva, infatti, che la presenza dell'ambasciata sarebbe stata circoscritta al finanziamento di una mostra fotografica. Tentare di far credere, come si è provato a fare, che uno dei principali attori politici planetari (il governo USA), decida di intervenire e di esporsi palesemente rivendicando la propria presenza in un'iniziativa del genere, solo perché spinto non da ragioni politiche, ma da mecenatismo, credo sia stato un maldestro tentativo che si commenta da solo.

In una terra come quella siciliana, trasformata sempre più in testa di ponte militare delle strategie genocide e imperiali dell'amministrazione USA, una tale argomentazione oltre che grottesca diventa anche ben altro.

Lo stesso tentativo di portare su un terreno non politico, ma di mecenatismo artistico, la presenza degli USA al Pride, veniva contraddittoriamente associato al discorso di Hillary Clinton sui diritti LGBTQI, risalente al 2011 (come si possa sostenere una valenza non politica dell'agire di un governo, se per di più si cita un intervento all'ONU di un suo ex ministro, resta un mistero….).

Proprio le modalità con cui alcuni degli organizzatori del Pride, durante l'incontro, hanno fatto più volte riferimento alla Clinton, credo denotino una significativa – e dal mio punto di vista gravissima – complessiva supinità rispetto alla politica estera USA. Definire infatti la Clinton come colei che si è dichiarata a difesa dei diritti LGBTQI, tanto da vedere in ciò la legittimazione della partnership dell'ambasciata, costituisce un cedimento grossolano alle retoriche ed alle narrazioni mainstream; retoriche propinateci dalle veline dell'impero (ché si sa l'informazione non è credibile solo quando parla di Berlusconi) ma evidentemente fatte proprie da molti. Non vedere nulla di politico in tutto ciò ma pensare che si tratti di filantropia idealistica e di "sensibilità" alla causa, come alcuni organizzatori avevano provato a sostenere (anche volendo dare per scontata la buona fede) continua a proiettare un'ombra sinistra sulla capacità di alcuni di capire di cosa si stia parlando.

La signora Clinton, di cui all'incontro si tessevano le lodi, è una vera e propria  criminale di guerra: corresponsabile e complice della morte di milioni di persone (provate a fare la stima dei morti iracheni, anche quelli dovuti all'embargo genocida, di quelli del macello afghano, della Libia ed della Siria, per non parlare del suo maritino e del suo attacco alla Serbia). Un soggetto, la sanguinaria in tailleur e caschetto dorato, attivo corresponsabile della politica di finanziamento e supporto a gruppi estremisti islamici funzionali alle più diverse esigenze dell'impero USA.

Vorrei puntualizzare che qui non si tratta di una questione di moralismo, categoria che detesto dal profondo. Qui la questione è politica. Di certo non stiamo parlando di mecenatismo. Proviamo allora a vedere in che trama di significazione politica, di produzione di senso e di consenso, si colloca una dichiarazione come quella fatta dalla criminale di guerra Clinton nel 2011. A partire dall'amministrazione Obama, specie dai tumulti in Tunisia ed Egitto, nel 2011, il governo USA è impegnato in una strategia di egemonizzazione della declinazione del concetto di diritto umano. Non a caso la dichiarazione della Clinton risale proprio al 2011 (http://www.huffingtonpost.com/2011/12/29/hillary-clinton-gay-rights-speech-music_n_1174623.html, http://www.theatlanticwire.com/global/2011/12/watch-hillary-clintons-speech-declaring-gay-rights-are-human-rights/45842/) anno dell'inizio delle rivoluzioni passive gestite proprio dagli USA in Egitto e Tunisia (tramite anche la generosa elargizione di finanziamenti a Fratelli Musulmani e ad altri gruppi analoghi), della criminale destabilizzazione, con guerra made in ONU, della Libia e dell'inizio di un'analoga (e fino ad ora fortunatamente infruttuosa) strategia ai danni della Siria.

Non sarà stato certo casuale, allora, che Suzanne Nossel sia stata nominata subito dopo, nel gennaio 2012 direttore esecutivo di Amnesty International Usa. La signorina Nossel era proprio reduce dall'impiego presso il Dipartimento di Stato (cioè il Ministero degli Esteri del governo USA) guidato proprio da Hillary Clinton. Prima di ricoprire cariche politiche, nel mondo aziendale, Nossel era una dirigente nel conglomerato mediatico Bertelsmann, una consulente su media e intrattenimento alla McKinsey & Company (una delle otto multinazionali con qualità di socio "sovventore" del Council on Foreign Relations) e vice-presidente della strategia e delle operazioni per il «Wall Street Journal». Da questo breve curriculum emerge un profilo non certo "non governativo". Suzanne Nossel sostiene l'egemonia statunitense nel mondo e i canoni economici relativi al neo-liberismo. Stiamo parlando infatti di colei che ha coniato il concetto di Smart Power (http://www.foreignaffairs.com/articles/59716/suzanne-nossel/smart-power). Di fatto la Nossel considera la difesa dei diritti umani come un mezzo per affermare l'egemonia americana. Un mezzo che, già in questo articolo del lontano 2004, è visto come legato alla coloniale ed etnocentrica affermazione egemonica degli "American values" quale strumento di politica estera. La Nossel è inoltre famosa per essere un'acerrima nemica della causa palestinese. Nel 2011, in occasione di una seduta del Congresso statunitense, ha affermato che il Consiglio per i diritti umani della Nazioni Unite "remains far from the institution that it needs to be, particularly with regard to its biased treatment of Israel. By joining the Council and becoming its most prominent, most assertive voice, we are beginning to influence the direction and conduct of this body… Palestinians and others seek to use UN forums to put pressure on and isolate Israel. This is simply unacceptable and the Administration has been clear on this point. At every turn, we have rejected efforts to single out Israel and have taken steps to bolster its status in Geneva" (http://www.google.it/url?sa=t&rct=j&q=&esrc=s&source=web&cd=3&ved=0CEAQFjAC&url=http%3A%2F%2Ftlhrc.house.gov%2Fdocs%2Ftranscripts%2F2011_10_25_Human%2520Rights%2520Council%2F25oct11_hearing_Suzanne%2520Nossel%2520-%2520Oral%2520Testimony.pdf&ei=3Ca6UdbEIend4QS8wYHYBQ&usg=AFQjCNFQRGC0CIxT-a_fkXUnTjjMXWZTYQ&bvm=bv.47883778,d.bGE&cad=rja).

[Sulla Nossel si veda il seguente articolo: http://www.sinistra.ch/?p=2058].

Da quanto detto dovrebbe essere chiaro che si è ben lungi dall'essere di fronte ad una sincera e generosa missione per salvare i LGBTQI del mondo intero; le esternazioni della Clinton (la presenza dell'ambasciata nel caso palermitano non sarebbe che una concreta applicazione di quel paradigma) non possono dunque essere disgiunte, come si è maldestramente tentato di fare, dalla politica estera USA. Una politica estera che ha ormai pienamente sussunto, come dimostra il caso Nossel, le cosiddette ONG quali attori e cinghie di trasmissione di una tale strategia imperiale (http://www.monde-diplomatique.it/ricerca/ric_view_lemonde.php3?page=/LeMonde-archivio/Giugno-2005/0605lm21.01.html&word=ong;globalizzazione).

L'intervento della Clinton, al di là del superficiale pathos retorico, si colloca dunque come strategia discorsiva all'interno di una politica di potenza genocida e guerresca ma al contempo finemente egemonica (la definizione di smart power  è, da questo punto di vista, quanto mai azzeccata); una politica etnocentrica e subdolamente coloniale perché si basa sulla generalizzazione culturale del modello americano. Si afferma cioè performativamente, grazie a pratiche, discorsi, induzione di immaginari, comportamenti collettivi, (debitamente supportati, vedi proprio il caso del pride) il consenso intorno l'assunto che l'unica società civile in grado di ammettere un riconoscimento ai non eterosessuali, sia quella liberista, egemonizzata dagli USA, consumistica, capitalistica ed "occidentale".

Siamo cioè di fronte ad una strategia egemonica estremamente sottile,  rivolta alle concrete realizzazioni del concetto di diritto umano. Concetto estremamente complesso, seppur abusato, su cui non intendo né fare lezioni né dilungarmi. Ma quel che si può dire è che una particolare accezione di tale categoria è stata discorsivamente associata ai peggiori e più sanguinari interventi armati imperialisti degli Usa degli ultimi anni: una categoria la cui sostanziale manifestazione, essendo monopolisticamente prerogativa dei think tank imperiali, si è performativamente articolata attraverso specifiche, pleonastiche e ricorrenti retoriche, narrazioni e concrete strategie di legittimazione delle pratiche del potere USA. A tal proposito si pensi a quella forzatura del diritto internazionale, vero e proprio golpe imperialista ai danni della comunità mondiale, rappresentata dalla responsability to protect (non a caso introdotta subito dopo l'11 settembre 2001), che proprio in virtù di una certa accezione coloniale del diritto umano arriva a fare carta straccia della sovranità degli stati, definendola non un diritto fondamentale bensì una responsabilità (http://www.resistenze.org/sito/os/dg/osdg9i27-005584.htm). Siamo cioè di fronte al fatto che, complici gli interessi e i rapporti di forza imperiali, un concetto di diritto ne cancelli un altro, di secolare e consolidato riconoscimento. Fu proprio con l'applicazione della dottrina della responsability to protect che la criminale risoluzione Onu di fatto legittimò l'aggressione e lo smembramento della Libia, proprio in quel tanto osannato, da alcuni, 2011. E c'era la Clinton a dirigere la baracca degli esteri USA. Casomai non fosse chiaro…..

Quel che è certo è che qualunque teorizzazione si voglia dare ai diritti umani, se non si riconosce, antimperialisticamente, l'autodeterminazione, l'autonomia e la sovranità delle società che tali diritti devono inverare e concretizzare, li si tramuta allora in teste di ponte all'uranio impoverito buone per smembrare le comunità che malauguratamente si frappongono ai piani di dominio planetario USA. Siamo cioè di fronte ad una riedizione, sotto rinnovate spoglie, della retorica sulla civilizzazione dei popoli che, artatamente contrapposta alla "barbarie", giustificava il colonialismo di una volta. La bramosia di affermazione degli american values, come si è visto, inducendo un processo di mimesi dell'identico, di uniformizzazione culturale delle società civili sul modello USA, contribuisce a vedere tutto ciò che non è identico come deviazione, scarto, anomalia.

Se si vuole discutere di USA e della Clinton occorre allora tenere insieme tre aspetti: il particolare paradigma teorico-pratico del diritto umano statunitense, la specifica modalità USA di approcciare la questione LGBTQI  e la comune funzionalità di entrambi tali aspetti alla politica estera americana. Non siamo di fronte a questioni differenti bensì interconnesse strutturalmente: si tratta della interna differenziazione di una strategia unitaria imperiale e di annichilimento genocida che, nel suo connotato più strettamente bellico, necessita della Sicilia, col Muos, Sigonella e i droni, come infrastrutture tecnologico-logistiche di guerra planetaria.

La sfida sarebbe dovuta essere, allora, quella di calarsi nello spazio di lotta egemonica per la definizione di spazi politici di senso e di prassi: non capitolare al disegno egemonico come la satrapia più distante dal centro dell'impero e proprio per questo più succube della sua influenza. Occorreva ed occorre quindi ribadire che esiste un terreno, uno spazio di pensabilità, di elaborazione e dunque di praticabilità, nel quale forme e contenuti dei diritti LGBTQI non sia quella propugnata e monopolizzata dalla strumentale politica imperiale USA. Questi signori si arrogano il diritto, con l'arroganza propria di chi sa di essere forte, di voler essere gli unici in grado di determinare le politiche culturali, le forme di relazione, gli immaginari del mondo intero. Occorreva invece puntare i piedi, strappare via, con le unghie e con i denti, quello spazio nel quale poter dire che il riconoscimento delle esistenze di chi non è eterosessuale non deve per forza passare dai loro cannoni, dai loro droni, dalle loro antenne, dalle loro bombe. Ci si sarebbe dovuti accorgere del cappio che si andava stringendo intorno al collo e si sarebbe dovuto dire: non siete voi i propugnatori e i difensori delle libertà.

I diritti dei non eterosessuali non assumono un contenuto esclusivamente grazie a questi signori, ma sono un campo di lotta aperto, nel quale le dirette soggettività devono costruire i propri percorsi, all'interno della società di cui fanno parte e senza che, attraverso eterodirezioni neo-coloniali, sia la potenza egemone a dover dettare l'agenda né tanto meno produrre categorizzazioni. I diritti sono terreno di lotta, perennemente in movimento, un terreno dinamico, sul quale se ci si distrae il nemico ti strappa via spazio prezioso; un terreno pertanto dal quale il nemico va tenuto lontano, a tutti i costi. Soprattutto non è ammissibile che tali diritti diventino, nella forma mainstream del loro venire concretamente espressi, un anello della catena  imperiale alla caviglia del pianeta. Ma tenere lontano un nemico non è facile, specie se, per incapacità o malafede, non lo si riconosce come tale.

Per quanto mi riguarda il governo USA è un nemico. Il governo USA è responsabile di una strategia, storica e tuttora agente, di genocidio sociale, sistematica e senza freni. Le future prospettive di guerra contro il blocco asiatico potrebbero annichilire lo stesso equilibrio naturale e di certo quello sociale. E credetemi non è una questione esclusivamente ideologica, come molti hanno potuto e potrebbero pensare (l'appestante clima acriticamente post-ideologico, dunque fautore dell'ideologia dominante, lo rigetto con veemenza). Non è solo una questione di solidarietà con i popoli oppressi e dissanguati da questi criminali, che sarebbe in ogni caso ben più che sufficiente. Non è nemmeno una certa solidarietà da salotto radical, tanto cara all'ignoranza colta di questa città, che tanto io sto bello comodo a casa mia e faccio l'internazionalista sulle spalle di chi viene raso al suolo all'uranio impoverito.

Qui siamo tutti sulla stessa barca. Siamo in guerra anche noi (anche se in forme diverse, beninteso, almeno per adesso). Il governo USA è il mio nemico:  la mia generazione patisce ogni giorno, come il paese intero, le conseguenze delle politiche economiche decisa dagli USA a partire dagli anni settanta del ventesimo secolo. Il capitalismo neoliberista uccide ogni giorno il nostro futuro e il nostro presente, blindandosi dietro all'apparato bellico dei loro esportatori a stelle e strisce. L'annichilimento di scuola, università, sanità, la deindustrializzazione del paese, la stessa strategia di terzomondizzazione cui siamo esposti, la speculazione finanziara, hanno negli Usa la principale cabina di regia. La sorte della Libia e dell'Iraq, della Palestina e della Siria, sono le mie sorti. Le strategie di guerra che vedono la Sicilia, col Muos, come l'asservita e ridicola servetta alla catena del padrone, sono l'articolazione bellica ed imperiale di quella stessa progettualità che vuole ridurre il mio paese in un cimitero di diritti sociali. Io sono in guerra perché da precario, se vorrò avere la speranza di curarmi in caso di malattia o di poter avere una pensione, un lavoro, o una famiglia, devo e dovrò combattere lo stesso nemico che bombarda la Serbia, la Libia, che prova a sbranare la Siria, che ha dissanguato l'Iraq; e devo augurarmi che chi combatte in quei paesi, in condizioni ben peggiori delle nostre, possa vincere anche lui la nostra guerra.

Ecco che non differenziare un percorso politico, quale quello del Pride, da quello delle strategie egemoniche USA, renderlo addirittura funzionale a queste ultime, rappresenta per me un limite invalicabile: costituisce una complicità effettiva con quelle dinamiche imperiali e criminali. Se si può dire che non essere felici è segno di complicità, come recita la frase che rimbalza insistentemente dai manifesti del Pride, allora ben peggiore complicità è quella di ostinarsi a non voler distinguere il proprio percorso da quello di un nemico.

L'arroganza imperiale USA è tale che, come si è tentato di dire durante l'incontro con gli organizzatori, la stessa politica di Washinton finanzia quella fumosa galassia integralista (vedi il caso libico, quello siriano, i Fratelli Musulmani, l'UCK, etc.) che di certo non ha nella lotta all'omofobia quella che potremmo definire una priorità.

Invece di denunciare tali conseguenze della politica estera Usa, relative proprio alla questione dei diritti LGBTQI, sancendo così l'inconciliabilità della partnership, nonché l'incoerenza delle stesse dichiarazioni della Clinton, molti organizzatori del Pride insistevano ripetutamente su una non meglio chiarita complessiva omofobia dei paesi "arabi". Il tutto, ovviamente, con la piccola omissione del legame tra estremismo islamico e amministrazione USA, che invece venivano più volte additati, binariamente e manicheisticamente,  come il fulgido paradiso dei diritti omosessuali. La supina accettazione di una tale ottica etnocentrica e coloniale è forse una delle cose più tristi cui mi è capitato di assistere. È forse quella che più lascia intendere come è stato possibile arrivare a questo: quando ci si riferiva agli USA, gli organizzatori erano sempre pronti a tirare in ballo la "complessità della società americana", le "sue mille contraddizioni", la "differenza tra la politica  estera e quella interna" etc. etc. Per quanto concerne invece questa creazione della fantasia imperiale, i paesi definiti "arabi", (senza interrogarsi, nonostante i tanti intellettuali e professoroni, sull'assurdità neocoloniale di un tale generico appellativo) questi sarebbero tutti, nel loro complesso, "omofobi". Così, tutt'intero, un paese, una società, senza tenere conto della loro complessità e delle loro contraddizioni, sarebbero omofobi, tout-court. Siamo all'essenzialismo. I paesi "arabi" sarebbero omofobi, in quanto tali. Noi invece, sotto l'egida della sanguinariua Hillary siamo i buoni. Mancava solo lo squillo di tromba e la carica della cavalleria….

Si è assistito, durante quell'incontro, al definitivo venir meno della pregiudiziale fondamentale di qualunque approccio antimperialista, cioè il riconoscimento, specie ad una società sotto pressione esterna, dell'autonoma capacità di fare la propria storia, di gestire da se medesima le proprie contraddizioni. Per cui se critichi gli USA sei ideologico, magari antiamericano (!?) o peggio ancora passi per omofobo; in compenso però nella più totale noncuranza delle dinamiche di senso e delle elaborazioni del potere entro cui noi tutti ci muoviamo, c'è chi si permette di definire "omofobi" tutti i paesi arabi.

Personalmente ritengo che quanto accaduto sulla questione del Pride sia solo l'ennesima dolorosa conseguenza di un ben più macroscopico processo di degenerazione "atlantica" di tutta un'area politica italiana. Lo stesso processo che ha portato alla sussunzione, da parte degli interessi USA e del grande capitale, di tutto un settore della politica nazionale. Che non a caso colleziona una grottesca capitolazione dietro l'altra o, peggio, la trasformistica transgeneticizzazione sotto l'ala protettiva delle banche, del capitale finanziario e degli F-35. Quello stesso processo che ha reso quasi solipsistico e comunque avvilente, qualunque tentativo di ricomposizione di classe e di emersione politica del conflitto capitale-lavoro.

E qui si tocca un punto ulteriore della questione. Oltre la macroscopica (ma non per tutti, evidentemente) presenza a stelle e strisce, anche altri partner dell'organizzazione del Pride, quali la Lega Coop o Confindustria, indurrebbero ad alcune riflessioni circa il tipo di lotta, di mobilitazione e di finalità, maggioritarie in un evento come il Pride e come la galassia di pratiche a questo connesse ( e ribadisco maggioritarie perché, a differenza di altri, so bene che non si può generalizzare e che i soggetti politici con i loro percorsi, quando sono veri, hanno tante anime e non vivono di essenze monolitiche).

Personalmente credo che la declinazione dei diritti LGBTQI quali diritti esclusivamente civili, sia la dinamica maggioritaria al momento e segni oltre che una certa difficoltà ad uscire dal corporativismo, anche un certo rifiuto, da parte di alcune anime del Pride, a voler legare le rivendicazioni LGBTQI ad altre istanze  sociali, ad altre lotte, ad altri bisogni. Poco importa se lo stesso militante e organizzatore del Pride sia poi impegnato in altri percorsi. Qui sto parlando di valenza e di contenuto politici di un determinato percorso. Il tipo di sponsorizzazioni del Pride, per non parlare delle argomentazioni con le quali alcune di queste sono state difese, sono segnali di contenuti politici pregressi. Non sono cause di divisioni, sono le conseguenze di un certo modo di riprodurre forme e contenuti politici. La distanza esistente tra il semplice diritto civile e la lotta tra capitale e lavoro, dunque la distanza con i diritti sociali sotto attacco, fanno sì che Confindustria possa starci, insieme con la Lega Coop. Il Pride si colloca così in una trasversalità generalista che, da un lato garantisce la natura mediatica e commerciale dell'evento; dall'altro gli conferisce, a livello politico profondo, una natura corporativa che rende più difficile che, soggetti i cui bisogni sociali antagonisti sono sotto attacco, possano identificarsi con quel percorso.

La distanza tra il concetto di diritto civile individuale garantito e militarizzato dall'impero e il diritto all'autodeterminazione delle società, il venir meno della sensibilità antimperialista in quei settori sociali che, da privilegiati, non vivono l'esigenza di tematizzare il conflitto capitale-lavoro, fanno sì che la presenza dell'ambasciata USA non venga vissuta come un problema politico e che anzi le frasi di Obama trovino spazio, sul sito ufficiale, tra gli slogan del Pride.

A venir meno è l'esigenza stessa dell'unione dei bisogni sociali antagonisti in chiave di rottura dell'egemonia cui siamo dialetticamente e costantemente sottoposti.

Quanto detto circa il corporativismo è stato confermato dal tenore di alcune considerazioni degli organizzatori del Pride. È stato infatti ribadito varie volte che trattandosi di un evento in ultima istanza espressione della comunità LGBTQI, chiunque non aderisse e non si allineasse alle posizioni del Pride, non avrebbe per ciò stesso a cuore i diritti di tale comunità, nonché le rivendicazioni del progetto Pride. Un tale atteggiamento è inammissibile e neanche tanto velatamente ricattatorio. Stupisce vedere un tale rigido essenzialismo, esercitato ancora una volta da alcuni organizzatori. Per fortuna chiunque non sia animato da vuote polemiche o dall'esigenza di non far fallire il grande evento con le sue TV, le star dello spettacolo e gli sponsor, sa benissimo che criticare o non aderire ad un evento politico e ad un percorso significa valutare i loro contenuti e le loro pratiche. Non significa invece emettere una sentenza di assoluzione o di condanna per le soggettività collettive (in questo caso i soggetti LGBTQI) che non possono venire appiattite identificandole con un percorso specifico. Con buona pace di chi è convinto di rappresentare tutti i LGBTQI d'Italia, o magari del mondo intero.

Concludo con un'ultima valutazione.

Anticipando quanti vorranno polemizzare con queste riflessioni, so già che a Pride concluso si dirà che si è trattato di un grande successo, al di là delle più rosee aspettative; si dirà che chi ha criticato, chi ha polemizzato ha avuto nella partecipazione della città  e della sua gente la migliore risposta possibile. Che il bisogno di essere presenti è stato più forte di ogni possibile divisione. Vi prego di essere più originali. Quanto ho scritto prova ad andare un po' più in profondità.

In questi tempi di terzomondizzazione del sud Europa le famiglie rappresentano l'unica forma di welfare residuale, di stato sociale sempre più in contrazione e sotto attacco. Sono cioè un obiettivo delle strategie egemoniche del capitale e dell'imperialismo. Se si vuole rivendicare il diritto alla famiglia anche per chi non è eterosessuale, in un momento in cui anche le famiglie "tradizionali" sono sotto attacco frontale, o ci si lega ai bisogni sociali antagonisti e ci si dispone lungo un percorso in cui si sa di stare chiedendo uno stop alle politiche dominanti, o si diventa funzionali a che un certo tipo di riconoscimento valga solo per i limitati aderenti alla élite benestante del post-fordismo finanziario.


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