www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 30-09-13 - n. 468

La svendita del patrimonio economico ed industriale italiano

Dario Ortolano *

30/09/2013

Le notizie degli ultimi giorni che riguardano la svendita di Telecom alla principale concorrente, la Telefonica spagnola, e la acquisizione di Alitalia da parte di Air France, costituiscono l'ultima tappa di un lungo cammino che ha visto privatizzare tutti i grandi gruppi industriali ed il sistema bancario del nostro Paese, negli ultimi venti anni, a partire dal Governo Amato del 1992, passando per i Governi Prodi e D'Alema dal 1996 al 2000, per arrivare alle ultime volontà espresse dell'agonizzante Governo Letta, non a caso composto da tutto il ceto politico che ha fatto finta di litigare in questi anni, di portare a termine il processo intrapreso di privatizzazioni, mettendo in vendita Ansaldo Energia, le ultime trances di Enel ed Eni, e, successivamente, Finmeccanica, Fincantieri e Trenitalia.

Su queste politiche, esiziali per i lavoratori ed il nostro Paese, non vi sono state in passato e non vi sono, oggi ed in futuro, differenze sostanziali fra centro-destra e centro-sinistra, salvo il fatto che la prima coalizione ha cercato di fare gli interessi di un solo padrone, mentre la seconda ha perseguito l'obbiettivo di rappresentare gli interessi della borghesia come classe dominante.

Le banche privatizzate sono state oggetto e soggetto, esse stesse, sia delle svendite sia dei disastri industriali, dalla Fiat alla Pirelli a tutto il Made in Italy, per arrivare,oggi, alla Alitalia ed alla Telecom.

Ed ecco i costi di questa politica, in termini occupazionali, pagati dai lavoratori dal 1992 al 2012.

In questi venti anni la Fiat è passata da 125.378 occupati agli attuali 61.685, la Telecom da 89.293 a 54.419, l'Alitalia da 28.906 a 14.298, l'Ilva da 43.942 a 21.895, l'Olivetti da 40.401 a 778, la Montedison da 42.961 alla sua totale distruzione.

Per questo i comunisti affermano che non vi è futuro per i lavoratori ed il nostro Paese se non si cambiano radicalmente le politiche economiche e sociali che hanno provocato tali disastri e lottano per:
1) L'uscita dell'Italia dall'Unione Europea come principale ispiratrice di tali politiche e dalla Nato, suo braccio armato.
2) La nazionalizzazione, senza indennizzo, delle banche e delle grandi aziende come condizione per avviare, sotto il controllo dei lavoratori, un nuovo piano di sviluppo del Paese.
3) L'azzeramento unilaterale della parte del debito detenuto dalle banche, dai monopoli e dai fondi speculativi, salvaguardando gli interessi dei piccoli risparmiatori.
4) L'abrogazione di tutte le leggi che legittimano il lavoro precario ed il caporalato.
5) La difesa dei diritti dei lavoratori ed il ripristino del contratto collettivo di lavoro e della giusta causa per i licenziamenti.
6) L'istituzione, per legge, di un salario minimo garantito, l'aggiornamento dei livelli delle pensioni e dell'indennità di disoccupazione al 90% dell'ultima retribuzione, di un salario per i giovani in cerca di prima occupazione del valore del 50% del salario medio, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario e di contributi.

Cambiare si può con i comunisti!

* Dario Ortolano, coordinatore nazionale CSP-PC


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