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- osservatorio - italia - politica e società - 26-11-13 - n. 476
Fuori dal tribunale il convegno sul caso No Tav
Quella giustizia che si tiene lontana dalla discussione democratica
Fernando Pessoa
26/11/2013
Come volevasi dimostrare. Il quotidiano "La Repubblica parla di una "decisione scontata": anche il pur "morbido" convegno giuridico che lambiva accademicamente la questione del conflitto sociale di opposizione al Tav non può avere cittadinanza all'interno del Palazzo di Giustizia dedicato a Bruno Caccia. La decisione sembrava meno scontata tra i cittadini e lavoratori torinesi, i quali si aspettavano forse ingenuamente da questo convegno la discussione sugli aspetti del processo che li lasciano ancora straniti. Ad esempio, sul perchè di un ostinato, prioritario e veloce percorso giudiziario nei confronti di reati legati al conflitto sociale e di non enorme valore assoluto quanto a gravità, a fronte delle lungaggini cui va incontro il cittadino comune che pretende giustizia.
La negazione della discussione accademica all'interno del palazzo dimostra, se ce ne fosse stato bisogno, come la vicenda TAV sia un nervo scoperto della giustizia tutta. Sullo sfondo sta la velocità "inusitata" imposta al processo per i fatti del 3 luglio e del 27 giugno. Una velocità tale da pregiudicare lo stesso esercizio dei diritti di difesa: due udienze a settimana che si tengono per l'intera giornata, così scoraggiando la partecipazione del pubblico e degli imputati stessi (costretti entrambi a fare i conti con le proprie occupazioni lavorative per pensare di essere efficacemente presenti), udienze che vengono relegate in un'aula bunker dal sapore più mediatico che utile. Il tutto per reati che prevedono - tra i più gravi - la resistenza a pubblico ufficiale. Tutto sommato anche i magistrati dirigenti del palazzo commettono un piccolo errore sul genius loci: nel luogo fisico del palazzo non c'è nessun processo in corso, da mesi è relegato in un'aula bunker al fondo di via Pianezza...
Il sapore di questa vicenda - comunque la si rigiri - è sgradevole. La giustizia e la sua amministrazione sono esercizio di un potere costituzionale che non può sottrarsi al sindacato democratico, figuriamoci a quello accademico. Persino il presidente della Camera Penale torinese, scevro da sospetto di simpatia con il movimento dei resistenti al TAV, si chiede efficacemente: "che facciamo? Proibiamo i dibattiti sulla microcriminalità perché ci sono in corso nel palazzo processi per furto?".
Che vi sia stata l'opposizione (a questo punto ascoltata e condivisa almeno nei fatti) dei magistrati che si occupano del processo è aspetto che desta ancor maggiore perplessità. La loro influenza sarebbe tale da condizionare almeno psicologicamente la disputa di un libero convegno accademico che fornisce crediti formativi alle toghe del Foro?
Il susseguirsi di eventi così discutibili fa davvero pensare se a Torino si sia in grado - in questo clima - di garantire un vero processo equo ed imparziale così come esigerebbe la nostra legge fondamentale. Alimenta altresì la sgradevole sensazione che nel palazzo non sia ammesso discutere della giustizia, ma lo si debba fare in altro luogo, come a dire che il popolo non abita nel tribunale nel quale la giustizia viene amministrata in suo nome. Dovessi cercare il nome cui intitolare un nuovo tribunale sceglierei stavolta quello di un cittadino o di una categoria di lavoratori: magari gli operai morti nel rogo Thyssen, le vittime dell'Amianto, gli studenti morti sotto le macerie dell'incuria. A simboleggiare che il popolo non può mai esser sfrattato dai luoghi della giustizia.
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