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- osservatorio - italia - politica e società - 29-04-15 - n. 541
1° Maggio: parliamo di lavoro, non c'è niente da festeggiare
Rete dei Comunisti | retedeicomunisti.org
29/04/2015
Nel corso degli anni abbiamo assistito ad un progressivo snaturamento del significato e del valore rappresentato dal 1° maggio. Da giornata internazionale di lotta, trasformato via via in festa dei lavoratori, ed ora, che da festeggiare c'è ben poco, in ricorrenza da utilizzare in forma commerciale. Non è un caso che l'Expo' apra i propri battenti proprio il 1° maggio, a testimoniare la prevalenza del profitto e della vendita delle merci sulla storia e la memoria di essa. Cancellare dalla memoria collettiva i valori rappresentati dal 1° maggio, dal 25 aprile, dall'8 marzo e persino dalle festività religiose è uno degli aspetti dell'offensiva borghese per la spasmodica ricerca della conquista dell'egemonia culturale e ideologica sull'intera società a sostegno del proprio modello di sviluppo.
Nel caso del 1° maggio lo snaturamento della giornata va di pari passo con la devastazione del mercato del lavoro, e della condizione materiale e sociale dei lavoratori. La frammentazione del mondo del lavoro, della sua capacità soggettiva di interpretare gli eventi, della coscienza di poter svolgere un ruolo sociale e politico grazie alla propria forza, sono stati elementi strategici delle politiche industriali, e non solo, degli ultimi decenni. Le delocalizzazioni, le privatizzazioni, gli interventi legislativi, le politiche contrattuali, hanno costruito un modello di relazioni sociali totalmente subordinato agli interessi dell'impresa e dell'industria finanziaria. Il risultato è il lavoro contornato da aggettivi, precario, festivo ecc. che ne determinano la condizione, il potere contrattuale, il salario e le modalità di esecuzione.
Il lavoro gratuito è stato strutturato a sistema nell'ambito dell'Expo' 2015, ma è destinato ad espandersi progressivamente, pensiamo al giubileo in arrivo e ai prossimi grandi eventi. Anche questo è un processo evolutivo che parte da lontano con l'introduzione di nuove categorie come appunto il lavoro gratuito e quello servile. Sono processi interni allo sviluppo del volontariato e del terzo settore con lo schermo ideologico della sussidiarietà che altro non è che prestazione lavorativa sottopagata, se va bene, oppure gratuita. È bene ricordare che il lavoro gratuito è vietato dalla Costituzione Italiana, ma questa, come tante altre indicazioni, vengono ignorate e sacrificate sull'altare delle crescita e altre banalità del genere. È singolare il tono scandalistico con cui la stampa padronale comunica l'alto numero di giovani che rifiutano di lavorare all'Expo'. Questo dato viene rappresentato come ingratitudine e fannullonismo, in realtà è un segnale interessante che evidenzia come la dignità personale abbia ancora un valore tale da resistere al ricatto della mancanza di reddito e di lavoro. Forse le tipologie contrattuali adottate per l'Expo' non sono così funzionali come si credeva. L'utilizzo dei disoccupati per abbattere garanzie e salario forse non è così lineare come si aspetterebbero governo e padroni.
Il lavoro festivo è altro elemento di devastazione sociale della condizione dei lavoratori. Anche questo è un percorso che parte da lontano con l'annullamento di alcune festività religiose in prima battuta, e successivamente ignorando completamente il problema. Se a questo si aggiunge il lavoro domenicale ormai strutturale nell'ambito del commercio e della grande distribuzione, si comprende come il diritto al riposo settimanale, il diritto al tempo di vita e quindi di non lavoro, siano ricordi del passato. In una condizione di contrazione dei consumi dovuti alla crisi economica, questo del lavoro festivo viene fatto passare come il tentativo di aumentare le vendite dilatando il tempo di apertura degli esercizi commerciali. In realtà non succede questo, ma si seleziona una categoria sociale di lavoratori disposti a subire ogni angheria pena l'espulsione diretta o dovuta alla impossibilità di conciliare tempi di vita e nuovi tempi di lavoro. La battaglia sindacale contro le aperture domenicali e festive è una battaglia di civiltà in cui si riafferma che il lavoro e il lavoratore che lo produce non sono merci tra le merci, ma soggetti sociali portatori di diritti non mediabili. Se poi pensiamo che i centri commerciali, che hanno distrutto la piccola distribuzione, sono diventati centri di aggregazione sociale spingendo giovani e non a vivere le proprie giornata a fianco di merci che non potranno possedere mai, è evidente l'intento ideologico del progetto. L'interesse viene indirizzato verso i prodotti in vendita nella più completa indifferenza nei confronti di chi lavora in quegli esercizi e che diventa invisibile di fronte alle mirabolanti offerte di mercato. L'elemento centrale di questo processo è che la tua realizzazione sociale passa attraverso la tua possibilità di acquisto di merci e se non puoi spendere, devi accontentarti di viverci a fianco. Anche se non sembra evidente, questa è la logica conseguenza del progressivo accantonamento della centralità sociale del lavoro iniziato con il governo Prodi che sentenziò che il referente sociale non era più il lavoratore ma il cittadino-consumatore, il governo Berlusconi fece sparire la parola cittadino e rimase solo il consumatore e sappiamo bene perché.
Il jobs act, i suoi decreti attuativi e gli sgravi contributivi della legge di stabilità hanno dato l'ennesimo colpo di grazia al mondo del lavoro. Presentati come il motore della nuova occupazione a lo strumento principe per attrarre gli investitori stranieri, stanno mostrando il loro vero volto di processo di schiavizzazione dei lavoratori. I tanto decantati nuovi posti di lavoro in realtà è occupazione sostitutiva che "stabilizza" (si fa per dire ) precari, cococo, e persino sommerso, perché consentono di fare cassa e diventano un vero e proprio investimento aziendale. Per quanto riguarda gli investitori esteri abbiamo due esempi come la Whirlpool e Auchan che iniziano la dismissione di lavoratori strutturati per poi inventare piani industriali che consente la riduzione di salario per chi rimane (vedi contratti di solidarietà ) e la ripresa di nuove assunzione con il contratto a tutele crescenti, quindi con decontribuzione e possibilità di licenziamento. Questo vuol dire creare le condizioni per attrarre investimenti stranieri. Pensate ad immaginare cosa vorrà dire la svendita della siderurgia come l'Ilva o la Lucchini, una operazione in grande scala in mano ad avventurieri renziani.
Le iniziative di Milano per il 1° maggio e, ovviamente per l'Expo', sono sicuramente un segnale importante per il paese, per i lavoratori e i giovani, ma se non ci si fornisce di analisi strutturali di lungo periodo, rischiano di ridursi a prove testimoniali di esistenza in vita. Alla stessa stregua un'opposizione sociale di lunga durata, con capacità progettuale, non può evitare il problema dell'organizzazione. Riproporre la frammentazione sociale del paese all'interno del movimento di opposizione sociale vuol dire assumersi la responsabilità di non poter raggiungere gli obiettivi e sarebbe opportuno comprendere che abbiamo sempre meno tempo per fermarli.
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