www.resistenze.org
- osservatorio - italia - politica e società - 03-06-15 - n. 546
Due giugno: giorno di parata o di riflessioni?
Enzo Pellegrin
03/06/2015
Oggi lo stato della classe ideologicamente dominante celebra da un lato l'anniversario di un tradimento delle classi popolari, che ci ricorda che ogni cooperazione tra le classi, al di là di controllate concessioni, mantiene inalterati i rapporti tra le classi e consente lo sfruttamento infinito delle classi subalterne, dall'altro celebra anche la sua "reale inesistenza" dal momento che ogni rimasuglio di stato nazionale annegato in una retorica patriottica è oggi evidentemente annullato dalla sovranità assoluta dei monopoli finanziari internazionali e globalizzati.
Questa asserita razionalità dello stato, dipinta tale da qualche filosofo di regime, è la sintesi dell'annullamento dell'io individuale nella sua parte migliore, ma anche di una qualsiasi collettività. Ciò che cementa lo stato all'interno del capitalismo del passato è sempre il dominio, ora felpato, ora cogli stivali, di una classe dominante e parassitaria, tronfia ed ignorante. Lo stato è la sublimazione del peggio perchè è così che deve essere, per servire alla sua funzione in favore dei domini economici. Non si può staccare lo stato borghese dalla corruzione, dallo sfruttamento economico e dalla repressione, così come non si può staccare lo sfruttamento, l'imperialismo, le guerre di aggressione dal capitalismo e dalla globabalizzazione. Essi tutti non sono entità separate ma un'unità precisa, vigente e vivente: la manifestazione del capitalismo nella sua fase suprema, della quale ci si libera solamente agendo ogni giorno per contrastarla, disobbedirla, sbugiardarla e distruggerla.
La novità di oggi sta nel fatto che lo stato è stato sapientemente ed ormai totalmente distaccato da ogni illusione democratica. La democrazia serviva al capitale per moderare la forza delle lotte di rivendicazione all'interno della dialettica della minima concessione per il male minore. Oggi, che tale forza è stata in gran parte messa da parte, spesso per mano stessa di quelle istituzioni democratiche che si sono illuse così di contemperare i rapporti tra le classi, tale dialettica non serve più e nemmeno opera.
La fisiologia del capitale internazionale ormai globalizzato e senza freni comporta per ora un dialogo con le istituzioni statali solo al fine di strappare ulteriori concessioni in suo favore, col grimaldello del debito. Per il resto, ogni fastidioso tremito democratico che comporti il riconoscimento o la concessione di spazi a rivendicazioni o lotte popolari viene obliterato e reciso sul nascere dal crescente potere economico del capitale, secondo la prassi di bastonare il cane che affoga.
Ciò è compiuto attraverso il ricorso a efficaci iniezioni di disgregazione sociale, dividendo l'unità degli oppressi per razza e colore, tra pensionati e lavoratori, tra lavoratori precari e lavoratori non precari, tra disoccupati e lavoratori. L'Italia dà un fulgido esempio di ciò: da un lato la promozione mediatica di razzismo allo stato puro nella vita politica addebitando falsamente le responsabilità della diseguaglianza non all'azione del capitale ma alla concorrenza dei diversi, dall'altro la promozione di condizioni inferiori di lavoro, prossime alla servitude, come giustificazione alla necessità di "ampliare" il parco dei posti di lavoro svendendoli e precarizzandoli, nel tentativo di opporre chi prende il nulla e si illude a chi perde il minimo e protesta. Non è immune da tale dialettica persino il blando riformismo pauperista che promette un reddito di sussistenza per periodi di disoccupazione vincolato all'obbligo di accettare qualsiasi condizione di lavoro, pena la perdita del beneficio.
Tale dialettica al ribasso viene in qualche modo compresa: sintomo principale è la forte astensione elettorale, laddove nella repubblica fondata sul lavoro ma costruita sulle elezioni ormai quantomeno una persona su due non va a votare. Mentre i tre schieramenti fondamentali perdono sempre più consistenti quantità di voti, l'autoritarismo mediatico dipinge una vittoria per tutti che diviene lo specchio per le rimanenti allodole o la solita canea che rintrona le teste deboli.
Lo stato cui il capitale può aspirare in questo periodo non è nient'altro che uno sceriffo autoritario verso i sudditi ma impotente verso l'esterno o il capitale. Uno sceriffo senza portafoglio.
Lo stato cui l'oppresso può aspirare è questo stato che vien meno o che si distrugge, perchè solo così colui che è sottomesso vede allentarsi o spezzarsi le sue catene, perchè l'oppresso non ha alcun vantaggio dall'attuale costruzione, ma ne sopporta solo il peso, i rifiuti, la puzza e l'alienazione, perchè i pochi o più numerosi, padroni e loro servi, che abitano i piani alti abbiano a goderne qualche beneficio sulla pelle di chi sta nello scantinato.
La lunga marcia della consapevolezza di ciò è ancora in critico corso.
|
|
Sostieni Resistenze.org.
Fai una donazione al Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
Support Resistenze.org.
Make a donation to Centro di Cultura e Documentazione Popolare.
|