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- osservatorio - italia - politica e società - 29-07-15 - n. 554
CSI piemonte: il solito copione di svendita
Enzo Pellegrin
29/07/2015
E' notizia di oggi. L'assemblea dei soci del CSI Piemonte, consorzio di tecnologia informatica i cui soci sono gli enti locali piemontesi, ha approvato la proposta per aprire la struttura societaria alla partecipazione privata. L'ordine del giorno in burocratese dice di voler individuare nel "dialogo competitivo" lo strumento attraverso il quale il Consiglio di Amministrazione dovrà sondare il mercato per individuare potenziali partner.
In parole franche: verrà aperta una procedura per spingere i privati a far pervenire una manifestazione di interesse all'acquisto di parti più o meno grandi della proprietà dell'azienda informatica.
In parole ancora più franche: svendita della ricchezza pubblica al privato.
Tanto per ricordare sempre i responsabili, il sindaco di Torino ha sbloccato e propiziato la situazione, dando mandato al suo rappresentante - il direttore Sandro Golzio - di astenersi pur partecipando alla votazione, escamotage attraverso il quale il Comune di Torino ha garantito il numero legale. All'assemblea hanno partecipato 53 enti che coprivano l'84% delle quote societarie e il provvedimento è stato approvato con 46 sì (70%) e 7 astensioni.
Dati storici ed esperienza alla mano, le vendite della ricchezza e del know-how pubblico ad un mercato di privati, partner o non partner che siano, non è mai stato un vantaggio se non per i fortunati speculatori che si assumevano il rischio.
Sepolta da tonnellate di immondizia disinformativa, parto dell'egemonia culturale di un capitalismo nella sua fase acuta e finale, l'operazione viene sempre presentata come tentativo di "svecchiare", "razionalizzare", depoliticizzare un pubblico carrozzone per renderlo più efficiente, dinamico, moderno. E poi lo dicono i fatti: il CSI, senza i privati ha l'acqua alla gola.
Questo tipo di pantomima non ha ovviamente fondamento alcuno, ma è parte di un preciso processo in più fasi in cui dapprima si rende il pubblico inefficiente, poi si toglie l'ossigeno, si spara dunque a zero sui danni e sui difetti appositamente generati, per poi concludere dicendo: meglio nelle mani di "efficienti" privati che nel carrozzone politico degli sprechi. Quegli stessi interessi privati che avevano mosso guerra e intrigo si pappano la torta.
Nessun dubita delle inefficienze, dei clientelismi, delle strutture inutili che spesso zavorrano la pubblica gestione. La soluzione sarebbe però quella di eliminare le distorsioni combattendo la malattia, magari sottoponendole al controllo diretto di assemblee popolari e territoriali di cittadini, non di delegati politici. Sicuramente non serve uccidere il paziente, se non ai necrofori privati che speculano sui resti.
Non c'è poi alcun dubbio che se i guai nelle strutture pubbliche ci sono, questi sono opera e parto in ultima analisi degli interessi privati.
Come nel caso del CSI, accanto ad una parte di sprechi e clientela, c'è anche la programmata e voluta scarsità di risorse impiegate. E' difficile pretendere un'oculata gestione degli assetti produttivi pubblici quando gli interessi privati dei creditori dei debiti sovrani e pubblici impongono austerità e limiti di bilancio tali da affossare qualsiasi investimento.
Togliere appunto l'ossigeno e nel contempo bastonare il cane che affoga accusandolo di inefficienza. Poi passare alla cassa e sfruttare la complicità di amministratori pubblici nell'orbita dell'egemonia culturale di monopoli finanziari ed industriali.
Un grande fiume di potenti interessi spinge questa dinamica in cui gli Stati e gli amministratori pubblici sembrano ormai inermi ed incapaci di qualisiasi minima polemica di sovranità o autonomia. I programmati tagli alle prestazioni sanitarie per ragioni di cassa dipinte da "razionalizzazione della spesa" la dicono lunga.
Dall'altra parte sta la verità nascosta: qualsiasi gestione pubblica, correttamente pianificata, assicura la migliore organizzazione dei fattori produttivi in funzione dei fini collettivi che si vuole assicurare.
Nei dipendenti del CSI, quelli veri, quelli che lavorano e producono non assistiti da paracaduti politici, c'è proprio questo. Uno di questi lavoratori, Carmelo Di Giorgio, scriveva recentemente in una lettera aperta sulla pagina facebook "Non rompete il CSI":
"Lavoro in un'azienda che si occupa dell'informatica degli enti pubblici: regione, comune, ASL e quasi tutti i comuni sono legati a noi. E' un'azienda quarantennale, con i suoi difetti (a volte marcati) ma che ha permesso al Piemonte di avere a lungo servizi sicuri, efficaci e - che ci crediate o no - poco costosi.
Gli enti pubblici piemontesi, con a capo la Regione, sono i nostri clienti ed i nostri padroni. Oggi, hanno deciso di farci a pezzetti e di svenderci ad uno o più gruppi privati. Penserete: teme per il posto, vuole solidarietà.
Non è così, nemmeno un po'. Non sono sereno per il mio lavoro, ma se e quando ci sarà da inventarsi qualcosa lo farò, punto.
La mia indignazione è da cittadino, e credo che tutti voi dovreste condividerla.
E' la fine di un modello virtuoso che aveva come fine il benessere pubblico ed il cittadino. Ora il fine ultimo diventa il profitto. Ciò significa che, molto probabilmente, tutti noi avremo servizi più costosi, meno efficenti, meno numerosi.
Finisce il modello in cui gli enti del Piemonte formano un sistema unico ed integrato, con i dati che fluiscono come dove e quando serve. Presto sarà solo un ognun per sé, far lavorare insieme comune e regione (ad esempio) sarà molto più difficile (e costoso - ah, l'ho già detto?).
Finisce anche il modello in cui i vostri dati sono al sicuro. Ad amministrare le vostre informazioni personali e sensibili saranno degli attori privati, non più la pubblica amministrazione.
I dati sanitari appartengono al pacchetto, per capirci.
I politici gridano: troppo costoso mantenervi! ! Ma intanto per anni non hanno rinunciato praticamente a nessuno dei servizi che offriamo, ed oggi non sanno spiegare come gli stessi potranno essere erogati da nuovi attori che, oltre tutto, dovranno guadagnarci."
(https://www.facebook.com/NonRompeteIlCsiPiemonte)
Ho riportato queste parole perchè spiegano l'uovo di colombo che viene occultato ogni giorno dalla "disinformacija" - per usare un termine a loro caro - dei media mainstream e dei servi politici degli interessi privati.
Nel pubblico sta l'autonomia del popolo, l'antidoto alla schiavitù nei confronti di chi possiede privatamente i mezzi di produzione. Nel privato sta solo l'interesse e il profitto di chi investe. da che mondo e mondo, una volta acquistato un guinzaglio, lo si usa.
Qualche giorno fa, Luciano Gallino acutamente argomentava su Micromega: "Se uno potesse chiedere a Gramsci come mai le sinistre europee comunque denominate, a cominciare da quelle italiane, sono state travolte senza opporre resistenza dall'offensiva egemonica del neoliberismo partita nel 1947 dal Mont Pélerin, forse risponderebbe «perché non li avete saputi imitare». Al fiume di pubblicazioni volte ad affermare l'idea dei mercati efficienti non avete saputo opporre niente di simile per dimostrare con solidi argomenti che i modelli con cui si vorrebbe comprovare tale idea si fondano su presupposti del tutto inconsistenti. Inoltre, proseguirebbe Gramsci, dove sono i vostri articoli e libri che rivolgendosi sia agli esperti che ai politici e al largo pubblico si cimentano a provare ogni giorno, con solidi argomenti, la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata; delle pensioni pubbliche su quelle private, a fronte degli attacchi quotidiani alle prime dei media e dei politici, basati in genere su dati scorretti; dello Stato sulle imprese private per produrre innovazione e sviluppo, oggi come in tutta la seconda metà del Novecento; dell'importanza economica e politica dei beni comuni sull'assurdità della privatizzazioni? Poiché la natura ha orrore del vuoto, il vuoto culturale, politico, morale delle sinistre è stato via via riempito dalle successive leve di lettori, elettori, docenti, funzionari di partito e delle istituzioni europee, istruite dall'intellettuale collettivo sortito dalla Mps (Mount Pelerin Society, think thank neoliberista n.d.r.). Il consenso bisogna costruirlo, e la MPS ha dimostrato di saperlo fare. Le sinistre non ci hanno nemmeno provato." (http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-lunga-marcia-dei-neoliberali-per-governare-il-mondo/ )
Si potrebbe replicare a Luciano Gallino che doveva servire ben altro. Dovevano trarsi le conclusioni sulla struttura del capitalismo nella sua fase più acuta e suprema, quella dell'imperialismo nel senso in cui lo intendeva Lenin, in cui le cinque caratteristiche fondamentali (concentrazione della produzione e del capitale, fusione/simbiosi del capitale bancario e del capitale industriale e conseguente formazione di un'oligarchia finanziaria, l'esportazione di capitale, la ripartizione del mondo fra i gruppi monopolistici internazionali, la ripartizione dell'intera superficie terrestre fra le grandi potenze imperialistiche) dovevano quantomeno indirizzare a una controffensiva politica, culturale in grado di sgretolarle all'interno di economie colletivizzate che intraprendevano il programma di abbandono dell'anarchia produttiva privatistica per realizzare il socialismo.
Questa via è stata repentinamente scartata, abbandonata, lapidata.
Perchè la sinistra-che-non-ne-azzecca-una trova così difficile ritornare ad agitare e ad agganciare la contraddizione fondamentale capitale-lavoro e le ulteriori contraddizioni che ne derivano, svendita dei beni pubblici tra questi?
Perchè per anni e anni si è dedicata alle finte contraddizioni che le garantivano posticini di micropotere e microfondi nelle giunte e in Parlamento: berlusconismo/centrosinistra, fannullaggine/meritocrazia, illegalità/legalità.
Nel mentre, imbottigliata nel gorgo dei fondi che consentivano di mandare avanti la burocrazia politica, finiva per consentire o accettare (magari astenendosi o facendo inutilmente gesto di stracciarsi le vesti rimanendo seduta alle poltrone) di precarizzare, privatizzare, costruire, sopprimere la discussione democratica delle assemblee popolari, pontificando sui movimenti e la direzione che dovevano prendere.
Poi in aula, in giunta, in sindacato, puntualmente in qualche modo tradivano.
La tragedia greca - quel tipo di particolare di tragedia greca che ben conosciamo - viene rappresentata più volte di "Una trappola per topi" a Londra, sul palco del St Martin's Theatre ininterrottamente ogni giorno dal 1974.
Sulla contraddizione capitale e lavoro altri hanno innestato allora egemonie culturali più semplici anche se altrettanto fallaci: italiano/straniero, occidente/inciviltà, libertà di consumo-efficienza/statalismo. La classe lavoratrice è stata ampiamente colonizzata, mentre chi la portava negli statuti si attardava alla mensa del padrone. Quest'ultimo, il padrone vero, proseguiva la sua lunga marcia, partita anche dal Mont Pelerin, sulle spalle dell'umanità e con buon aggio della sinistruccia di cui sopra.
Ora stanno increduli e invidiosi a parlare e rimembrare la realtà snobbata ai bordi del campo coltivato da altri.
Se chi è stato tradito nelle piazze può rivendicare comunque giornate sue, questi al bordo del campo scoprono ora di non essere mai stati proprietari di se stessi.
La loro peculiarità? Non lo comprenderanno mai.
E' pertanto ora di partire da soli: scarpe rotte sì, ma non male accompagnati.
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