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La criminalizzazione che non si arresta mai

Enzo Pellegrin

09/09/2015

La notizia degli arresti agli otto manifestanti NOTAV è stata come d'abitudine data su scala nazionale nei principali mezzi di comunicazione "mainstream": TG Rai Nazionali, Reti Mediaset, La 7, oltre ad una serie di "militanti" telegiornali locali, primo fra tutti il TG3 Regione Piemonte, da sempre oggettivamente vicino alle posizioni pro-TAV ed agli interessi della Società LTF (Lyon Turin Ferroviaire) che gestisce la costruzione dell'opera.

Il tono e le parole utilizzate hanno descritto un "attacco al cantiere" che ha messo in crisi la sicurezza delle strutture ed ha visto l'utilizzo di "bombe carta", "pietre" anche contro le forze dell'ordine.

In realtà le condotte asseritamente poste in essere si sono limitate come al solito alla "rappresentazione" di una lotta, dimostrando la contrarietà ad uno stupro ambientale ed economico, in barba ad ogni regola democratica.

Gli agricoltori a Bruxelles hanno inscenato in questi giorni un falò davanti alle truppe antisommossa schierate, hanno bloccato l'intera capitale belga, provocato 200 km di code nel paese. In passato avevano bloccato autostrade, bombardato con lo sterco, acceso fuochi di protesta.

Se fossero stati Notav si sarebbe chiesto il carcere per attentato terroristico.
Ma non lo sono, pertanto nessuno si è sognato di portare in cella in catene i manifestanti dei trattori.

Anche nel caso degli otto arresti, non solo in sede di propaganda mediatica, si è continuato ad avere mano pesante chiedendo la carcerazione preventiva, venendo, ancora una volta, smentiti dale decisioni del GIP, il quale, pur dando alla procura il contentino di una misura coercitiva, non se l'è sentita di assecondare l'overcharging consueto nei confronti dei NO TAV, disponendone la scarcerazione e la sola misura dell'obbligo di dimora.

La Stampa di Torino, altro noto quotidiano vicino agli interessi del TAV, anche dopo le scarcerazioni, non si rassegna e indispettita commenta in questo modo "Escono dal carcere gli otto No Tav arrestati dopo l'attacco al cantiere di Chiomonte di sabato scorso. I pubblici ministeri Antonio Rinaudo e Marco Gianoglio avevano chiesto la carcerazione, ma il gip Ambra Cerabona ha convalidato gli otto fermi, ma ha disposto per uno di loro - il minorenne - gli arresti domiciliari e per gli altri sette la misura dell'obbligo di dimora." http://www.lastampa.it/2015/09/09/cronaca/attacco-al-cantiere-otto-no-tav-possono-uscire-dal-carcere-uMA6uQIyBk2mkLtJ088jaL/pagina.html. Al di là della non felice sintassi, (ben due "ma" all'inizio della frase, freudianamente sintomo della disapprovazione) e del marchiano errore di attribuire al Gip del Tribunale ordinario anche la decisione sull'indagato minorenne, di competenza invece del Giudice minorile, la domanda rimane sempre la medesima: come mai le azioni del movimento NOTAV beneficiano sempre di una speciale misura di criminalizzazione?

"Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità" è una frase attribuita a Joseph Goebbels. Al di là di questo concetto ad effetto, chi scrive ha sempre ritenuto preferibile spiegare la generazione di quella che viene improperiamente chiamata "pubblica opinione" attraverso le più adeguate riflessioni di Gramsci intorno al concetto di "egemonia culturale".

Per Gramsci, egemonia culturale significava la capacità di un gruppo sociale o di una determinata classe sociale di esercitare sui propri componenti e su quelli di altri gruppi o classi sociali una "direzione intellettuale e morale" attraverso pratiche sociali quotidiane e condivise attraverso le quali si impongono i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione.

Fin dagli inizi, il ceto economicamente dominante che ha interessi nella grande opera ha riservato al movimento NOTAV un'etichetta di violenza ed illegalità. Ciò è potuto avvenire attraverso il richiamo alla santificazione del concetto di "legalità", finendo coll'equipararlo erroneamente col concetto di "giustizia", passaggio che è potuto avvenire solo attraverso l'esercizio di un'egemonia culturale in grado di deformare percezioni, concetti ed idee.

Secondo questo schema concettuale, tutto ciò che si oppone a determinazioni legislative viene dipinto come sintomo criminale, al di là del concreto contenuto di quella legalità che si vuole santificare, anche quando la medesima promana da procedimenti decisionali tutt'altro che democratici, oppure da interessi economici tutt'altro che conformi all'interesse comune che l'istituzione dovrebbe perseguire.

Proprio questo aspetto si dimentica sempre nella vicenda del TAV valsusino e forse dell'intera vicenda Alta Velocità in Italia.
Le decisioni sono state prese tutt'altro che in modo democratico, tutt'altro che conformemente all'interesse comune.

Per le varie illegittimità compiute all'interno del progetto Alta Velocità in Italia, è utile la lettura del volume di Ivan Cicconi dal titolo emblematico: "il libro nero dell'alta velocità" nel quale vengono raccontate "le scelte tecniche e finanziarie note e occulte, le bugie consapevoli e inconsapevoli, la truffa ai danni dello Stato e dell'Unione europea, la clamorosa bugia del finanziamento privato di una delle opere più controverse degli ultimi decenni." (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/11/il-libro-nero-dellalta-velocitain-anteprima-su-ilfattoquotidiano-it/156781/ ).

Roba che col concetto di giustizia e interesse collettivo non ha nulla a che fare.
Roba che poco a che fare con lo stesso concetto di legalità.

Per la storia del TAV valsusino, parlando di decisioni prese democraticamente, è sufficiente ricordare cosa avvenne dopo le manifestazioni di Venaus.

Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005 le forze dell'ordine riservarono un trattamento violento ai manifestanti del presidio di Venaus.  Per porre fine all'occupazione dei terreni su cui doveva essere allestito il cantiere, fecero irruzione nella notte ferendo una ventina di manifestanti lì accampati.
L'orgogliosa reazione popolare portò ad una manifestazione di oltre 30.000 persone che si riappropiarono nuovamente dei prati. Il progetto insano naufragò e venne sostituito da un altro.

A seguito di questi fatti i vari governi succedutisi vararono una serie di iniziative volte a dipingere il coinvolgimento della popolazione nel progetto. Ma in tutti questi scenari sono sempre stati accuratamente tenuti fuori i rappresentanti dei comuni contrari all'opera, accettando di parlare solo con quelli che erano comunque favorevoli alla realizzazione (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/03/alta-velocita-al-tavolo-col-governo-solo-i-comuni-pro-tav-cari-alla-maggioranza/108692/ ). Addirittura, all'interno del celebrato e celeberrimo "osservatorio", alla fine del 2009 una norma governativa decise di escludere dall'Osservatorio le amministrazioni comunali che non dichiarassero a priori di accettare l'opera. A tal proposito riportiamo in nota (1) la lunga lettera al Presidente Monti del Prof. Angelo Tartaglia esperto del Politecnico di Torino.

Il concetto di democrazia, nei confronti dei NOTAV ha avuto una singolare applicazione: si discute solo con chi è favorevole. Gli altri vanno bollati come eversivi nel tritacarne mediatico.
Queste considerazioni, sapute e risapute da chi da anni milita nel movimento, servono per spiegare quanto efficace sia l'azione di egemonia culturale, quando gli interessi vicini ai Tav sono in grado di condizionare le leve di direzione dell'intera società.

Di fronte a ciò, non si può non rilevare come la solidificazione di questo status quo politico-sociale e l'incrostazione degli interessi del cantiere TAV parta da lontano. La subordinazione della sinistra e della destra italiana ai monopoli finanziari ed industriali europei è  parte importante di esso e si è formato con la complicità, l'indecisione, la miopia e l'opportunismo di numerosi attori politici. L'analisi storica va però esercitata non solo sui fenomeni lontani nel tempo, ma anche su quelli vicini: essa ci potrebbe dire perchè la saldatura istituzionale è oggi totalmente nemica del popolo resistente che si batte contro un'operazione economica palesemente gestita sulla pelle delle persone, lasciando libera la stampa di regime di dipingere una fiera e umana resistenza, non dissimile da quella di Gaza, del Chapas, di Rojawa, come attacco terroristico.

La storia passata e recente potrebbe anche aiutarci a chiarire perchè ogni elemento di opposizione che pianta radici nelle istituzioni si rivela o completamente inutile ed ininfluente, oppure addirittura dannoso nei confronti dei resistenti. Della mera solidarietà o di inutili interrogazioni parlamentari son spesso piene le celle. C'è bisogno invece di un'azione che scardini una diversa solidarietà, quella degli oppressori. Per un'azione di tal genere occorrerebbe mettere in gioco ciò che gli opportunisti o gli specialisti dell'opposizione istituzionale non sono mai disposti a lanciare, perchè li separerebbe dal gioco e dal giogo cui sono sempre abituati: l'accettazione della legalità e del suo snaturato concetto come un intoccabile moloch, indipendentemente dalla natura criminale della legalità stessa. La salvaguardia del consenso elettorale costringe spesso a nuotare nella corrente egemonica con quelli che oggi sono vergognosi oppressori.

Se è ancora permesso ricordare che vi è stata una legalità ed una giustizia diversa ed opposta, nata dalla lotta Resistenziale e cristallizzatasi nei valori Costituzionali della carta del 1948, non sembra azzardato ventilare un'evidenza storica: chi, anche in minima parte, conservi dentro di sè un minimo di valori trasmessi dall'esperienza della Resistenza, sia che appartenga all'area liberale, a quella cattolica, a quella socialista, a quella comunista od a quella anarchica (per questi ultimi immagino più del solito), non può che provare una profonda riprovazione nei confronti dell'attuale regime di condotta delle istituzioni, nessuna esclusa, con poche individuali eccezioni, tutte al di fuori della politica.

Ritrovare il coraggio di dichiarare criminale questa legalità oppressiva è compito difficile, ma va ogni giorno condotto in solidarietà con tutti coloro che la contestano. Il popolo valsusino non è meno di quello di Derry, Belfast, Gaza, Rojava, Baltimora, Città del Messico, del Chapas, del Kurdistan, del Donbass.

Note: 

1) Lettera al Presidente Monti del Prof. Angelo Tartaglia :
"Torino, 04/03/2012
Illustrissimo Sig. Presidente del Consiglio,
ho ascoltato e poi letto le sue dichiarazioni riguardo al problema TAV tra Torino e Lione e vorrei provare a scriverle pubblicamente, come pubbliche sono state le sue parole. Io sono stato membro dell'Osservatorio Tecnico sulla Torino-Lione fino alla fine del 2009.
Dopo tale data il governo decise di escludere dall'osservatorio le amministrazioni comunali che non dichiarassero a priori di accettare l'opera. Fino ad allora l'osservatorio aveva raccolto una considerevole mole di documentazione, valsa tra l'altro a sfatare la leggenda dell'imminente saturazione della linea storica, ma non aveva mai discusso l'utilità e la rilevanza economica della nuova ferrovia. La motivazione addotta allora dal presidente dell'osservatorio per questa mancata discussione era che l'analisi costi-benefici sarebbe stata fatta in seguito, in presenza di una progetto esecutivo.
Dall'inizio del 2010 il compito del nuovo osservatorio, depurato delle voci critiche, è stato esclusivamente quello di occuparsi del come fare la nuova linea e non dell'accertarne l'utilità. Peraltro il commissario di governo e presidente dell'osservatorio ha anche affermato in televisione qualche giorno fa che i comuni interessati dalla nuova opera sono solo due, omettendo di dire che nel nuovo osservatorio ce ne sono molti di più e anche del tutto estranei a qualsiasi versione della costruenda linea. La sua affermazione, inoltre, si riferisce esclusivamente allo sbocco del tunnel internazionale.
Ora è chiaro che se l'intervento dovesse limitarsi al solo tunnel di base la capacità complessiva della linea resterebbe esattamente quella di oggi in quanto la portata di un condotto è determinata dalla sua sezione più stretta, non dalla più ampia.
Torno al problema dei vantaggi e degli svantaggi. Nel luglio del 2009, in occasione di un incontro con i sindaci della valle, svoltosi presso la prefettura di Torino, l'allora ministro Matteoli affermò che sulla base di studi in suo possesso la linea storica si sarebbe prestissimo saturata. Non essendo in quella sede consentito ai tecnici di prendere la parola gli scrissi subito dopo pregandolo di far pervenire all'osservatorio gli studi su cui si basavano le sue affermazioni, visto che l'osservatorio stesso non ne era a conoscenza e anzi era arrivato a conclusioni opposte. Dopo alcune settimane mi arrivò una risposta burocratica di poche righe, ma nessuno studio o documento.
Il 4 novembre 2011 si svolse, al Politecnico di Torino, un seminario pubblico sull'utilità o meno del TAV Torino-Lione. In quella sede due esponenti dell'osservatorio (di cui ormai non facevo più parte) fecero affermazioni in merito all'economicità dell'opera che sarebbe stata comprovata dall'analisi costi-benefici effettuata da quell'organo tecnico. Sollecitati o a rendere esplicite le loro argomentazioni o a produrre lo studio cui si riferivano, dissero che non lo facevano per correttezza in quanto l'analisi costi-benefici aveva avuto qualche ritardo tecnico ma stava per essere resa pubblica.
Quattro mesi dopo (venerdì scorso) Lei ha dichiarato che l'analisi costi-benefici mostra l'utilità dell'opera e che sarà presto pubblicata.
Capirà che un osservatore neutrale potrebbe trovare singolare che per un'opera proposta ormai più di vent'anni fa, e con tutto quello che sta succedendo, una analisi costi-benefici non sia ancora stata resa pubblica.
Molti trovano anche curioso che per un'opera di tale rilevanza l'analisi tecnico-scientifica circa vantaggi e svantaggi venga fatta dopo aver assunto la decisione e non prima di assumerla.
Io vorrei vivissimamente pregarla di utilizzare tutta l'autorità di cui dispone per far sì che effettivamente l'analisi costi-benefici venga pubblicata in tempi brevissimi e naturalmente anche che possa essere sottoposta ad esame critico tra pari, come è uso che avvenga negli ambienti scientifici. Lei ha il vantaggio di non aver bisogno di ricorrere a fiumi di parole roboanti e vaghe, come è vizio della politica corrente, e ha le competenze per cogliere la rilevanza e fondatezza delle argomentazioni che le vengono prospettate.
D'altra parte credo che si renda perfettamente conto che, data la storia e le premesse di questo problema, non è possibile venirne a capo in termini di ordine pubblico.
La prego, consenta a tutti di riportare questa vicenda sui binari della razionalità, senza sconti e senza presupposti. Grazie
Distinti saluti
Prof. Angelo Tartaglia
Dipartimento di Scienza Applicata e Tecnologia
Politecnico di Torino
(http://areeweb.polito.it/eventi/TAVSalute/tartaglia_Lettera%20Monti_032012.pdf)


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