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- osservatorio - italia - politica e società - 16-03-26 - n. 958
L'Art.138 della Costituzione vieta revisioni della Costituzione se eletti col maggioritario
Angelo Ruggeri *
16/03/2026
«Resterà sempre uno dei più riusciti scherzi della democrazia il fatto che essa stessa abbia fornito ai suoi nemici mortali gli strumenti con cui annientarla» Joseph Goebbels
"Se in uno stato vige una Costituzione democratica può essere definita come dittatura o golpe qualsiasi violazione dei suoi principi costituzionali fosse pure con il consenso della maggioranza"
Come documenta la storia, ogni qual volta che si voleva indebolire il Parlamento e la società si sono avanzate proposte di modifica maggioritaria e uninominale del sistema elettorale proporzionale e di riforma della Costituzione e delle assemblee elettive. Le prime proposte contro la proporzionale e le assemblee elettive le abbiamo avute in coincidenza con il 68-69, quelle successive sono venute all'apice di quegli anni caldi, nel culmine della grande avanzata comunista, dopo le elezioni regionali del 1975, quando certo rifacendosi al documento della famosa (e tuttavia da troppi dimenticata) Commissione "Trilateral" del capitalismo che per contenere gli effetti delle lotte degli 60-70 lanciò la parola d'ordine di ridurre la democrazia prendendo ad esempio quello che ha definito il "il caso italiano" come caso di democrazia troppo avanzata, la Loggia Massonica P2 di Licio Gelli, poiché, disse, "i comunisti in Italia stanno vincendo con la democrazia" per contrastare questo elaborò il Piano della Loggia Massonica P2 per sovvertire l'intero ordinamento democratico, istituzionale e costituzionale del Paese, il "Piano R"della "P2" che nelle sue articolazioni comprende e prevede tutte le modifiche costituzionali attualmente proposte da questo governo: dal maggioritario al presidenzialismo, modello del premierato e del federalismo della Lega varesina di Bossi, alla sottomissione della magistratura.
Dall'abbattimento della proporzionale al rafforzamento dell'esecutivo riproposto in nome del presidenzialismo riflesso delle reiterate sollecitazioni del capitalismo ad avere istituzioni strettamente funzionali ai suoi obbiettivi di dominio sulla società,
all'attacco maggioritario alla democrazia e alla costituzione della repubblica delle autonomie sociali, locali, e della magistratura per una repubblica presidenziale non più fondata sul lavoro, l'antifascismo e il governo parlamentare ma sulla dittatura del premier e del governo sul parlamento, sulla magistratura e sul popolo
I problemi eminentemente politico-istituzionali che lo svolgersi quotidiano della politica governativa sta sollevando specie da oltre tre anni a questa parte, anche a costo di coprire il peso effettivo di scelte sociali ed economiche a carico dei ceti più deboli e popolari, che evidenziano la portata "sociale" della virata a destra della situazione politica italiana a favore delle imprese, che coinvolge il popolo non già nella partecipazione alle decisioni ma per farne il principale protagonista solo nel pagare i prezzi altissimi che il maggiore potere delle imprese capitalistiche, rivelano solo oggi, a quella parte della cultura democratica che anelava alla costruzione di un sistema politico imperniato sulla "alternanza" al governo, (al "governo", non al potere saldamente in mano al padronato e al management dell'impresa che sono sempre in simbiosi con gli esecutivi di coloro che si alternano al governo), tra una "sinistra-centro" ed una "destra-centro" o come oggi di "destra estrema", come l'alternativa tra sistema elettorale "proporzionale" e sistema elettorale "maggioritario" avesse implicazioni che vanno ben al di là della formazione delle maggioranze "governative" e delle maggioranze "legislative", potendo coinvolgere in modo fittizio e con manipolazione maggioritaria dei voti, anche delle maggioranze "costituzionali" che sono il perno di uno sviluppo coerente nei rapporti tra i principi di "democrazia politica, economica e sociale" ed i contenuti delle politiche economiche e sociali perseguite di volta in volta dalle forze politiche di governo e d'opposizione.
Dimenticanti la distinzione fondamentale tra l'andare al governo e l'andare al potere, con tutto quello che implica sul terreno della lotta culturale e politica nella situazione odierna, risultano utili anche a distinguere la qualità delle fasi socio-politiche come quelle che vanno - rispettivamente - dal 1948 al 1978, e dal 1979 in poi sino ai nostri giorni, per assegnare un connotato particolarmente qualificante agli anni 68-75 nei quali il conflitto ha messo a dura prova la capacità del sistema di potere dominante di fronte all'incalzare del movimento operaio e dei nuovi soggetti sociali emersi nel vivo delle lotte antiautoritarie che hanno puntato alla trasformazione di ogni aspetto dei rapporti sociali.
Ora che una legge elettorale di tipo maggioritario permette al governo la possibilità di imporsi pregiudizialmente alle opposizioni in entrambe le Camere, facendo lamentare l'insussistenza delle condizioni della dialettica democratica, in nome di una "governabilità" vagheggiata come esigenza imprescindibile da tutte le forze politiche e culturali che avevano sollecitato il ben noto "referendum" contro il sistema proporzionale, si è reso tangibile un rischio che non riguarda più solo i limiti di una democrazia politica che demonizza la funzione "rappresentativa" delle assemblee elettive, ma quelli ben più preoccupanti di una democrazia economico-sociale che viene attaccata non solo da prospettive governative di tipo "liberista", ma persino da disegni che vanno al di là di quanto legittimamente le maggioranze governative e legislative possono proporsi, per coinvolgere il campo stesso dei principi costituzionali, per i quali una costituzione di tipo "rigido" come quella italiana pone vincoli che non da oggi - peraltro - si vorrebbero saltare, anziché fare rispettare.
Siamo di fronte ad un disegno organico e complessivo di cui non pare esserci piena consapevolezza, tanto che si arriva a dire che il governo avrebbe "abbandonato il premierato" (sic) perché ha "scelto la legge elettorale", rendendo indispensabile richiamare elementi di una memoria storica cosi sopita da aver indotto sia "progressiste" che "conservatrici", a imboccare la medesima strada di un ritorno alla pedissequa concezione dello stato come strumento di "gestione" degli interessi generali quali risultano dagli obbiettivi strategici del capitalismo internazionale e nazionale; e a dimenticare che Mussolini prima del premierato del 1925, fece la legge maggioritaria del 1923.
Verso una costituzione incostituzionale all'inizio c'è sempre il sistema elettorale, maggioritario: come nel 1992, la legge maggioritaria diede inizio ai trenta anni di una fase di "tipo prefascista", che dominata dal protagonismo della Lega varesina di Bossi ha portato fatalmente i neofascisti al governo.
Dall'abbattimento della proporzionale, avente portata costituzionale benché non scritto testualmente tra le norme sulle elezioni, è derivato l'anticostituzionale e prevaricante rafforzamento dell'esecutivo, in una concitata gara che ancora continua col presidenzialismo di "premierato", per imporre forme di governo con vertice "monocratico" più forte del Parlamento, per fare dell'esecutivo di governo una variabile indipendente dalla società.
Questo non può essere facilmente assimilato a livello di massa - però - se non spiega che nella ideologia giuridica dominante della borghesia capitalista, la forma di governo riguarda solo i luoghi del potere centrale e, quindi, essenzialmente i rapporti tra governo e parlamento e non anche le forme del potere decentrato e locale. Sicché per tale via, si finisce per occultare un'operazione ideologica che accomuna le assemblee parlamentari - ma anche quelle regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali -, in una istituzionale subalternità ai rispettivi esecutivi, governo e giunte, ma sottacendo quel dato teorico che, in concreto, manifesta i suoi effetti più devastanti proprio al livello territoriale, in cui sarebbe possibile conferire un effettivo primato istituzionale alle assemblee elettive, e dove quindi la contraddizione è più acuta tra domanda sociale e disponibilità delle istituzioni.
Ora, l'idea dominante che perviene alla conseguenza di fare dei governi, degli esecutivi, è quella secondo cui il nucleo di fondo del potere di governare, come potere di "direzione" o di determinare "l'indirizzo politico", è il potere di "iniziativa", quello che come vediamo da quattro anni il governo ha totalmente al Parlamento, potere di iniziativa che quando è in capo al Parlamento indica la democrazia e quando è in capo al governo e al suo "capo" è una tipica espressione dell'autocrazia, come avviene, appunto, con questo governo ormai da quattro anni di totale esautoramento del Parlamento, che ha instaurato un vero e proprio regime del "decreto-legge": che si determina non solo per la quantità di decreti legge, senza uguali e senza precedenti emanati da questo governo, ma con le cosiddette "leggi delega", con cui il governo tramite quella che è solo la sua fittizia maggioranza parlamentare , frutto delle manipolazione maggioritaria dei voti, impone al Parlamento di auto-espropriarsi del suo potere legislativo; per cui siamo in una situazione in cui ormai è solo un ristretto gruppo di personaggi dell'alta finanza nazionale e internazionale che, direttamente o indirettamente , prende le decisioni a carico delle masse, col governo e governi ostentatamente lontani da un popolo ha dovuto auto-organizzarsi, persino per rappresentare la contrarietà ad una guerra di sterminio come quella di Gaza, condotta da Israele e dal presidenzialismo del capo di stato americano, e col sostegno complice del governo italiano, nonostante e contro l'Art.11/C., in una situazione di grave sofferenza della gente resa più drammatica dagli effetti reali che il presidenzialismo esercita prima ancor di essere in vigore, che ha spinto alla deriva la democrazia bruscamente accelerata dal passaggio dei "pieni poteri" all'attuale governo.
Così allineandosi a governi che come quello del presidenziale capo di stato americano, non esitano ad affermare addirittura che il potere di indirizzo politico si riassume nel potere di direzione e di iniziativa dell'esecutivo e che è quanto viene fatto dal nostro governo da oltre 4 anni. Donde che in base a tale assunto ideologico si arriva a mistificare la cosiddetta teoria della "divisione dei poteri", poiché il potere "esecutivo", ancor di più col plebiscitario presidenzialismo del "capo del governo", eletto direttamente, sarebbe il potere dominante di tutte le istituzioni statali, ponendo fine non solo e ben più dell'autonomia del "capo dello stato", all'autonomia sia delle Camere che della Magistratura, onde liberare il governo da ogni controllo, sia dal controllo di legittimità delle Camere, sia dal controllo di legalità della magistratura: che urge metterla sotto il controllo dell'esecutivo, con la presente revisione del sistema giudiziario, per evitare l'emersione dei conflitti d'interessi dei ministri, della corruzione dilagante e degli scandali, connessi ad una degenerazione dovuta alla simbiosi tra imprese private (o a privatizzazioni di proprietà pubbliche com'è avvenuto al porto di Genova che è stato privatizzato e consegnato ad imprese private colluse col presidenzialismo dei "capi" di regione e comune), e il pluri-presidenzialismo, aristotelico "primum mobile", del "capo" degli interessi delle imprese e il "capo" dell'esecutivo, che con la presidenziale elezione diretta viene posto e si sente essere al di sopra dell'assemblea elettiva e, nel caso del "capo" del governo eletto direttamente, al di sopra del Parlamento, e quindi anche delle forze politiche rappresentative della società e anche di quelle sociali e sindacali, nel posto in cui la Costituzione al vertice del sistema istituzionale e al di sopra del Parlamento pone il popolo
Il fatto che "Se in uno stato vige una Costituzione democratica può essere definita come dittatura o golpe qualsiasi violazione dei suoi principi costituzionali fosse pure con il consenso della maggioranza" è insito nel concetto stesso di democrazia, che obbliga qualunque maggioranza ad agire entro i limiti stabiliti dalla Costituzione , per cui la dottrina moderna sostiene che i diritti fondamentali e le procedure costituzionali (come l'indipendenza della magistratura) non possono essere oggetto di voto a maggioranza, in quanto una maggioranza che smantella i controlli di legittimità del Parlamento e i controlli di legalità della magistratura viola la sostanza democratica della Costituzione. Tanto più se come l'attuale governo non ha una maggioranza né del paese e nemmeno del corpo elettorale, ma solo una fittizia maggioranza parlamentare , che rappresenta solamente un 15% del corpo elettorale, acquista tramite la manipolazione maggioritaria-uninominale dei voti, che come tale non può proporre alcuna revisione mediante e ricorrendo all'Art.138/C., che regola le modifiche costituzionali solo se presentate da maggioranze elette col proporzionale, se non violando la procedura costituzionale, con metodi da "colpo di stato", in quanto deroga, , appunto, alle procedure costituzionali, come quello attuato dal De Gaulle "algerino" - che portò Almirante padre-padrino di Meloni a invocare una soluzione presidenzialista come in Francia.
Una "deroga" Alle Procedure Costituzionali Previste All'art.138/c. Che L'attuale Governo Punta A Far Saltare, In Quanto il meccanismo di garanzia costituzionale del vigente articolo 138 della Costituzione, è stato costituzionalmente predisposto e reso disponibile solo ed esclusivamente per "modifiche" proposte da maggioranze elette col sistema proporzionale, escludendo in modo assoluto modifiche proposte da maggioranze elette col sistema maggioritario , anziché col sistema proporzionale con cui venne eletta la Costituente e sancito nell'art.138.
Adeguare la legge elettorale alla Costituzione o la Costituzione al sistema elettorale?
Ma se servisse un ulteriore dimostrazione sulla inammissibilità del maggioritario e incostituzionalità dei referendum antiproporzionale che, come tali, non sono stati contestati (per rinuncia e subalternità, per spirito di servizio o per necessità di accreditarsi verso i centri nazionali e internazionali del capitale finanziario, da Mediobanca alla City di Londra), basta guardare al dibattito successivo e attuale sulla necessità di modificare l'art. 138 della Costituzione perché - detto dagli stessi propugnatori del maggioritario che al tempo non hanno ritenuto incostituzionali i referendum -, esso è stato pensato per un sistema proporzionale ed esso, con il maggioritario, risulterebbe alterato e aggirato: per non dire del fatto che tutti, da destra e da sinistra, concordano in merito alla paradossale necessità secondo cui si dovrebbe "adeguare" la Costituzione all'introduzione della nuova legge elettorale maggioritaria.
Ciò suona conferma anche del fatto che Il carattere proporzionalista è quindi insito nel nuovo sistema di governo parlamentare proprio di uno Stato di democrazia sociale come quello delineato dalla Costituzione e che quindi esiste una questione di compatibilità tra leggi di revisione che incidono sul sistema di governo parlamentare e gli obbiettivi della forma dello Stato di democrazia sociale, che se non considerata e rispettata giustifica il dire, come Miglio, che si tratta di uno "sbrego", ossia come legittimamente e come con altre parole altri hanno detto e si può dire, di un "golpe" o "colpo di Stato tecnico".. Perché in effetti esistono principi fondamentali immodificabili, in quanto si pongono nel sistema di Costituzione "rigida" che i costituenti hanno voluto dare alla repubblica fondata sul lavoro, come argine ad alterazioni incoerenti dell'ordinamento sociale e politico e a rovesciamenti della democrazia e della Costituzione come quelli in corso o messi in atto dell'attuale governo neofascista. Al quale come al fascismo storicamente, non serve avere la maggioranza, bastandogli solitamente il 40% dei votanti (anche la Tatcher guidò per dieci anni il paese senza mai superare il 40%).
Per ciò, stante che come direbbe l'abate Galliani, l'attuale governo e la sua "capo" non hanno nemmeno la capacità di sragionare, sono costretti - come sempre e, da quando sono nati copiando il nome dall'Inno di Mameli, in poi - a copiare non solo il regime di governo del capo, tramite il presidenzialismo del capo del governo, ma anche il percorso fatto da Mussolini per realizzarlo.
Quindi l'attuale governo, prima del premierato - come Mussolini che prima del premierato fece il maggioritario - propone per la coalizione che arriva al 40% un "premio elettorale in quota fissa" come nella legge maggioritaria del 1923, definita dal Duce "la madre di tutte le riforme": infatti, grazie ad essa, nel 1925 ha introdotto il premierato e nel 1926 le "leggi fascistissime" e la "fascistissima dipendenza" dei PM dal governo.
Insomma, mentre persino la "legge truffa" del 1953 prevedeva il mussoliniano premio alla coalizione che supera va il 50% dei votanti quando votava più del 90% degli elettori, per questo governo e sufficiente il 40% , cioè il 10% in meno della metà dei votanti ormai ridotti alla metà o anche meno del corpo elettorale, per avere un mussoliniano premio elettorale in quota fissa, fino al 55% dei seggi e una maggioranza imbattibile, a prova di opposizione.
Ciò proprio per esautorare quelle assemblee parlamentari la cui eliminazione dal modello istituzionale il fascismo ha potuto persino omettere dal 1925 al 1939 stante la forza antidemocratica del "plebiscitarismo" e del "consenso" nella società di massa, nella misura in cui naturalmente, tali assemblee facciano solo da supporto subalterno al governo del capo e ben lungi dall'esprimere potere, in nome del ribadito "rafforzamento dell'esecutivo" che con il fascismo - appunto - raggiunge il suo acme, smascherando la falsa democraticità dei sistemi "liberali" dei quali viene predicata la stabilità e l'efficienza proprio perché un solo partito è al governo e domina l'assemblea e l'altro partito (quello escluso dal governo) deve rigorosamente essere escluso dal potere di indirizzo politico, relegato ad una secondaria funzione di controllo in nome di valori condivisi tra i partiti "di sistema".
Usare la Costituzione per andare al governo e usare il governo per cambiare (o aggirare) la Costituzione è proprio storicamente del vecchio come del nuovo fascismo, tabuizzato solo perché su di esso continua a pesare il ricordo storico di quello del passato, ignorando le coincidenze programmatiche e contatti tra le forme di potere gerarchiche e di comando dall'alto proposte dal fascismo storico e quelle dei suoi attuali epigoni neofascisti, di cui si rivela molto presto, se appena si faccia ricorso al potenziale chiarificatore della storiografia anche nel campo del forme del diritto e dello stato, come niente altro che una attualizzazione, con modifiche minime solo formali e non sostanziali, di forme fasciste o neofasciste dell'ideologia dell'estrema destra, specie se si ricorre all'analisi chiarificatrice della storiografia anche nel campo, cosi poco applicata, del forme del diritto e dello stato .
Donde che la rinuncia a porre la materia in un prospettiva storica o la tendenza ad appiattire tale prospettiva , porta fatalmente ad occultare che il fascismo è una forma di potere che come tale può essere attuato o replicato il luoghi e tempi diversi. E quindi, a non cogliere quel che di permanente e di organico nelle proposte di "riforma istituzionale", proposte anche degli attuali neofascisti, sono riferibile alla strategia univoca oltre che unilaterale del capitalismo internazionale e nazionale; per cui si devono superare le tradizionali difficoltà che l'uso dell'interdisciplinarietà incontro in ambiente scientifico per cogliere quel che di permanente e di organico nelle proposte di "riforma istituzionale" costituzionali prima del fascismo e poi del neofascismo, e parte integrante della strategia capitalistica con cui si viene a legittimare una costante del potere politico-istituzionale, che si ispirerebbe alla medesima matrice se, comunque, in ogni fase storica - precapitalistica o capitalistica - l'organizzazione del potere si configura con un impianto sempre verticistico, con varianti secondarie di quella che, volta a volta, viene invocata come esigenza irrinunciabile del "rafforzamento dell'esecutivo" che col fascismo raggiunse il suo acme nella misura in cui arriva al suo apice col presidenzialismo.
Dopo la svolta epocale, rappresentata dalla caduta e dal superamento del fascismo e delle teorie reazionarie del potere, la questione dello stato ha presentato profili nuovi e incompatibili con le impostazioni tradizionali di un capitalismo che era ricorso allo stesso totalitarismo fascista pur di sancire l'irrinunciabilità del primato dell'esecutivo, in vista del superamento di quella simbiosi tra potere sociale e potere politico che, dall'epoca dello stato assoluto in poi, era riuscito ad imporsi in forza di una teoria dello stato inteso come organizzazione sovrapposta alla società, e come tale rendendo, già nello stato liberale, subalterno all'esecutivo il parlamento, in quanto includente il partito della classe operaia, il parlamento come luogo di quella presenza dinamica in rapporto con i movimenti di massa, in quanto luogo di rappresentatività e di agibilità delle forze antagoniste (od anche solo critiche) del sistema socio politico: dopo la svolta epocale della caduta del fascismo, cioè, la questione dello stato ha cessato di identificarsi con la questione del governo e di chi vi entra (con quel che segue sulla legittimazione ad occupare sedi istituzionali rientranti nell'area dell'esecutivo), ma si è dilatata a misura della necessità che il "governo" fosse concepito come una funzione coinvolgente al tempo stesso e su un piano di parità, esecutivo, assemblee elettive, partiti e sindacati, in nome di masse poste alfine in grado di far valere una sovranità nuova, non più la sovranità degli apparati dello stato inteso come governo, ma una sovranità di forze sociali che erano state considerate estranee allo stato, una sovranità popolare come la sola forma di uno stato comunità, stato di democrazia sociale .
*) Angelo Ruggeri, Movimento Nazionale Antifascista Difesa e Rilancio della Costituzione, Coordinatore del Centro "Salvatore d'Albergo-Il Lavoratore"
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