Da "L'Ernesto", novembre-dicembre
2002
La dottrina Bush e l'imperialismo planetario
Isolare
l'asse imperialista USA-Israele primo compito del movimento per la pace
di Domenico Losurdo
Nonostante si sviluppi nella medesima area geografica e abbia di mira il
medesimo paese, l'aggressione contro l'Irak che gli Stati Uniti si apprestano a
scatenare ha un significato sensibilmente diverso e decisamente più inquietante
della guerra del Golfo del 1991. Nel frattempo è intervenuta la dottrina Bush,
con la teoria della guerra preventiva, chiamata a fronteggiare "le minacce
emergenti prima che esse abbiano preso pienamente forma". Che si tratti di
"una minaccia specifica nei confronti degli Stati Uniti" ovvero
"dei loro alleati ed amici", di una minaccia alla sicurezza o anche
solo agli "interessi", tutte, senza distinzioni superflue, devono
essere liquidate. A chi ancora non l'avesse compreso, l'amministrazione
americana chiarisce di essere pronta ad "agire ogni qual volta i nostri
interessi siano minacciati".
Ma tutto ciò non basta; è necessario farla finita con "terroristi e
tiranni" e coi paesi i quali "rifiutano i valori umani basilari ed
odiano gli Stati Uniti e tutto ciò che essi rappresentano". Se si tiene presente
che a definire le "minacce", gli "interessi", i
"terroristi", i "tiranni", i "valori umani
basilari", e persino il sentimento di "odio" è sempre e soltanto
la superpotenza americana, che esplicitamente rifiuta di lasciarsi legare le
mani da un organismo internazionale, una conclusione si impone: non c'è paese,
qualunque sia il suo regime politico e sociale, non c'è area geografica, per
lontana che sia dagli Stati Uniti, che possa considerarsi al riparo dalla
pretesa alla giurisdizione universale che si arroga Washington. Siamo in
presenza di un interventismo planetario che, in nome della prevenzione, è
pronto a mettere a ferro e fuoco il pianeta. Non a caso, un pathos attivistico
attraversa in profondità la dottrina Bush: "Nel nuovo mondo in cui ci siamo
affacciati l'unica strada per la salvezza è la strada dell'azione". E
questa azione, come in più occasioni è trapelato dalle dichiarazioni di questo
o quell'esponente dell'amministrazione americana, può ben varcare la soglia
nucleare.
Si comprendono allora l'inquietudine e l'allarme che si diffondono ben al di là
dei circoli della sinistra. Cosa sta succedendo? Perché alla guerra fredda ha
fatto seguito non già la pace perpetua promessa dai vincitori bensì una serie
di guerre calde che sembra non dover conoscere fine? Quali sono i reali
obiettivi del nuovo corso e della dottrina Bush? Se esaminiamo le risposte o i
tentativi di risposta a tali domande, ecco che una categoria balza agli occhi.
Già subito dopo l'11 settembre, un eminente storico inglese delle dottrine
politiche, Quentin Skinner, ha dichiarato: "Penso sarebbe più giusto
caratterizzare gli attacchi terroristici non come rivolti alla libertà o agli
ideali americani, ma alla politica americana, all' imperialismo americano,
soprattutto in Medio Oriente" (Passarini, 2001). Ed ora diamo la parola ad
altri due studiosi, questa volta statunitensi: "La guerra americana contro
il terrore è una riedizione dell'imperialismo" (Ignatieff, 2002, p. 11 ) ;
ad ispirare Bush - osserva Anatol Lieven, esponente di una prestigiosa
istituzione (Carnegie Endowment for International Peace) - è un
"imperialismo sempre più esplicito" (in Lewis, 2002, p. 6). Ad
esprimersi in questo modo non sono solo intellettuali: se Ted Kennedy prende le
distanze dal "nuovo imperialismo" di Washington (in Molinari, 2002),
l'ex-cancelliere tedesco Helmut Schmidt denuncia con forza la "tendenza
americana all'unilateralismo o persino all'imperialismo' (Schmidt, 2002).
Indipendentemente da questo o quell'autore, da questa o quella personalità,
sempre più frequentemente risuonano le riserve o le critiche nei confronti
dell'"imperialismo del libero mercato" ovvero
dell'"imperialismodei diritti umani".
Sul versante opposto, non mancano i tentativi di riabilitazione. In occasione
della guerra contro la Jugoslavia, sulla stampa americana si poteva leggere:
"Solo l'imperialismo occidentale - benché pochi amino chiamarlo per nome -
può ora unire il continente europeo e salvare i Balcani dal caos" (Kaplan,
1999). Ad un paio d'anni di distanza il discorso diventa più preciso; da
"occidentale" l'imperialismo diventa univocamente statunitense; ed
ecco "Foreign Affairs" proclamare, già nel titolo della pagina che
introduce il numero della rivista e poi nell'articolo di apertura, che "la
logica dell'imperialismo', ovvero "del neoimperialismo è troppo stringente
perché Bush possa resistervi" (Mallaby, 2002).
Sì, gli Stati Uniti, sarebbero "un imperialista riluttante", ma
necessario e benefico. Per la verità, la vignetta chiamata ad illustrare questa
tesi, che rappresenta uno zio Sam impegnato a giocherellare col mappamondo, dà
un'idea, più che della riluttanza, di un sovrano compiacimento. E, tuttavia: da
un lato la riabilitazione di una categoria divenuta odiosa negli anni della
lotta contro il nazifascismo e il colonialismo rende evidente la radicalità del
processo di reazione oggi in atto; dall'altro la critica dell'odierna politica
di guerra e di potenza fa ricorso sempre più frequente ad una categoria che
gioca un ruolo centrale nell'analisi di Lenin, un autore a lungo considerato
morto e travolto dalle rovine del campo socialista.
DAL NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE ALL'IMPERIALISMO
Come spiegare queste novità? Dieci anni fa Bush sr. scatenava la
guerra contro l'Irak in nome del Nuovo Ordine Internazionale: erano chiamati a
costruirlo l'Occidente nel suo complesso, il Giappone e persino la
boccheggiante Unione Sovietica di Gorbaciov; almeno in teoria, ad essere
protagonista era la "comunità internazionale", il mondo
"civile" in quanto tale. Ben diverso è il clima ideologico dei giorni
nostri. La dottrina di Bush jr. rivendica agli Stati Uniti e solo ad essi una
"grande missione". Non a caso si tratta del presidente, che a suo
tempo ha condotto la campagna elettorale agitando un dogma sul quale non è consentito
alcun dubbio: "La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della
storia per essere un modello per il mondo".
E' vero, si tratta di un vecchio motivo dell'ideologia americana. Ma esso, ora,
non solo diventa ossessivo, ma pretende di essere il principio-guida per la
trasformazione e rigenerazione dell'intero pianeta, e cioè per il suo
assoggettamento alla volontà sovrana di Washington. Rispetto ad un paese
ispirato e consacrato dalla divina Provvidenza, non solo "terroristi e
tiranni", ma anche i tradizionali alleati "democratici" si
rivelano in tutta la loro profana volgarità e irrilevanza.
La stessa Alleanza Atlantica, per non parlare dell'Onu, può collaborare e
rendersi utile all'amministrazione americana ma non deve essere d'intralcio
alla sua volontà sovrana: "dobbiamo essere preparati ad agire
separatamente quando i nostri interessi e le nostre uniche responsabilità lo
richiedano". Già in un'intervista della scorsa estate il presidente
statunitense ha tenuto a sottolineare che "gli Stati Uniti sono in una
posizione unica" (Woodward, 2002). Alla "comunità
internazionale", che ha presieduto alla prima guerra del Golfo e
all'aggressione contro la Jugoslavia, è subentrata la nazione "unica"
ed "eletta da Dio". A questo punto, emerge con nettezza il carattere
subalterno della funzione prevista per i paesi "alleati", ed ecco che
al loro interno cominciano ad emergere voci critiche nei confronti
dell'"unilateralismo" e, talvolta, persino
dell"'imperialismo" di Washington.
Si tratta di una presa di coscienza non solo timida e incompleta, ma anche
piuttosto tardiva. Vediamo con quali argomenti, in occasione della prima guerra
del Golfo, i suoi campioni hanno cercato di convincere i settori dell'opinione
pubblica americana riluttanti ad imbarcarsi nell'avventura bellica:
"Davvero gli isolazionisti conservatori si sentirebbero sollevati se la
Marina giapponese pattugliasse il Golfo mentre 100.000 soldati giapponesi
sbarcano in Arabia Saudita?" Il giornalista italiano, che riportava tale
dichiarazione di Irving Kristol, commentava: "Non c'è dubbio che il gruppo
dirigente degli Stati Uniti abbia visto nella crisi una occasione di
riproposizione della leadership americana sul terreno su cui non conosce
concorrenti", e cioè sul terreno militare (Brancoli, 1990). Qualche tempo
dopo, sull'onda della vittoria contro l'Irak, Washington minacciava anche la
Libia, ed ecco l'ambasciatore russo a Tripoli, Beniamin Popov, osservare che
gli Usa miravano sì a "controllare la produzione del greggio mediorientale",
ma anche ad "impedire lo svilupparsi delle relazioni economiche tra Libia
ed Europa" (in Man, 1992). A questo punto conviene rileggere Lenin: a
caratterizzare l'imperialismo è "la conquista di terre, diretta non tanto
al proprio beneficio quanto ad indebolire l'avversario".
Possiamo ora comprendere meglio gli obiettivi perseguiti dalle guerre del Golfo
nonché dall'insediamento che, col pretesto della lotta al terrorismo, gli USA
sono riusciti a realizzare in Asia centrale. Non basta rinviare al petrolio
quale obiettivo costante di questo frenetico attivismo diplomatico-militare.
Anche il colonialismo ha di mira il saccheggio delle materie prime e delle
risorse dei paesi che esso assoggetta. E' più importante un'altra
considerazione: la superpotenza americana, in Medio Oriente così come in Asia
centrale, mira a sottoporre al suo controllo totale ed esclusivo le fonti
energetiche da cui dipendono i paesi che potrebbero mettere in discussione la
sua egemonia e che già oggi le fanno ombra.
Se il colonialismo classico mira in primo luogo al saccheggio, la ricerca
dell'egemonia è la molla decisiva dell'imperialismo propriamente detto. Uno
sguardo alla storia degli Stati Uniti può chiarire meglio questa differenza.
Tra Sette e Ottocento, la conquista del Far West, con la progressiva
espropriazione, deportazione e decimazione dei pellerossa, è un capitolo di
storia del colonialismo: si tratta di appropriarsi della terra e delle
ricchezze del sottosuolo. Con l'occupazione delle Filippine, agli inizi del
Novecento, all'obiettivo tradizionale del saccheggio delle risorse s'intreccia
un altro ancora più ambizioso. Ora, a partire dalla postazione avanzata
costituita dal nuovo territorio assoggettato, lo sguardo si rivolge al
Giappone: è già iniziata la gara imperialistica per l'egemonia nel Pacifico che
poi sfocia in una sanguinosa prova di forza militare tra il 1941 e il 1945. Al
suo concludersi, gli USA installano nel paese sconfitto basi militari, il cui
obiettivo è in primo luogo il contenimento e l'accerchiamento dell'Unione
Sovietica.
Dopo la fine della guerra fredda e la vittoria di tipo napoleonico (per dirla
con Lenin), che li consacra come superpotenza unica e senza rivali, gli Stati
Uniti sono sempre più chiaramente impegnati a realizzare un impero planetario.
E' in questo quadro che va collocato l'espansionismo ormai senza più freni in
direzione delle aree più ricche e promettenti dal punto di vista delle riserve
di petrolio e di gas naturale. Al di là dello slancio che ne potrebbe ricavare
l'economia americana, grazie ai rifornimenti energetici a basso prezzo, ai
nuovi mercati che si aprono e al boom dell'industria militare, è in gioco una
posta ancora più importante: si tratta di ridimensionare drasticamente il peso
geo-economico e strategico della Russia e di aggravare la vulnerabilità
energetica ed economica non solo della Cina - alla quale la dottrina Bush, come
vedremo in un prossimo articolo, lancia pesanti avvertimenti - ma anche dei
paesi "alleati" in Asia e in Europa. Per non parlare del fatto che la
sperimentazione sui campi di battaglia delle nuove armi e delle nuove
tecnologie potrebbe rafforzare ulteriormente il ruolo degli USA come
superpotenza unica e senza rivali, in grado di inviare in ogni angolo del
mondo, senza grossi rischi, i suoi poliziotti e i suoi plotoni d'esecuzione.
Si comprende allora che in Europa comincino a mugugnare o a protestare
apertamente anche settori della borghesia nazionale. E' in tale quadro che va
collocato l'intervento di Helmut Schmidt. Questi non si limita a criticare
l'"unilateralismo" e il tendenziale "imperialismo" della
nuova amministrazione americana. Egli cerca anche di rintracciare le origini di
tale politica: "Reagan bombardò Grenada, Clinton bombardò Belgrado e una
fabbrica in Sudan - il tutto senza una risoluzione del consiglio di Sicurezza
dell'ONU, il tutto in violazione della Carta delle Nazioni Unite". Ancora
più importante è il fatto che l'ex-cancelliere tedesco contrapponga
positivamente Russia e Cina al servilismo di certi governi europei:
"Diversamente da Putin e Jiang Zemin, alcuni ministri e capi di governo
europei hanno reagito all'unilateralismo americano in modo piuttosto privo di
dignità". Infine, Schmidt non esita a prendere le difese della Cina: a
scatenare oltre Atlantico la campagna contro il grande paese asiatico sono
"intellettuali di orientamento imperialistico". E, di nuovo, nella
critica di un paese ormai incline ad un "uso della potenza privo di
scrupoli" e pronto persino a sparare "il primo colpo nucleare",
nell'analisi dell'odierna situazione internazionale ritorna una categoria che
rinvia in primo luogo a Lenin.
PERCHE' E' ESSENZIALE LA CATEGORIA DI
IMPERIALISMO
Ad attardarsi a guardare con ironia alla categoria di
"imperialismo" sono i settori più provinciali della sinistra, coloro
che, presi dalla smania di apparire moderni e aggiornati, finiscono in realtà
col riecheggiare acriticamente i luoghi comuni dell'ideologia
dell'imperialismo. La sua storia è accompagnata come un'ombra dal mito che
celebra l'unità corale delle grandi potenze "civili", in quanto
"polizia internazionale" chiamata a mantenere l'ordine nel mondo. A
strombazzare con particolare zelo questo mito, sia pur mutando il segno da
positivo in negativo, sono oggi i critici a sinistra della categoria di imperialismo,
i sedicenti campioni del superamento del leninismo.
In realtà, atteggiandosi in tal modo, essi diffondono una pericolosa illusione,
come se la guerra infinita, teorizzata e messa in atto da Washington, dovesse
avere come bersaglio sempre e soltanto piccoli paesi: la Jugoslavia, l'Irak, e,
domani, l'Iran, la Siria, la Libia, ovvero, nell'emisfero occidentale, Cuba,
Venezuela, ecc. Senonché la dottrina Bush è di una chiarezza inequivocabile:
"resisteremo strenuamente a qualunque aggressione proveniente da altre
grandi potenze". E ancora: "Le nostre forze armate saranno abbastanza
forti da dissuadere potenziali avversari dal perseguire una politica di riarmo
nella speranza di superare, o anche solo di raggiungere, la potenza degli Stati
Uniti". Come si vede, ad essere presi di mira non sono soltanto i piccoli
"Stati-canaglia"... Che nessuna grande potenza si azzardi non diciamo
ad "aggredire" ma anche solo ad inseguire gli Stati Uniti nella loro
frenetica corsa al riarmo, ostacolando l'aspirazione dell'inquilino della Casa
Bianca ad affermarsi come sovrano unico e indiscusso dell'intero pianeta!
Mentre passa sotto silenzio il pericolo di guerre su larga scala, la teoria che
considera dileguato l'imperialismo e le contraddizioni tra le grandi potenze
non aiuta e non incoraggia certo la resistenza dei popoli e paesi oppressi. Da
Lenin a Mao, da Ho Chi Minh a Castro, i grandi ispiratori e protagonisti dei
movimenti di emancipazione dei popoli coloniali hanno insistito sulla necessità
di utilizzare tutte le contraddizioni del quadro internazionale. A facilitare
la vittoria della rivoluzione cinese è stato il conflitto non solo tra Unione
Sovietica socialista e Giappone imperialista ma anche tra imperialismo
giapponese e imperialismo americano. Sempre nel secondo dopoguerra, il popolo
indiano, egiziano, algerino ecc. hanno potuto conquistare o mantenere
l'indipendenza per il fatto che la loro lotta ha saputo trarre profitto sia
dall'appoggio politico-diplomatico e, talvolta, militare del campo socialista,
sia dalle contraddizioni e dalle incrinature che dividevano l'imperialismo
americano dall'imperialismo britannico e francese.
Ma ecco che ora la teoria della "nuova Yalta" dichiara ai popoli
oppressi o minacciati di aggressione che essi continueranno ad avere contro di
sé la forza intera e compatta non solo del mondo capitalista ma anche di tutte
le grandi potenze, compresa la Cina diretta da un Partito comunista. Nello
sforzo di sfuggire al micidiale embargo imposto da Washington, Cuba sviluppa
rapporti commerciali non solo con Spagna e Canada, che bene o male provano a
resistere alle pressioni statunitensi, ma anche, nonostante la grande distanza
geografica, con la Cina, dalla quale la piccola isola importa macchinari
industriali essenziali al suo sviluppo. Ma, dal punto di vista dei critici
qualunquisti della "nuova Yalta" non c'è differenza alcuna tra la
superpotenza che impone l'embargo, i paesi che con timidezza cercano di
aggirarlo e il grande paese asiatico che l'ignora del tutto.
Anche in questo caso, i sedicenti "ultrasinistri" non fanno che
riprendere i miti dell'ideologia dominante. A suo tempo, l'aggressione contro
la Jugoslavia è stata presentata come un'iniziativa della "comunità
internazionale": eppure, ad opporsi alla guerra erano paesi come la
Russia, la Cina, l'India...
La presunta "comunità internazionale" del 1999 si è oggi
ulteriormente e drasticamente ristretta; e, tuttavia, gli Stati Uniti cercano
di giustificare la guerra che mirano a scatenare contro l'Irak presentandosi
come gli interpreti e gli esecutori della risoluzione votata all'unanimità dal
Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Sorvolano sul fatto che quella risoluzione è
il risultato di un duro scontro nel corso del quale Washington, nonostante le
sue minacce, è stata costretta a rinunciare alle sue richieste più
estremistiche. E lo scontro è ben lungi dall'essersi concluso: mentre Russia,
Francia e Cina continuano a ribadire che l'ultima parola spetta ancora al
Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Bush si riserva il diritto di premere il
grilletto quando e come vuole.
Agitando il mito di una "nuova Yalta", coralmente unita nella volontà
di guerra contro l'Irak, i sedicenti "ultrasinistri" danno di fatto
ragione all'amministrazione americana e finiscono con l'accreditare i suoi
piani di guerra!
Infine. L'interventismo planetario di Washington non può non considerare
superati i confini statali e nazionali. Ci sono diritti umani che valgono per
"ogni persona, in ogni civiltà"; e, dunque, "gli Stati Uniti
sfrutteranno l'opportunità di questo momento per estendere i benefici della
libertà in tutto il pianeta". E, ancora una volta, cosa si debba intendere
per "libertà" lo decide il sovrano planetario che siede alla Casa
Bianca. E' da condannare come infetto di "totalitarismo" ogni governo
che metta in discussione la "libera impresa", la "libertà
economica", i "mercati aperti", il "rispetto della
proprietà privata", che faccia ricorso, invece che a "sane politiche
fiscali a sostegno dell'imprenditoria" e degli investimenti, alla
"mano pesante del governo".
In ultima analisi, è da respingere come un attacco alla libertà ogni tentativo
di costruire o di mantenere in piedi lo Stato sociale. E così il sedicente
universalismo statunitense si rivela come un attacco di dimensioni planetarie
ai diritti economici e sociali che pure sono sanciti dall'ONU. Per quanto poi
riguarda gli altri diritti dell'uomo, conviene non perdere di vista la
condizione dei detenuti a Guantanamo ovvero l'esecuzione senza processo,
dall'alto degli aerei della CIA, di coloro che sono sospettati di avere legami
con la rete terroristica...
Non per questo l'universalismo di Washington si rivela meno imperioso. Anzi,
esso è così sicuro di sé da presentarsi in forma decisamente più ingenua
rispetto al passato. Bush jr. non ha esitazioni a dichiarare che le guerre da
lui programmate mirano ad affermare "gli interessi e i principi
americani". Ma perché mai gli altri popoli dovrebbero inchinarsi senza
obiezioni e anzi con gesto di riverenza agli interessi e ai principi americani?
Per gli ideologi e gli strateghi della Casa Bianca e del Pentagono non ci sono
dubbi: fra "gli interessi e i principi americani" da un lato e i
valori universali dall'altro c'è una sorta di armonia prestabilita. Ed ecco
allora la dottrina Bush teorizzare senza imbarazzo e senza vergogna un
"internazionalismo squisitamente americano che rifletta l'unione dei
nostri valori e dei nostri interessi nazionali"!
Non solo i "valori" ma persino gli "interessi" di un popolo
determinato si presentano come l'espressione di una superiore universalità, cui
non è lecito resistere e che è chiamata ad imporsi anche con la forza delle
armi. Siamo in presenza di una contraddizione logica manifesta ovvero di una
pretesa inaudita; ma tutto ciò non costituisce un problema per chi pretende di
parlare a nome di un "popolo eletto" e di aver con sè il buon Dio e
la Provvidenza. Ed è a partire da questa tranquilla certezza di essere il
portavoce unico ed esclusivo dei valori universali, anzi dei "valori dati
da Dio", com'egli ha dichiarato nell'intervista già citata, che Bush jr.,
nel formulare la dottrina che rivendica a Washington il diritto alla guerra
preventiva e all'interventismo planetario, proclama anche la fine dello Stato
nazionale: "Oggi, la distinzione tra affari interni ed esteri si sta assottigliando.
In un mondo globalizzato anche eventi che avvengono oltre i confini
dell'America hanno un grande impatto interno".
E così tendono a diventare questioni di politica interna alla superpotenza
americana anche vicende che si svolgono a grande distanza dai suoi confini.
Naturalmente, negli stessi USA, i critici liberali di questo imperialismo
camuffato da "internazionalismo" e universalismo non hanno difficoltà
ad osservare: "E' una visione nell'ambito della quale la sovranità diviene
più assoluta per l'America, anche se diviene più condizionata per i paesi che
sfidano gli standard di Washington di comportamento sul piano interno ed
internazionale" (Ikenberry, 2002, p. 44).
E cioè, lo strapotere sovrano che si arroga l'unica superpotenza è una grave minaccia
all'indipendenza e alla sicurezza degli altri paesi. Viene in mente
l'osservazione di Lenin, secondo cui l'imperialismo è caratterizzato
dall"'enorme importanza della questione nazionale".
Al di là della sfera economica, la polarizzazione provocata dall'imperialismo
investe anche la sfera politica: il problema della difesa dell'indipendenza
nazionale si fa sentire con forza ben al di là del tradizionale mondo
coloniale. E, ancora una volta, nel proclamare la fine dello Stato nazionale,
una certa "sinistra" finisce con l'essere in sostanziale consonanza
con l'imperialismo.
STATI UNITI E ISRAELE: L'ASSE DELL'IMPERIALISMO
La strapotenza militare e multimediale dell'imperialismo americano non deve
farci perdere di vista i suoi elementi di debolezza. Ad identificarsi
totalmente con esso è solo un paese. Se la stessa Inghilterra o la stessa
Australia rivelano a tratti qualche tentennamento, non così Israele. Su questo
punto non c'è differenza tra Sharon e Peres o Barak: tutti e tre, al governo o
all'opposizione, premono per la guerra, e non solo contro l'Irak ma anche, in
prospettiva, contro l'Iran, la Siria, la Libia... Per costringere il popolo
palestinese alla capitolazione, Israele ha bisogno di fare il deserto attorno a
sè.
Sul finire del secondo conflitto mondiale e prima dello scoppio della guerra
fredda, Washington pensa per un attimo di liquidare una volta per sempre la
concorrenza della Germania, de-industrializzandola e riducendola ad un paese
agricolo e pastorale. E' il famoso o famigerato piano Morgenthau, che avrebbe
condannato alla miseria e persino all'inedia settori consistenti della
popolazione tedesca.
Col pretesto di impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa,
Stati Uniti e Israele sono concordi nel voler imporre la de-industrializzazione
dei paesi arabi e islamici che costituiscono la retrovia del popolo
palestinese. In tal modo, Israele consoliderebbe nettamente la sua posizione di
potenza egemone nel Medio Oriente e gli Stati Uniti percorrerebbero un bel
pezzo della strada che conduce all'instaurazione dell'agognato impero
planetario.
Oltre alla convergenza strategica, a saldare ulteriormente l'unità dei due
paesi dell'asse dell'imperialismo è anche la consonanza ideologica, come
dimostra il ricorso in un caso e nell'altro alla mitologia del "popolo
eletto".
Per il movimento di lotta per la pace, la denuncia e l'isolamento dell'asse
dell'imperialismo costituiscono oggi il compito principale.
Riferimenti bibliografici
Rodolfo Brancoli, 1990 Dietro il consenso a Bush già serpeggia il
malumore, "Corriere della Sera" del 24 agosto, p. 3
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Zeit" del 15 agosto (nr. 34), pp. 11-4 (originariamente pubblicato su
"The New York Times Magazine")
G.John Ikenberry, 2002 America's Imperial Ambition, in "Foreign
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"International Herald Tribune" dell'8 aprile, p. 10
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7 novembre, pp. 4-6
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suo labirinto, in "La Stampa" del 1 aprile, p. 1
Maurizio Molinari, 2002 Un coro attraversa l'America: no alla guerra, in
"La Stampa" dell'8 ottobre, p. 3
Paolo Passarmi, 2001 Skinner: "Afghanistan? Non è una guerra, somiglia
alla vendetta ", in "La Stampa" del 16 dicembre, p. 25
Helmut Schmidt, 2002 Europa braucht keinen Vormund, in "Die Zeit" del
1 agosto (nr. 32), p. 3
Bob Woodward, 2002 Bush's sets a course of "confident action", in
"International Herald Tribune" del 20 novembre, pp. 1 e 4