da: "Il
Manifesto" del 29.1.04
Bush è in Babilonia. Dove sono i
pacifisti?
di Tariq Ali
Lettera aperta dello scrittore anglo-pakistano e direttore della «New
Left Review» al pubblico italiano dopo la strage dei carabinieri a Nassiriya. È
l'introduzione all'edizione che esce oggi in Italia di «Bush in Babilonia» per
Fazi editore. Un saggio polemico e provocatorio nei confronti del governo,
della sinistra e della stampa dell'Occidente e del nostro paese. Critiche aspre
che faranno molto discutere
L'Iraq è ancora oggi teatro di incredibili sofferenze, del
tipo che solo esseri umani che agiscano per conto di stati e governi
(autoritari e democratici) sono capaci di infliggere ad altri esseri umani.
L'Iraq, oggi, è il primo paese nel quale possiamo studiare l'impatto di una
conquista e una colonizzazione datate ventunesimo secolo.
Era per prevenire una tale calamità che, il 15 febbraio 2003, milioni e milioni
di persone hanno marciato per le strade del mondo. Solo a Roma, ce n'erano due
milioni. (...)
Perché, allora, tante persone che si sono opposte attivamente alla guerra hanno
assunto un atteggiamento passivo di fronte all'occupazione?
È possibile che la mentalità coloniale, che molti di noi avevano sperato fosse
un triste ricordo del passato, sia ancora radicata nell'inconscio collettivo
del Nord del mondo?
O lo è la convinzione, a essa collegata, che la civiltà occidentale debba
essere imposta con le bombe alle popolazioni degli Stati recalcitranti?
O, forse, si tratta del semplice desiderio di fare del bene, per cui
l'imperialismo è visto come una combinazione di Oxfam e McDonald's?
O, forse, quelli tra voi che non erano a favore della guerra credono tuttavia
che il ritiro delle truppe sarebbe sbagliato e che l'occupazione/colonizzazione
sia il male minore?
Accadde lo stesso, quando Mussolini occupò l'Albania e l'Abissinia? Certo, era
un dittatore fascista. Ma se i politici eletti democraticamente si comportano
in maniera simile, perché le loro azioni dovrebbero essere considerate
accettabili? Per chi si trova a subire, c'è ben poca differenza. Contro la
guerra ma a favore dell'occupazione? Questa è evidentemente l'opinione dei
leader dei Ds, come anche dei loro amici che dispongono di spazio illimitato
sulle pagine della «Repubblica», i quali preferirebbero una maschera Onu,
sebbene questo non cambierebbe il carattere dell'occupazione, né della lotta
che viene condotta contro di essa.
Quando Bernando Valli definisce «terrorismo» la resistenza irachena chiude
deliberatamente gli occhi davanti alla verità. Anche negli Stati Uniti la
decisione di riferirsi alla lotta irachena con il termine di «azioni di
guerriglia» o «insorti» piuttosto che «resistenza» è stata presa dai direttori
editoriali del Los Angeles Times
e del New York Times,
scavalcando gli inviati che seguivano la guerra in Iraq. Che giornalisti del
calibro di Valli diventino propagandisti del governo è allo stesso tempo
inspiegabile e imperdonabile. Significa negare al popolo iracheno il diritto
alla determinazione del proprio futuro. Significa accettare che il «Consiglio
Nazionale Iracheno» altro non sia che uno strumento del potere americano.
E tutto questo dopo il 12 novembre 2003, il giorno fatale in cui la base dei
carabinieri italiani a Nassiriya è stata attaccata dal maquis iracheno e sono stati uccisi degli italiani al servizio
dell'occupazione. Una domanda, caro lettore. La frase precedente suona strana
anche a te? Perché c'è una base dei carabinieri italiani nell'Iraq del Sud? Per
aiutare la «ricostruzione»? Aiutare chi? A ricostruire cosa?
Una valutazione più equilibrata si può leggere sulla New York Review of Books del 18
dicembre 2003 e presumo nella sua edizione italiana, che raccomanderei a Valli
e D'Alema. Il giornalista Mark Danner nell'articolo Delusions in Baghdad riporta una sua conversazione con un
ufficiale italiano addetto alla sicurezza, due settimane prima del 12 novembre.
Cosa ha detto il militare al giornalista americano? Stando a Danner: «Parlò
chiaro: disse che chiunque aiuti gli americani sarà un obiettivo; che gli americani
non possono proteggere i propri alleati e garantire sicurezza agli iracheni;
che il disordine cresce e che la decisione di collaborare con gli americani, i
quali nel loro isolamento sembrano una presenza poco autorevole e in ogni caso
effimera, non è la mossa più prudente; che la guerra, nonostante tutte le belle
parole che il presidente Bush può pronunciare dalla sua portaerei, non è
finita».
Sono i servili politici italiani, con la loro ansia di
dimostrare la propria fedeltà, ad essere responsabili della morte degli
italiani a Nassiriya. Loro sarebbero dovuti essere bersaglio della stampa
democratica italiana, non gli iracheni che stanno cercando di liberare il
paese. Noi sappiamo che certamente Silvio Berlusconi e il suo principale
compagno, Gianfranco Fini, non sono grandi ammiratori della Resistenza
italiana. Non ci si può aspettare che improvvisamente sostengano una variante
irachena o palestinese.
Il summit di Fini con Ariel Sharon è stato simbolico da
diversi punti di vista. È stato carino da parte sua chiedere scusa per
l'«antisemitismo» italiano, ma non per il fascismo in toto. Dopo tutto, è andato lì per appoggiare la costruzione
di un muro che agli israeliani ricorda molto il ghetto. E poi entrambi questi
grandi leader, che hanno molto in comune, hanno parlato della necessità di
combattere il «terrorismo». Quello che voglio dire è che non ci si può
aspettare che la destra italiana appoggi una resistenza contro l'occupazione
imperialista, ma l'opposizione si sbaglia se crede che una combinazione di
Guantánamo e Gaza sia uguale a «libertà per l'Iraq».
Tutti i rapporti dall'Iraq sulla stampa americana stanno mettendo in luce
quanto la brutalità della colonizzazione sia fortemente radicata. Sulla prima
pagina del New York Times (Barriers, Detentions and Razings Begin to
Echo Israel's Anti-Guerrilla Methods, 7 dicembre 2003) l'inviato a
Baghdad invia un lungo dispaccio che comincia così: «Con l'intensificarsi della
guerriglia contro i ribelli iracheni, i soldati americani hanno cominciato a
circondare interi villaggi con il filo spinato. In alcuni casi, i soldati
americani stanno demolendo edifici che si ritiene vengano utilizzati dagli
attaccanti iracheni. Hanno cominciato a imprigionare i parenti di sospetti
guerriglieri nella speranza di spingere i ribelli a consegnarsi». Suona
familiare?
È in corso un'occupazione coloniale. Echi di Algeria, Vietnam, Aden, Iraq sotto
gli inglesi, Angola, Sudafrica. Su tale questione, almeno, il regime di
Berlusconi, che molti di voi comprensibilmente disprezzano, è più coerente.
Dopo tutto, l'Italia ha appoggiato la guerra. Inviare contingenti per
dimostrare la propria fedeltà all'impero americano è il passo successivo,
proprio come gli Stati dell'Est che sono passati tranquillamente da un'alleanza
all'altra mantenendo la loro condizione di stati satellite. (...)
Pochi possono negare che l'Iraq sotto l'occupazione americana
si trovi in uno stato assai peggiore di quando era sotto Saddam Hussein. Non
c'è ricostruzione. C'è disoccupazione di massa. La vita quotidiana è fatta di
sofferenza e l'occupazione e i suoi fantocci non riescono nemmeno a provvedere
alle necessità di base della popolazione. Gli Stati uniti non si fidano degli
iracheni neanche per pulire le loro caserme e così vengono impiegati immigrati
filippini e dell'Asia Meridionale. Questo è il colonialismo dell'epoca del
capitalismo neoliberista, e così gli Stati uniti e le multinazionali «amiche»
hanno la precedenza. Anche nelle migliori circostanze un Iraq occupato
diverrebbe un'oligarchia di compari capitalisti, il nuovo cosmopolitismo di
Bechtel e Halliburton.
Alle società statunitensi è stata fornita la massima
protezione, mentre le istituzioni pubbliche (biblioteche, scuole, ospedali,
università) o sono state bombardate o sono state lasciate in balia di folle ben
manovrate. È anch'esso un modo per privatizzare un paese.
La combinazione di tutti questi fattori alimenta la
resistenza e incoraggia molti giovani a combattere. Pochi sono pronti a tradire
quelli che combattono. Questo è di cruciale importanza perché, senza il tacito
appoggio della popolazione, una resistenza prolungata è praticamente
impossibile.
Il maquis iracheno
ha indebolito la posizione di Bush nel suo paese e ha fatto sì che alcuni
democratici criticassero la Casa Bianca, ma non la povera Hillary Clinton, gli
occhi fissi sul premio che crede sia in serbo per lei, se non questa volta la
prossima. Anche i benpensanti che si sono opposti alla guerra ma hanno
appoggiato l'occupazione e hanno condannato la resistenza sanno fin troppo bene
che, senza di essa, avrebbero dovuto affrontare i cori di trionfo dei
guerrafondai. E, cosa ancora più importante, il disastro in Iraq ha rimandato a
data da destinarsi ulteriori avventure in Iran e Siria.
Uno degli episodi più comici degli ultimi mesi è stato quando
Paul Wolfowitz, durante uno dei suoi numerosi viaggi, ha dichiarato in una
conferenza stampa a Baghdad che «il problema principale è che ci sono troppi
stranieri, in Iraq». Il fatto che la maggioranza dei giornalisti occidentali
presenti non sia scoppiata a ridere è in un certo senso inquietante. Gran parte
degli iracheni vede le truppe d'occupazione come i veri «terroristi stranieri».
Perché? Perché una volta che occupi un paese, devi comportarti da
colonizzatore. Ciò accade anche dove non c'è resistenza, come nei protettorati
come la Bosnia e il Kosovo, ma dove c'è una lotta armata contro l'occupazione,
allora l'unico modello possibile è quello dell'occupazione israeliana della
Palestina. E sono dei consulenti militari israeliani che ora stanno istruendo i
soldati statunitensi su come trattare gli arabi recalcitranti.
E non si addice ai commentatori occidentali come Valli, per
non parlare degli abbattuti e intimiditi giornalisti del Corriere della Sera, i cui paesi
stanno occupando l'Iraq, dettare le condizioni a quelli che si oppongono. È una
brutta occupazione, e questo determina la risposta. Ci sono più di quaranta
diverse organizzazioni di resistenza in Iraq, grandi e piccole. Sono composte
da baathisti, comunisti dissidenti disgustati dal tradimento del Partito
comunista iracheno che ha appoggiato l'occupazione, nazionalisti, gruppi di
soldati e ufficiali congedati dagli occupanti e gruppi religiosi sunniti e
sciiti (anche se questi ultimi sono ancora molto esigui). (...)
In altre parole, la resistenza è prevalentemente irachena,
anche se non sarei sorpreso se altri arabi stessero attraversando i confini per
prendervi parte. Perché non dovrebbero? Se ci sono polacchi e ucraini e bulgari
a Baghdad e Najaf, italiani a Nassiriya, inglesi a Bassora, spagnoli a Baghdad,
perché gli arabi non dovrebbero aiutarsi l'uno con l'altro? Il fattore chiave
della resistenza, oggi, è che essa è decentralizzata: il classico primo stadio
della guerriglia contro un esercito invasore. Se questi gruppi passeranno o no
al secondo stadio e istituiranno un «Fronte nazionale di liberazione iracheno»
resta da vedere.
Per quanto concerne il ruolo di «onesto mediatore» dell'Onu,
togliamocelo dalla testa, specialmente in questo paese. Parte del problema è
proprio questo. Lasciando da parte il suo operato precedente (come fautore
delle sanzioni killer e sostenitore dei settimanali bombardamenti aerei
angloamericani sull'Iraq per dodici anni), il 16 ottobre 2003 il Consiglio di
Sicurezza ha fatto un'altra figura vergognosa salutando con favore
«l'atteggiamento positivo della comunità internazionale verso un Consiglio
Governativo ampiamente rappresentativo [...] e il sostegno agli sforzi del
Consiglio Governativo per mobilitare la popolazione dell'Iraq». E ci si è
affrettati ad assegnare il seggio dell'Iraq nell'Onu a un impostore raggiante
di gioia, Ahmed Chalabi. Non si può fare a meno di ripensare all'insistenza
degli Stati uniti e della Gran Bretagna perché Pol Pot conservasse il suo
seggio per più di un decennio, dopo essere stato rovesciato dai vietnamiti.
L'unica vera norma riconosciuta dal Consiglio di Sicurezza è la forza bruta, e
oggi esiste una sola e unica potenza in grado di impiegarla ed è per questo che
per molti, nell'emisfero meridionale e altrove, Onu significa Stati uniti,
nonostante la strana ostentazione del contrario. (...)
L'Oriente arabo è oggi teatro di una duplice occupazione:
l'occupazione americano-isrealiana di Palestina e Iraq. (...). Dopo la caduta
di Baghdad, il guerrafondaio leader israeliano, Ariel Sharon, disse ai
palestinesi: «Tornate in voi, ora che il vostro protettore è finito». Come se
la lotta palestinese dipendesse da Saddam o da qualsiasi altro individuo.
Questa vecchia concezione coloniale che gli arabi sono persi senza un capo viene
attualmente contestata a Gaza e Baghdad. (...)
E il futuro? Prima o poi tutte le truppe straniere dovranno
lasciare l'Iraq. Se non lo faranno di loro spontanea volontà, saranno cacciate.
La loro prolungata presenza (come quella delle compagnie americane) è un
incitamento alla violenza. Quando il popolo iracheno riconquisterà il controllo
del proprio destino, deciderà le strutture interne e la politica estera del
proprio paese. C'è da sperare in una combinazione di democrazia e giustizia
sociale, una formula che ha risollevato l'intera America Latina ma che ha molto
danneggiato l'impero.
Nel corso di un recente viaggio nel New Mexico, negli Stati
Uniti, un'amica mi chiese se avessi mai letto qualcosa dello scrittore
americano Cormac McCarthy. Scossi la testa con vergogna e ammisi la mia
ignoranza. «Leggi Meridiano di sangue»,
mi suggerì, «ti piacerà». Durante il lungo volo di ritorno a Londra lessi quel
libro. È una delle rappresentazioni più feroci delle origini dell'impero
americano e, caro lettore italiano, ti vorrei raccomandare vivamente di
leggerlo. Ancora riecheggia nella mia mente.
Ti lascio con una breve, concentrata descrizione di un massacro coloniale
attuato dai pionieri dell'impero alle prese con i nativi: «Nel giro di questo
primo minuto la carneficina era diventata generale. Donne e bambini nudi
urlavano, e un vecchio saltò fuori sventolando un paio di pantaloni bianchi. I
cavalieri giravano in mezzo ai Gileños e li uccidevano con le mazze o i
coltelli. Cento cani legati ululavano e altri correvano all'impazzata fra le
capanne mordendosi a vicenda e azzannando quelli legati, e il pandemonio e il
clamore non andarono mai calando dall'arrivo dei cavalieri nel villaggio. Già
numerose capanne bruciavano e una processione di fuggitivi percorreva la spiaggia
verso nord urlando selvaggiamente, e i cavalieri andavano avanti e indietro
come mandriani tra il bestiame, abbattendo per primi i più lenti.
Quando Glanton e i suoi luogotenenti tornarono ad attraversare il villaggio, la
gente correva e finiva sotto gli zoccoli dei cavalli, e i cavalli si
slanciavano in avanti e alcuni degli uomini giravano fra le capanne torce alla
mano e trascinavano fuori le vittime, macchiati di sangue, gocciolanti, e
colpivano i morenti e decapitavano quelli che si inginocchiavano per
supplicarli».
Questo era il Vietnam. Non si è raggiunto lo stesso livello in Iraq, ma i
segnali non sono dei migliori. E, caro lettore, conosco la portata del problema
in Italia. Un sistema televisivo degradato e controllato dal presidente del Consiglio
(...), per gentile concessione del governo precedente che, impaurito dalla sua
stessa ombra, non ha democratizzato i media. Ora ci serve un'equivalente
italiana di Al Jazeera. Forse
si potrebbe chiamare Al Gramsci, come tributo all'intellettuale che comprese
quanto l'egemonia del ricco togliesse libertà al povero. Ma questa è un'idea
utopistica.
Nel frattempo, la guerra in Iraq continua la sua escalation. Non so se altri
italiani vi moriranno. Spero di no, come spero che non siano uccisi altri iracheni
o soldati americani, ma questo accadrà solo con un ritiro di tutti i
contingenti occupanti dal paese. E per questo, abbiamo bisogno di un rinnovato
movimento pacifista. Concludo con una nota ottimistica, rendendo omaggio al
coraggio di quei piloti dell'aeronautica israeliana che si sono rifiutati di
prendere parte ai bombardamenti in Palestina. Hanno dichiarato che si erano
arruolati nell'aviazione, non in un'associazione mafiosa che compie stragi per
ritorsione. Spero che Fini fosse all'ascolto. E spero che tu, lettore italiano,
accoglierai questo libro come un'offerta del Sud al Nord del mondo.
Tariq Ali - Bush in
Babilonia - Fazi editore