www.resistenze.org - osservatorio - lotta per la pace - 05-11-04

Forum sociale europeo – Londra, 14-17 ottobre 2004

Seminario sulle basi NATO


Sintesi intervento di Bruno Steri del Dipartimento Esteri del PRC

Parlo qui a nome del “Forum contro la guerra”, un comitato che in Italia raccoglie un insieme di forze politiche, sociali, realtà di movimento. Questo comitato è parte del movimento contro la guerra ed ha partecipato alla massiccia mobilitazione che chiede il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Su tale tema abbiamo lanciato una petizione che ha raccolto oltre 200 mila firme, che consegneremo formalmente alla fine di ottobre al Parlamento italiano e al capo del governo Silvio Berlusconi, a testimonianza della volontà della maggioranza della popolazione italiana di porre fine ad ogni operazione di guerra.

Nei prossimi mesi il Forum intende intensificare la sua iniziativa sulla presenza delle basi militari Nato e statunitensi sul territorio nazionale. Tale questione è destinata a rivestire un’importanza sempre maggiore e ad assumere un posto centrale tra gli obiettivi della mobilitazione antimperialista. E’ stato qui giustamente sottolineato il ruolo strategico dell’area mediterranea, dal punto di vista geopolitico e militare, nel contesto della guerra “preventiva e permanente” e in relazione alla riorganizzazione delle strutture logistiche e delle truppe Usa e Nato dislocate in Europa.

L’establishment statunitense sta operando cambiamenti significativi nella dislocazione planetaria dei suoi contingenti militari. Gli Usa ritirano le truppe da alcune zone dell’Europa Occidentale, per esempio dalla Germania; sfoltiscono i loro contingenti in settori dell’Estremo Oriente e si ritirano per esempio da Okinawa. Ma, al contrario, incrementano la loro presenza in altri punti strategici, costruendo nuove basi militari nell’Est Europa (in Ungheria, nei Paesi Baltici), nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche, in Afghanistan. Nè dobbiamo dimenticare che, se oggi l’Iraq è un paese devastato dalle bombe (senza ospedali, senza energia elettrica, senz’acqua), esso tuttavia può già contare su un buon numero di insediamenti militari statunitensi.

Possiamo dunque comprendere quali siano le grandi linee di tale riorganizzazione militare. L’asse dell’operazione interessa quella vasta area che dai Balcani, passa per le regioni caucasiche e arriva al Golfo: un’area strategicamente decisiva e preziosa, dal punto di vista della produzione delle risorse energetiche e della loro distribuzione. Come sosteneva già qualche anno fa l’ex segretario americano Brzezinski, nella “grande scacchiera” del mondo il controllo di questa area equivale al controllo dell’intero pianeta, poichè essa si trova in posizione centrale, a ridosso di Russia, Cina e della stessa Europa. Chi controlla quest’area condiziona l’estrazione del petrolio (e in questo modo, determinando il volume del petrolio estratto, contribuisce a determinare la formazione del prezzo del petrolio stesso). Così si esercita un grande potere di condizionamento non solo su chi produce petrolio (Russia, paesi dell’Opec), ma anche su chi acquista, si approvvigiona di petrolio (Cina, Europa). Come si vede, parlare di eserciti significa parlare di fonti energetiche: i primi seguono e proteggono le rotte di queste ultime.

In questo quadro generale, così rapidamente tratteggiato, la penisola italiana continua a costituire una formidabile rampa di lancio in direzione di quelli che oggi sono – e con ogni probabilità purtroppo domani potranno essere – i principali teatri di guerra, con particolare riferimento, ovviamente, al Medio Oriente. Non è dunque un caso se l’Italia è oggi oggetto di un generale rafforzamento della presenza Usa e Nato. Non è un caso che il comando strategico della cosiddetta “forza di reazione rapida” sia stato trasferito da Londra a Napoli, a riprova del fatto che l’asse dell’impegno bellico si va spostando verso Est e verso Sud. Come è noto, il suddetto nuovo nucleo di intervento armato risponde ai nuovi canoni offensivi e non meramente difensivi dell’ordinamento atlantico ed è chiamato ad intervenire in ogni punto del globo in tempi rapidi e con l’apporto di mezzi tecnologicamente avanzati.

Tutte le principali basi militari in territorio italiano – oggi – sono oggetto di lavori di ristrutturazione ed ampliamento: da Aviano (nel Nord dell’Italia, la base da cui sono partiti i cacciabombardieri verso la ex Jugoslavia) a Camp Darby (in Toscana), dalla Maddalena (da 35 anni parcheggio di sommergibili nucleari nell’isola della Sardegna) a Taranto e Sigonella (nell’estremo Sud del territorio italiano). In particolare, la base di Taranto (che si affaccia sul mar Ionio, davanti alla costa africana) è destinata a diventare la principale sede navale di riferimento per la IV° flotta americana. Queste basi sono aree “off limits”, del tutto sottratte alla sovranità territoriale italiana. Ad esempio, la base sarda della Maddalena-S. Stefano è adibita a base appoggio per sottomarini nucleari Usa sulla base di un accordo segreto  siglato da Roma e Washington nel 1972, un accordo mai ratificato dal Parlamento italiano e tuttora sottoposto a segreto militare.

Tuttavia, tra la popolazione e le stesse istituzioni dell’isola il clima sta cambiando. Fino a qualche tempo fa, le stesse organizzazioni sindacali erano restie ad alzare la voce su tale questione: ritenevano che, nonostante tutto, la presenza delle basi americane fossero una fonte di lavoro, una risorsa per l’economia locale. Al contrario, oggi è lo stesso presidente della regione Sardegna a chiedere ufficialmente lo smantellamento della base della Maddalena. E cresce il malcontento della popolazione: nei mesi scorsi, una protesta di pescatori ha impedito lo svolgimento di esercitazioni navali davanti ad un tratto di costa sarda. E’ in gioco il loro lavoro, la loro sussistenza: non possono pescare in acque inquinate, piene di scorie belliche.

Si tratta dunque di un problema che tocca punti sensibili per la vita delle popolazioni locali: lavoro e ambiente. Il movimento contro la guerra, i comitati che si battono per lo smantellamento della base sarda, le associazioni pacifiste e ambientaliste da tempo hanno denunciato una presenza 100 volte più elevata di nuclei di uranio 238 in alghe marine prelevate nei pressi della Maddalena. La questione è stata oggetto di interpellanze nel Parlamento italiano e in quello francese: la Maddalena- S.Stefano fa parte infatti di un piccolo arcipelago situato tra la Sardegna e  la Corsica e conseguentemente chiama in causa i governi di entrambi i paesi. Il 23 ottobre del 2003 un sommergibile nucleare ha urtato violentemente contro gli scogli della costa sarda: si è rischiato la catastrofe. Ma gli organi di stampa nazionali si sono ben guardati dal dare risalto all’episodio.

Il “Forum contro la guerra” intende coordinare e generalizzare la lotta contro la presenza delle basi militari sul territorio italiano. In tale prospettiva, stiamo organizzando sul tema un convegno internazionale per la metà di dicembre (da tenersi probabilmente a Pisa). Lavoriamo perchè ciò possa servire a rilanciare la più generale mobilitazione contro la guerra e per il disarmo, nel nostro paese e fuori di esso.