Forum sociale europeo – Londra, 14-17 ottobre 2004
Seminario sulle basi NATO
Sintesi intervento di Bruno Steri del Dipartimento Esteri del PRC
Parlo qui a nome del “Forum contro la guerra”, un comitato che
in Italia raccoglie un insieme di forze politiche, sociali, realtà di
movimento. Questo comitato è parte del movimento contro la guerra ed ha
partecipato alla massiccia mobilitazione che chiede il ritiro delle truppe
italiane dall’Iraq. Su tale tema abbiamo lanciato una petizione che ha raccolto
oltre 200 mila firme, che consegneremo formalmente alla fine di ottobre al
Parlamento italiano e al capo del governo Silvio Berlusconi, a testimonianza
della volontà della maggioranza della popolazione italiana di porre fine ad
ogni operazione di guerra.
Nei prossimi mesi il Forum intende intensificare la sua iniziativa sulla
presenza delle basi militari Nato e statunitensi sul territorio nazionale. Tale
questione è destinata a rivestire un’importanza sempre maggiore e ad assumere
un posto centrale tra gli obiettivi della mobilitazione antimperialista. E’
stato qui giustamente sottolineato il ruolo strategico dell’area mediterranea,
dal punto di vista geopolitico e militare, nel contesto della guerra
“preventiva e permanente” e in relazione alla riorganizzazione delle strutture
logistiche e delle truppe Usa e Nato dislocate in Europa.
L’establishment statunitense sta operando cambiamenti significativi nella
dislocazione planetaria dei suoi contingenti militari. Gli Usa ritirano le
truppe da alcune zone dell’Europa Occidentale, per esempio dalla Germania;
sfoltiscono i loro contingenti in settori dell’Estremo Oriente e si ritirano
per esempio da Okinawa. Ma, al contrario, incrementano la loro presenza in
altri punti strategici, costruendo nuove basi militari nell’Est Europa (in
Ungheria, nei Paesi Baltici), nelle repubbliche asiatiche ex sovietiche, in
Afghanistan. Nè dobbiamo dimenticare che, se oggi l’Iraq è un paese devastato
dalle bombe (senza ospedali, senza energia elettrica, senz’acqua), esso
tuttavia può già contare su un buon numero di insediamenti militari
statunitensi.
Possiamo dunque comprendere quali siano le grandi linee di tale
riorganizzazione militare. L’asse dell’operazione interessa quella vasta area
che dai Balcani, passa per le regioni caucasiche e arriva al Golfo: un’area
strategicamente decisiva e preziosa, dal punto di vista della produzione delle
risorse energetiche e della loro distribuzione. Come sosteneva già qualche anno
fa l’ex segretario americano Brzezinski, nella “grande scacchiera” del mondo il
controllo di questa area equivale al controllo dell’intero pianeta, poichè essa
si trova in posizione centrale, a ridosso di Russia, Cina e della stessa
Europa. Chi controlla quest’area condiziona l’estrazione del petrolio (e in
questo modo, determinando il volume del petrolio estratto, contribuisce a
determinare la formazione del prezzo del petrolio stesso). Così si esercita un
grande potere di condizionamento non solo su chi produce petrolio (Russia,
paesi dell’Opec), ma anche su chi acquista, si approvvigiona di petrolio (Cina,
Europa). Come si vede, parlare di eserciti significa parlare di fonti
energetiche: i primi seguono e proteggono le rotte di queste ultime.
In questo quadro generale, così rapidamente tratteggiato, la penisola italiana continua
a costituire una formidabile rampa di lancio in direzione di quelli che oggi
sono – e con ogni probabilità purtroppo domani potranno essere – i principali
teatri di guerra, con particolare riferimento, ovviamente, al Medio Oriente.
Non è dunque un caso se l’Italia è oggi oggetto di un generale rafforzamento
della presenza Usa e Nato. Non è un caso che il comando strategico della
cosiddetta “forza di reazione rapida” sia stato trasferito da Londra a Napoli,
a riprova del fatto che l’asse dell’impegno bellico si va spostando verso Est e
verso Sud. Come è noto, il suddetto nuovo nucleo di intervento armato risponde
ai nuovi canoni offensivi e non meramente difensivi dell’ordinamento atlantico
ed è chiamato ad intervenire in ogni punto del globo in tempi rapidi e con
l’apporto di mezzi tecnologicamente avanzati.
Tutte le principali basi militari in territorio italiano – oggi – sono oggetto
di lavori di ristrutturazione ed ampliamento: da Aviano (nel Nord dell’Italia,
la base da cui sono partiti i cacciabombardieri verso la ex Jugoslavia) a Camp
Darby (in Toscana), dalla Maddalena (da 35 anni parcheggio di sommergibili
nucleari nell’isola della Sardegna) a Taranto e Sigonella (nell’estremo Sud del
territorio italiano). In particolare, la base di Taranto (che si affaccia sul
mar Ionio, davanti alla costa africana) è destinata a diventare la principale
sede navale di riferimento per la IV° flotta americana. Queste basi sono aree
“off limits”, del tutto sottratte alla sovranità territoriale italiana. Ad esempio,
la base sarda della Maddalena-S. Stefano è adibita a base appoggio per
sottomarini nucleari Usa sulla base di un accordo segreto siglato da Roma e Washington nel 1972, un
accordo mai ratificato dal Parlamento italiano e tuttora sottoposto a segreto militare.
Tuttavia, tra la popolazione e le stesse istituzioni dell’isola il clima sta
cambiando. Fino a qualche tempo fa, le stesse organizzazioni sindacali erano
restie ad alzare la voce su tale questione: ritenevano che, nonostante tutto,
la presenza delle basi americane fossero una fonte di lavoro, una risorsa per
l’economia locale. Al contrario, oggi è lo stesso presidente della regione
Sardegna a chiedere ufficialmente lo smantellamento della base della Maddalena.
E cresce il malcontento della popolazione: nei mesi scorsi, una protesta di
pescatori ha impedito lo svolgimento di esercitazioni navali davanti ad un
tratto di costa sarda. E’ in gioco il loro lavoro, la loro sussistenza: non
possono pescare in acque inquinate, piene di scorie belliche.
Si tratta dunque di un problema che tocca punti sensibili per la vita delle
popolazioni locali: lavoro e ambiente. Il movimento contro la guerra, i
comitati che si battono per lo smantellamento della base sarda, le associazioni
pacifiste e ambientaliste da tempo hanno denunciato una presenza 100 volte più
elevata di nuclei di uranio 238 in alghe marine prelevate nei pressi della
Maddalena. La questione è stata oggetto di interpellanze nel Parlamento
italiano e in quello francese: la Maddalena- S.Stefano fa parte infatti di un
piccolo arcipelago situato tra la Sardegna e
la Corsica e conseguentemente chiama in causa i governi di entrambi i
paesi. Il 23 ottobre del 2003 un sommergibile nucleare ha urtato violentemente
contro gli scogli della costa sarda: si è rischiato la catastrofe. Ma gli
organi di stampa nazionali si sono ben guardati dal dare risalto all’episodio.
Il “Forum contro la guerra” intende coordinare e generalizzare la lotta contro
la presenza delle basi militari sul territorio italiano. In tale prospettiva,
stiamo organizzando sul tema un convegno internazionale per la metà di dicembre
(da tenersi probabilmente a Pisa). Lavoriamo perchè ciò possa servire a
rilanciare la più generale mobilitazione contro la guerra e per il disarmo, nel
nostro paese e fuori di esso.