da
associazione comunista pianeta futuro - Pisa.
Gli ultimi anni hanno determinato una crisi, forse irreversibile della forma
partito (crediamo opportune riflessioni non banali sul ruolo delle
organizzazioni di massa e sui processi di partecipazione democratica alle
istanze di cambiamento) ma nello stesso tempo è cresciuto il consenso verso lo
strumento sindacale e verso la forma di movimento (al cui interno si
riproducono logiche e dinamiche non sempre democratiche anzi spesso
verticistiche). La sola opposizione al Governo Berlusconi è scaturita dal mondo
sindacale così come dalle grandi manifestazioni contro la guerra e dal
movimento dei forum sociali si sono sviluppate contraddizioni ma anche critiche
forti e mobilitazioni mai viste negli ultimi venti anni.
Che sia esaurita la spinta dei forum è innegabile ma nello stesso tempo bisogna
guardarsi dalle tentazioni movimentiste di settori del centrosinistra che
ambiguamente si barcamenano tra una alleanza di governo ed una opposizione di
piazza su tematiche come quelle ambientali e pacifiste.
La prima riflessione
è legata al rapporto , oggi inesistente, tra la rivendicazione sociale e una
rivendicazione politica più complessiva dentro la quale abbiano spazio non solo
le richieste di maggiore salario e potere di contrattazione ma una dinamica
rivolta alla liberazione dei territori dai domini militari che si manifestano
in ogni area del mondo con sempre maggiore forza.
Militarizzazione è sinonimo di restringimento degli spazi di libertà e di
democrazia, di occultamento della verità nelle zone di guerra, una censura che
nel recente passato è stata utilizzata per ragioni di pubblica sicurezza accanendosi
contro ogni forma di radicalismo sociale e politico.
Se la militarizzazione si manifesta con la disseminazione delle basi militari
(ne sono sorte più dal crollo del Muro di Berlino ai nostri giorni che nel
periodo della Guerra Fredda!), ci sono altre forme con le quali la
militarizzazione si coniuga nella accettazione di una verità nazionale partes,
ora contro il terrorismo, ora per la sicurezza nazionale accettando la messa
fuori legge di elementari diritti come la stampa , lo sciopero, il diritto stesso
a dissentire.
Nel nostro paese esiste ormai una emergenza democratica che si manifesta nella
xenofobia della Lega ma anche nella mancata attenzione di tutta la sinistra,
anche la più radicale, a teoremi e criminalizzazioni di aree sociali, lasciando
il tema della repressione a gruppi marginali e ultraminoritari e determinando
nello stesso tempo una disattenzione strutturale verso democrazia e diritti
collettivi.
Il sindacato ha non poche responsabilità nella accettazione della guerra e
della presenza militare Nato, il sindacato confederale solo negli ultimi anni
si è attivato in difesa della pace ma al di là della semplice partecipazione ai
cortei e ai forum non ha mai proclamato uno sciopero generale contro la
presenza del nostro paese tra le nazioni in guerra e men che mai contro le basi
militari.
Ricordiamo il ruolo della Cgil e del centro sinistra in occasione della
criminale aggressione contro la Jugoslavia: il sindacato e la minoranza
sinistra magari organizzavano collette per gli operai della Fiat nei Balcani,
la cui fabbrica era stata distrutta dai bombardamenti Nato, ma nessuno decise
di rompere materialmente con una politica neutrale e complice della guerra
sostenuta dal centro sinistra e dal Governo D’Alema. Il solo sciopero fu
organizzato dal sindacalismo di base e anche in occasione della invasione Usa
dell’Afghanistan non abbiamo registrato una posizione politica autonoma da
parte della sinistra Cgil.
La Cgil avrebbe potuto proclamare uno sciopero dei ferrovieri contro i treni
che trasportavano le armi, dare precise indicazioni ai propri iscritti di
unirsi alle manifestazioni di quei giorni, la stessa sinistra sindacale era
nelle condizioni di muoversi autonomamente, ma al di là di qualche
sciopericchio e di proclami non siamo andati.
Al sindacato e ai suoi delegati dobbiamo chiedere impegni concreti quali
-
Non permettere che i porti, le ferrovie siano luoghi di guerra e attivare
scioperi e manifestazioni per contrapporsi ad ogni uso bellico
- Agli insegnanti e agli intellettuali vogliamo chiedere un contributo perché
si rafforzi nelle giovani generazioni un sapere critico contro la guerra,
perché le pagine del colonialismo non siano trattate in poche righe ma abbiano
una valenza educativa e documentaria da spendere nei nostri giorni.
- Al mondo universitario l’impegno perché l’autonomia delle università non sia
l’occasione per aprire le facoltà e la ricerca alle sovvenzioni e ai
progetti delle imprese belliche, perchè
la riscrittura in atto del diritto internazionale non si tramuti in operazioni
come quelle del peace Keeping .
Parlavamo prima della radicalità e a tal riguardo guardiamo alle manifestazioni
antinucleari in Francia e Germania per capire come nel nostro paese alle
posizioni radicali non segua un radicalismo nelle forme con le quali si
concretizzano le opposizioni di piazza.
L’arrendevole posizione della sinistra sindacale e politica non riguarda poi
solo le questioni della guerra ma anche rivendicazioni categoriali e sociali,
un esempio per tutti è rappresentato dalla accettazione dei fondi previdenziali
integrativi e da accordi nazionali che prevedono l’inserimento della legge 30.
Se il movimento contro la guerra non ha fatto un salto di qualità dobbiamo
cercare le responsabilità politiche nella subalternità al centrosinistra che
nel suo programma non può condannare la criminale aggressione della Jugoslavia
oppure smascherare il ruolo militare ed economico dell’imperialismo europeo e
men che mai denunciare il ruolo italiano nei nuovi scenari internazionali.
Ormai il problema sta proprio nel pretendere coerenza tra analisi e pratiche
politiche, cercando alleanze ampie ma nello stesso tempo radicalizzando lo
scontro in atto
Non è poi da sottovalutare una tendenza ancora forte nella cultura politica
italiana dove il radicalismo sulle questioni internazionali o verso i movimenti
di liberazione e le guerriglie non si coniuga con una prassi politica nazionale
conseguente (solo dopo avere caricato gran parte delle armi sulle navi Usa la
Cgil del porto di Livorno si è ricordata dello sciopero per non parlare poi dei
vertici locali del PRC che ostacolarono ogni forma di boicottaggio pur essendo
a conoscenza di quanto allora si stesse verificando nel porto dove la presenza
di portuali comunisti è ancora molto forte).
Se leggiamo il settimanale del PDCI
Rinascita , nei corsivi dedicati al centro e Sud America potrete
leggere commenti condivisibili, magari anche più “a sinistra” di quelli editi
su “Liberazione”, ma sfido
chiunque a ritrovare lo stesso partito in aperta contrapposizione alla politica
estera di Prodi oppure per smascherare l’opportunismo della Regione Toscana e
degli enti locali di Pisa che prima danno il loro assenso all’ampliamento della
base di Camp Darby e alla costruzione di una rete fluviale e ferroviaria che
permetta il funzionamento logistico a
pieno ritmo della stessa base e poi dettano proclami per riconvertire ad uso
civile quella stessa base.
Ai sindaci dobbiamo chiedere per quale ragione non si siano messi di traverso
con la banda tricolore quando i territori da loro governati erano attraversati
da carichi di morte, dai partiti comunisti che li appoggiano è giusto
pretendere qualche azione concreta per marcare la differenza con i blocchi
politici neo moderati anche quando certe azioni possono mettere a rischio i
governi locali che per decenni hanno fatto affari con le basi militari nei
territori.
La tendenza dell’opportunismo sindacale e politico è quello di partecipare ai
cortei contro la guerra e le politiche economiche ma poi una volta abbandonata
l'opposizione e raggiunto il potere reiterano scelte e pratiche da loro stessi
criticate.
Per invertire questa tendenza sono necessarie scelte coerenti e talvolta
dirompenti come quelle di proclamare scioperi contro la guerra anche quando la
organizzazione in cui si milita ha comportamenti ambigui ed opportunisti, non
accettare scelte di subalternità alle basi militari Usa e Nato e legare alcune
ricorrenze storiche dall’alto valore simbolico, il 25 aprile, il 1 Maggio ad
una lotta popolare contro le basi militari Usa e Nato perché la cultura di
guerra è antitetica alla difesa dei diritti e alla liberazione delle classi e
dei popoli dallo sfruttamento economico e dalla barbarie.
Ma per raggiungere questo obiettivo bisogna dimostrare ai nostri stessi
referenti sociali che la lotta economica e quella contro la guerra non possono
essere disgiunte, che gli scioperi come quelli del 1943 seppero coniugare
istanze pacifiste e di liberazione nazionale con la richiesta di aumenti
salariali (il fascismo ha lasciato per 20 anni inalterati i salari) e in questo
passaggio ritroviamo l’attualità della concezione antimperialista rispetto a
quella di stampo negriano.
La seconda ed ultima riflessione la vorremmo legare alla
Politica europea di sicurezza dell’Unione
Europea e al concetto stesso di governance che disegna un’Europa dove non
prevalga solo la forza militare ma anche il peace Keeping, l’intervento
economico della banca europea a sostegno di progetti in paesi dove questo lato
umanitario è finalizzato a costruire una propria presenza economica in
competizione con le tigri asiatiche e i colossi americani. Questo imperialismo
dal volto umano è lo stesso che ha ucciso di cancro e di leucemia decine di
migliaia di civili jugoslavi ma poi si indigna contro il Governo Berlusconi
reticente sull’uranio impoverito e sul decesso di oltre 20 militari presenti
nelle zone di guerra. Le basi militari hanno avuto un utilizzo flessibile in
questi decenni, l’ospitalità ai Gladiatori o ai militari golpisti si alterna ai
supporti logistici o al rifornimento di armi o all’equipaggiamento, nelle basi
sull’Adriatico, dei cacciabombardieri o dei sottomarini a propulsione nucleare (La Maddalena,
Napoli, Camp Darby)
Nei prossimi anni avremo non solo maggiori investimenti in spese militari e
comuni progetti di ricerca nel campo della progettazione di armi destinate a
fare concorrenza rispetto agli Usa (magari prima si attaccheranno le spese
sociali e gli investimenti pubblici nel rispetto dei parametri comunitari
imposti dalla Banca Europea).
L’Europa vuole conservare per sé il ruolo di culla della civiltà e di valori
condivisi da contrapporre allo strapotere economico e militare Usa, per dirla
in termini più tecnici la politica estera della Ue deve sapere coniugare gli
interessi egoistici nazionali e i
grandi principi, un ruolo di trasformazione dei rapporti internazionali che
materialmente vuol dire ritagliarsi uno spazio autonomo e un ruolo politico non
subalterno agli Usa presentando i valori etici ed umani come principi guida di
politiche dettate da meri interessi economici ed imperialisti. In questa ottica
il concetto di governance prende corpo e da qui nasce
1. Il rafforzamento del ruolo di mediazione della Ue; nuovi e maggiori
investimenti economici finalizzati a sostenere governi amici in ogni area del
mondo importando in loco modelli pseudo democratici. La solidarietà con i
popoli non può che tramutarsi nel sostegno alla Resistenza dei popoli che
lottano per la loro liberazione \ autodeterminazione o\e contro le multinazionali
che depredano le risorse primarie portando in cambio miseria, fame e guerre.
2. L’obiettivo della reazione rapida necessita non solo di forza di pronto
intervento ma anche una cultura diffusa dove la difesa della patria, la
inevitabilità della guerra siano valori condivisi dalla maggioranza della
popolazione: proprio per questa ragione l’offensiva contro la guerra e contro
le destre non si possono manifestare con atteggiamenti ambigui e scelte
politiche europeiste dove la guerra è rifiutata solo se contraria agli
interessi del capitalismo del vecchio continente mentre, vedi Jugoslavia,
quando conviene va sostenuta con forza.
3. La società civile europea sarà sempre meno sensibile verso il rifiuto della
guerra e i vari governi di centrosinistra si adegueranno a questa necessità.
Non è da sottovalutare la battaglia in difesa della civiltà e i rigurgiti
xenofobi e razzisti anche in ambiti popolari dove la riduzione e lo
stravolgimento dell’Welfare creeranno contraddizioni non certo sanabili con
strumenti concertativi o assistenziali
4. Le alleanze e le politiche europee dovranno essere flessibili ed adeguarsi
alle varie necessità e i diritti umani dovranno servire a giustificare
interventi “umanitari”. Ai diritti umani dovremo sempre aggiungere i diritti
collettivi , difenderli dagli attacchi delle privatizzazioni e della
sussidiarietà (un altro tema sul quale l’opportunismo sindacale manifesta
grandi contraddizioni)
5. Una Ue a banda larga con ampio raggio di azione e un assetto modulare della
forza europea che abbia alcuni obiettivi come il rafforzamento delle proprie
capacità militari, le strutture per attivare l’utilizzo di queste capacità e
infine un consenso politico e culturale nei vari paesi alle scelte che si
renderanno necessarie. La sottovalutazione con la quale la sinistra europea ha
accompagnato l’approvazione della nuova Costituzione Europea (che introduce
elementi regressivi sulle tematiche sociali e lavorative) è emblematica di una
subalternità politica ai dettami di Maastricht ma soprattutto dimostra che gli
scioperi continentali legati a rivendicazioni comuni sono ancora lontani dal
realizzarsi
6. Una politica comune europea mirante a ridurre il potere di contrattazione e
più in generale la forza e il ruolo del sindacato inteso come forza che tutela
interessi collettivi conflittuali e antagonisti al Capitale Europeo. Aumento
dello sfruttamento e della produzione del plusvalore, delocalizzazione di rami
di azienda nei settori dove la governance europea ha costruito relazioni
economiche e alleanze (chiediamoci cosa rappresentino oggi Romania e Albania
per il capitalismo italiano e a cosa sia servita l’operazione Alba alla fine
accettata dalla stessa Rifondazione)
7. Partire dai territori per costruire comitati contro le basi e le servitù militari,
impegnare il sindacato contro l’allargamento delle basi e contro il loro
continuo potenziamento sul quale la segretezza imposta dai vertici dello stato
si iscrive nel permanente restringimento del diritto di informazione (meno si
sa meno coscienza c’è).