www.resistenze.org - osservatorio - lotta per la pace - - 17-03-05

Intervento all’assemblea del 15 marzo all’Universita’ di Roma in preparazione della giornata del 19 marzo


Bruno Steri (Cpn, Area Ernesto Prc)

Con la giornata del 19 marzo il movimento contro la guerra torna a prendere la parola, a far sentire la voce della grande maggioranza del paese reale. Una voce che si contrappone “senza se e senza ma” alle scelte sciagurate del governo delle destre - complice fedele di chi spaccia per democrazia la devastazione bellica di un paese - e che scuote le incertezze, le ambiguità che continuano a caratterizzare una parte dello schieramento delle sinistre. 
In tale contesto, non è semplice promuovere iniziative e mobilitazioni. Anche per quel che concerne il panorama della stampa nazionale, c’è una clamorosa sproporzione tra la coraggiosa opera di controinformazione delle poche testate non “arruolate” e l’opinione largamente prevalente che chiede il ritiro delle truppe occupanti dall’Iraq.

Eppure, mentre la coalizione “civilizzatrice” continua a perdere pezzi e in queste ore Olanda e Ucraina richiamano i loro soldati, i sondaggi ci dicono che anche il 70% degli italiani vuole questo ritiro. Pesa in tale diffuso convincimento la percezione dell’arroganza degli occupanti statunitensi, che si aggiunge allo scandalo delle 100 mila e più vittime sacrificate ai calcoli imperiali. Pesa l’orrore della guerra che, nonostante censure e giustificazioni, tracima e arriva alle coscienze. Questo, certo, non piace all’establishment: non a caso, se qualche sporadico reporter ha potuto raccontare il fetore della morte, i cadaveri a cielo aperto di Falluja, non c’è nessuno che possa ora raccontare la distruzione di Ramadi. E contano certamente episodi come quello che ha così drammaticamente chiuso la liberazione di Giuliana Sgrena, rispetto al quale non riesce ad essere contenuto il senso di un intollerabile asservimento al potente alleato.

Tuttavia, dobbiamo cercare di andare più in là, in direzione di una consapevolezza ancor più qualificata di quanto non sia quella che promana da tali elementi di pur sacrosanta indignazione. Non va cioè distolta l’attenzione dal dato obiettivo, che permane dal momento dell’aggressione all’Iraq e che non cessa di caratterizzare l’attuale situazione. A marzo del 2003 è scattata l’aggressione, da allora l’Iraq è un paese occupato: bisogna sapere che quelle stesse truppe non se ne andranno finchè non vi sarà in quel paese un governo “amico” che sia in grado di tutelare gli interessi Usa e di prevalere in termini sufficientemente consolidati sull’opposizione interna. Questo è il dato saliente. Per non rendere fallimentare il consuntivo della loro impresa, gli Usa devono portare a casa due risultati, uno economico e l’altro politico-militare: in quel punto sensibile dello scacchiere internazionale devono almeno essere garantiti, per un verso, il controllo dei flussi del petrolio e, per altro verso, il permanere delle basi militari Usa. Deve esser chiaro che, da questo punto di vista, la posta in gioco è sempre la stessa, così come identiche restano le ragioni di fondo della mobilitazione al fianco del popolo irakeno.

Perché dunque gli americani non se ne vanno dall’Iraq? Evidentemente, perché nessuna delle suddette condizioni è a tutt’oggi assicurata: e ciò grazie all’azione di una resistenza armata, composita ma al tempo stesso diffusa e radicata nella popolazione irakena, che impedisce il compiersi del progetto neo-coloniale. Non possiamo dire se l’azione dei resistenti iracheni conseguirà una vittoria piena come fu a suo tempo, in condizioni storiche affatto diverse, quella del popolo vietnamita. Possiamo comunque essere certi che, finchè reggerà la resistenza in Iraq, gli Stati Uniti saranno tenuti all’angolo (e Siria, Iran, Cuba e gli altri “stati.canaglia” potranno sentirsi più al sicuro e guadagnare tempo).

Ma col popolo irakeno siamo debitori di un altro importante risultato. Jean Bricmont, uno dei più lucidi intellettuali europei, ha scritto recentemente: “L’ordine del mondo non riposa sulla giustizia e i diritti umani, ma sulla convinzione – cento volte ripetuta nella storia – che gli oppressi possono ribellarsi quanto vogliono, ma finiranno per essere vinti”. Come sempre, lo scandalo, l’oltraggio è che vi sia una resistenza alla violenza (questa sì, sempre lecita) dei padroni del mondo: in ogni tempo, i resistenti hanno sfidato il senso di impotenza, la rassegnazione all’ordine costituito. Anche per questo dobbiamo, oggi, ringraziare il popolo irakeno.
Noi, qui in Occidente, abbiamo provato a fermare la macchina bellica. E, in effetti, il più grande movimento di massa contro la guerra dal dopoguerra ad oggi ha ottenuto l’importante risultato di togliere ogni legittimità etica all’aggressione imperialista. Non siamo purtroppo riusciti a fermare quella macchina di morte: ed essa ha investito con inaudita violenza il popolo dell’Iraq. E’ questa popolazione oggi a sopportare l’urto più duro. Per questo credo che, pur se è perfettamente condivisibile l’esigenza di non formulare giudizi politici semplificanti riguardo alla complessa composizione dell’opposizione irakena, è bene comunque evitare di essere troppo saccenti. Per troppi soloni, qui da noi, è fin troppo facile dar lezioni; ben al riparo dal napalm.

Roma, 15 marzo 2005 ore 11.00