Intervento all’assemblea del 15 marzo all’Universita’ di Roma in preparazione della giornata del 19 marzo
Bruno Steri (Cpn, Area Ernesto Prc)
Con la giornata del 19 marzo il movimento contro la guerra torna a prendere la
parola, a far sentire la voce della grande maggioranza del paese reale. Una
voce che si contrappone “senza se e senza ma” alle scelte sciagurate del
governo delle destre - complice fedele di chi spaccia per democrazia la
devastazione bellica di un paese - e che scuote le incertezze, le ambiguità che
continuano a caratterizzare una parte dello schieramento delle sinistre.
In tale contesto, non è semplice promuovere iniziative e mobilitazioni. Anche
per quel che concerne il panorama della stampa nazionale, c’è una clamorosa
sproporzione tra la coraggiosa opera di controinformazione delle poche testate
non “arruolate” e l’opinione largamente prevalente che chiede il ritiro delle
truppe occupanti dall’Iraq.
Eppure, mentre la coalizione “civilizzatrice” continua a perdere pezzi e in
queste ore Olanda e Ucraina richiamano i loro soldati, i sondaggi ci dicono che
anche il 70% degli italiani vuole questo ritiro. Pesa in tale diffuso
convincimento la percezione dell’arroganza degli occupanti statunitensi, che si
aggiunge allo scandalo delle 100 mila e più vittime sacrificate ai calcoli
imperiali. Pesa l’orrore della guerra che, nonostante censure e
giustificazioni, tracima e arriva alle coscienze. Questo, certo, non piace all’establishment:
non a caso, se qualche sporadico reporter ha potuto raccontare il fetore della
morte, i cadaveri a cielo aperto di Falluja, non c’è nessuno che possa ora
raccontare la distruzione di Ramadi. E contano certamente episodi come quello
che ha così drammaticamente chiuso la liberazione di Giuliana Sgrena, rispetto al
quale non riesce ad essere contenuto il senso di un intollerabile asservimento
al potente alleato.
Tuttavia, dobbiamo cercare di andare più in là, in direzione di una
consapevolezza ancor più qualificata di quanto non sia quella che promana da
tali elementi di pur sacrosanta indignazione. Non va cioè distolta l’attenzione
dal dato obiettivo, che permane dal momento dell’aggressione all’Iraq e che non
cessa di caratterizzare l’attuale situazione. A marzo del 2003 è scattata
l’aggressione, da allora l’Iraq è un paese occupato: bisogna sapere che quelle
stesse truppe non se ne andranno finchè non vi sarà in quel paese un governo
“amico” che sia in grado di tutelare gli interessi Usa e di prevalere in
termini sufficientemente consolidati sull’opposizione interna. Questo è il dato
saliente. Per non rendere fallimentare il consuntivo della loro impresa, gli
Usa devono portare a casa due risultati, uno economico e l’altro
politico-militare: in quel punto sensibile dello scacchiere internazionale
devono almeno essere garantiti, per un verso, il controllo dei flussi del
petrolio e, per altro verso, il permanere delle basi militari Usa. Deve esser
chiaro che, da questo punto di vista, la posta in gioco è sempre la stessa,
così come identiche restano le ragioni di fondo della mobilitazione al fianco
del popolo irakeno.
Perché dunque gli americani non se ne vanno dall’Iraq? Evidentemente, perché
nessuna delle suddette condizioni è a tutt’oggi assicurata: e ciò grazie
all’azione di una resistenza armata, composita ma al tempo stesso diffusa e
radicata nella popolazione irakena, che impedisce il compiersi del progetto
neo-coloniale. Non possiamo dire se l’azione dei resistenti iracheni conseguirà
una vittoria piena come fu a suo tempo, in condizioni storiche affatto diverse,
quella del popolo vietnamita. Possiamo comunque essere certi che, finchè
reggerà la resistenza in Iraq, gli Stati Uniti saranno tenuti all’angolo (e
Siria, Iran, Cuba e gli altri “stati.canaglia” potranno sentirsi più al sicuro
e guadagnare tempo).
Ma col popolo irakeno siamo debitori di un altro importante risultato. Jean
Bricmont, uno dei più lucidi intellettuali europei, ha scritto recentemente:
“L’ordine del mondo non riposa sulla giustizia e i diritti umani, ma sulla
convinzione – cento volte ripetuta nella storia – che gli oppressi possono
ribellarsi quanto vogliono, ma finiranno per essere vinti”. Come sempre, lo
scandalo, l’oltraggio è che vi sia una resistenza alla violenza (questa sì,
sempre lecita) dei padroni del mondo: in ogni tempo, i resistenti hanno sfidato
il senso di impotenza, la rassegnazione all’ordine costituito. Anche per questo
dobbiamo, oggi, ringraziare il popolo irakeno.
Noi, qui in Occidente, abbiamo provato a fermare la macchina bellica. E, in
effetti, il più grande movimento di massa contro la guerra dal dopoguerra ad
oggi ha ottenuto l’importante risultato di togliere ogni legittimità etica
all’aggressione imperialista. Non siamo purtroppo riusciti a fermare quella
macchina di morte: ed essa ha investito con inaudita violenza il popolo
dell’Iraq. E’ questa popolazione oggi a sopportare l’urto più duro. Per questo
credo che, pur se è perfettamente condivisibile l’esigenza di non formulare
giudizi politici semplificanti riguardo alla complessa composizione
dell’opposizione irakena, è bene comunque evitare di essere troppo saccenti.
Per troppi soloni, qui da noi, è fin troppo facile dar lezioni; ben al riparo
dal napalm.
Roma, 15 marzo 2005 ore 11.00