dall'Ass. Comunista Il
Pianeta Futuro di Pisa
Oggi a Camp Darby, domani in tutta Europa: via le basi
militari USA/NATO
Dalla smilitarizzazione dei territori il rilancio della pratica antimperialista
Da
alcune settimane è attivo il Comitato per lo
smantellamento e la riconversione a fini esclusivamente di pace della base
militare di Camp Darby. Un comitato largo, nel quale confluiscono
alcune minoranze interne al PRC (da l’Ernesto a Proposta), partiti come Verdi e
PdCI, da sindacati come la Confederazione Cobas ad associazioni e circoli di
varia natura.
Il Comitato ha avviato un percorso che ha già portato a manifestare in due
occasioni davanti ai cancelli della base: la prima volta come preparazione alla
manifestazione del 19 marzo, ed una seconda il 25 aprile, quando al sit-in hanno partecipato anche altre
realtà non aderenti al Comitato come quelle antagoniste.
Tuttavia, non ci interessa tanto in questa sede annoverare le iniziative
passate e future del Comitato contro Camp
Darby, quanto avviare invece una riflessione più generale sulle
prospettive e i compiti dei comunisti nel movimento contro la guerra.
La manifestazione del 19 Marzo è stato un appuntamento importante, in quanto ha
dimostrato che il movimento contro la guerra non è morto e che, su contenuti
avanzati e coerenti, il “popolo della pace” è pronto ancora a mobilitarsi. Quel
giorno sono scesi in piazza 100mila manifestanti, nonostante che ARCI, PRC (la
maggioranza), FIOM/CGIL non abbiano contribuito concretamente alla
organizzazione della giornata, ma si siano impegnati invece per la
manifestazione di Bruxelles contro le politiche neoliberiste dell’UE.
Manifestazione dai contenuti condivisibili e su cui occorrerà mobilitarsi ben
più a fondo, per carità, ma che è caduta inopportunamente proprio nella
Giornata Mondiale contro la guerra, appuntamento deciso nel Forum Mondiale di
Porto Alegre in cui era stato approvato un ordine del giorno con contenuti
assai avanzati - rifiuto della spirale guerra/terrorismo, legittimità del
diritto dei popoli a resistere contro la barbarie e l’imperialismo, sostegno
alle lotte dei popoli palestinese ed iracheno, nonché a quelle esperienze di
governo dai contenuti fortemente egualitari e radicali come il Venezuela di
Chavez.
Anche la maggioranza del PRC, imbarazzata e insoddisfatta dall’esito del Forum
Mondiale, ha aderito formalmente alla manifestazione di Roma contro la guerra,
ma ha poi cercato di dirottare i manifestanti verso la manifestazione di
Bruxelles: la radicale coerenza della piattaforma della manifestazione di Roma,
infatti, non era più condivisibile nella nuova fase elettoralistica e
“unionista”dal PRC, ormai più attento a non contrapporsi in politica estera
alle ambiguità e ipocrisie del riformismo ulivista piuttosto che a mantenere i
legami con le posizioni più avanzate espresse dai e nei movimenti no global e contro la guerra.
Del resto, la resistenza dei popoli in Venezuela e a Cuba, la guerriglia in
Colombia non ricevono il necessario sostegno neppure da ampie parti di
movimento che preferiscono inseguire le chimere zapatiste coniugate con la non
violenza, con la rinuncia alla lotta per il potere e per la trasformazione in
senso socialista della società. Al contrario, il terreno della solidarietà
internazionale ha bisogno di essere coltivato ed esteso, sviluppando iniziative
che non esprimano solamente la solidarietà con quei popoli e quelle esperienze,
ma che immettano nel dibattito sulle cause e le conseguenze di guerra,
terrorismo e imperialismo la dovuta attenzione per queste esperienze rivoluzionarie,
di cui vanno evidenziate le ragioni per le quali sono nate e resistono
nonostante embarghi, pressioni economiche, militari, oltre alle manipolazioni
dell’opinione pubblica da parte di chi controlla i mass media.
Questo percorso ha un obiettivo ben preciso per i comunisti: diffondere un
punto di vista rivoluzionario ed una analisi marxista del conflitto
internazionale che per anni è stata subalterna a un pacifismo generico e
fondamentalmente subalterno al centro sinistra. Per esempio, occorre riaffermare
che le ragioni della guerra non sono provocate da presupposte prepotenze
imperiali, che pur esistono, ma dalla necessità strutturale dell’imperialismo
americano (prevalentemente in questa fase) di investire quote eccedenti di
capitale; attraverso le guerre, infatti, gli USA utilizzano la supremazia
industrial-militare per il controllo su brevetti e produzioni civili, oltre al
controllo delle vie energetiche in funzione del loro utilizzo esclusivo da
parte delle multinazionali Made in USA.
Il secondo compito dei comunisti (dopo quello appena descritto di rilancio di
percorsi internazionalisti e di una lettura marxiana della situazione mondiale
per rafforzare il sostegno alla Resistenza dei popoli in lotta contro
l’imperialismo) è quello di costruire un forte e radicato movimento contro la
militarizzazione dei territori, che possa produrre anche scelte
politico-istituzionali in contrapposizione alla presenza delle basi USA/NATO
sui territori.
È innegabile che il PRC voglia esportare la esperienza Soru in ogni realtà
regionale, dimenticando però che da oltre dieci anni in Sardegna sono attivi
comitati locali contro la presenza delle basi e dei militari che rappresentano
un ostacolo alla pesca e contribuiscono alla cementificazione delle coste:
senza questo conflitto esercitato dalla popolazione della Sardegna, ogni
decisione della Giunta Soru semplicemente non sarebbe esistita. Il “modello
Soru” non può dunque essere trapiantato in altre realtà regionali nella forma
politico-istituzionale che desidererebbe il PRC, depurata dal conflitto sul
territorio.
Al contempo, va smontata l’idea di poter raggiungere l’obiettivo della
smilitarizzazione semplicemente costruendo progetti ed ipotesi alternativi di
utilizzo del territorio, magari ipotizzando il rilancio di una economia di
pace: nessun esercito si è mai fatto convincere dalle belle parole, ma prive di
concretezza politica.
Ecco alcune semplici questioni su cui occorre riflettere per superare
l’astrattismo e avviare una battaglia politica reale contro le basi USA/NATO:
- come costruire nel paese un movimento contrario alla presenza delle basi
militari?
- come coniugare la resistenza alle basi con una linea politica e
sociale conflittuale? È ragionevole pensare che una volta presentato un piano
di riconversione, gli americani lasceranno i nostri territori? Ed è ragionevole
pensare che gli stessi partiti dell’Unione ne chiederanno l’allontanamento?
-
quali sono gli interessi economici sui quali si sorregge la presenza militare
Usa e una volta smascherati che fare?
Dare una risposta a ciascuna di queste domande non è semplice ma proviamo
comunque a tracciare alcuni obiettivi percorribili.
L’appuntamento del 2 Giugno è una tappa importante per denunciare non solo la
presenza delle truppe italiane negli scenari di guerra, ma anche per denunciare
l’intreccio tra guerra e monopoli economici, lobby petrolifere (spesso le
stesse che stanno riproponendo un “nucleare pulito ad uso civile”). Una
giornata contro l’aumento delle spese militari per dire in ogni luogo produttivo,
nei quartieri, nelle scuole che al posto di una portaerei si potrebbero
costruire scuole e dare assistenza agli anziani. Del resto questa pratica
antimilitarista è parte del nostro patrimonio culturale e politico, allora
perché non farne uso?
Le forze politiche che partecipano ai Comitati - come Verdi e Pdci - devono
assumere precise responsabilità politiche: in un futuro possibile governo di
centro sinistra, non potranno avallare scelte politiche ambigue dell’Unione,
accettare il Peace Keeping (riproposto
dalla Margherita), le pseudo missioni “di pace” all’estero, per poi partecipare
al movimento contro la guerra. Anche il PRC deve assumere fino in fondo la
questione delle basi come uno degli elementi fondamentali del sistema di
guerra, e non semplicemente come questione localistica, territoriale e
regionalistica: la denuncia della presenza di basi militari USA e NATO e la
richiesta della loro chiusura e riconversione deve iscriversi in una coerente
battaglia antimilitarista ed antimperialista, che oggi ha il volto aggressivo
anche delle nostre truppe impegnate nei teatri di guerra dal Kosovo,
all’Afghanistan all’Iraq.
Dobbiamo chiedere coerenza tra le enunciazioni di principio e le pratiche
politiche, nonché iniziative nelle Giunte regionali perché non siano accettati
accordi che rafforzano l’apparato militare e l’intreccio di questo con
l’economia e la politica, perché non siano coperte concessioni per ampliamento
delle basi, perché non sia dato alcun assenso a produzioni nocive all’ambiente,
ai lavoratori e alla popolazione.
Anche le iniziative territoriali come i campeggi contro le basi sono
appuntamenti importanti, da sostenere per costruire alleanze sociali ampie, in
modo che si colleghino ad una opposizione politica generale e non rimangano circoscritte
e fini a se stesse. Tali esperienze rappresentano, assieme ai Comitati, un
terreno dove elaborare teorie e pratiche non di semplice antagonismo o
disobbedienza, ma di reale conflitto sociale e politico.
Se i comunisti saranno presenti e capaci di indirizzare a fini conflittuali i
percorsi di movimento, avremo raggiunto almeno alcuni degli obiettivi per non
giocare solo un ruolo di semplice comparsa nell’azione politica e sociale.