www.resistenze.org - osservatorio - lotta per la pace - 25-05-05

dall'Ass. Comunista Il Pianeta Futuro di Pisa

Oggi a Camp Darby, domani in tutta Europa: via le basi militari USA/NATO


Dalla smilitarizzazione dei territori il rilancio della pratica antimperialista

Da alcune settimane è attivo il Comitato per lo smantellamento e la riconversione a fini esclusivamente di pace della base militare di Camp Darby. Un comitato largo, nel quale confluiscono alcune minoranze interne al PRC (da l’Ernesto a Proposta), partiti come Verdi e PdCI, da sindacati come la Confederazione Cobas ad associazioni e circoli di varia natura.

Il Comitato ha avviato un percorso che ha già portato a manifestare in due occasioni davanti ai cancelli della base: la prima volta come preparazione alla manifestazione del 19 marzo, ed una seconda il 25 aprile, quando al sit-in hanno partecipato anche altre realtà non aderenti al Comitato come quelle antagoniste.

Tuttavia, non ci interessa tanto in questa sede annoverare le iniziative passate e future del Comitato contro Camp Darby, quanto avviare invece una riflessione più generale sulle prospettive e i compiti dei comunisti nel movimento contro la guerra.

La manifestazione del 19 Marzo è stato un appuntamento importante, in quanto ha dimostrato che il movimento contro la guerra non è morto e che, su contenuti avanzati e coerenti, il “popolo della pace” è pronto ancora a mobilitarsi. Quel giorno sono scesi in piazza 100mila manifestanti, nonostante che ARCI, PRC (la maggioranza), FIOM/CGIL non abbiano contribuito concretamente alla organizzazione della giornata, ma si siano impegnati invece per la manifestazione di Bruxelles contro le politiche neoliberiste dell’UE. Manifestazione dai contenuti condivisibili e su cui occorrerà mobilitarsi ben più a fondo, per carità, ma che è caduta inopportunamente proprio nella Giornata Mondiale contro la guerra, appuntamento deciso nel Forum Mondiale di Porto Alegre in cui era stato approvato un ordine del giorno con contenuti assai avanzati - rifiuto della spirale guerra/terrorismo, legittimità del diritto dei popoli a resistere contro la barbarie e l’imperialismo, sostegno alle lotte dei popoli palestinese ed iracheno, nonché a quelle esperienze di governo dai contenuti fortemente egualitari e radicali come il Venezuela di Chavez.

Anche la maggioranza del PRC, imbarazzata e insoddisfatta dall’esito del Forum Mondiale, ha aderito formalmente alla manifestazione di Roma contro la guerra, ma ha poi cercato di dirottare i manifestanti verso la manifestazione di Bruxelles: la radicale coerenza della piattaforma della manifestazione di Roma, infatti, non era più condivisibile nella nuova fase elettoralistica e “unionista”dal PRC, ormai più attento a non contrapporsi in politica estera alle ambiguità e ipocrisie del riformismo ulivista piuttosto che a mantenere i legami con le posizioni più avanzate espresse dai e nei movimenti no global e contro la guerra.

Del resto, la resistenza dei popoli in Venezuela e a Cuba, la guerriglia in Colombia non ricevono il necessario sostegno neppure da ampie parti di movimento che preferiscono inseguire le chimere zapatiste coniugate con la non violenza, con la rinuncia alla lotta per il potere e per la trasformazione in senso socialista della società. Al contrario, il terreno della solidarietà internazionale ha bisogno di essere coltivato ed esteso, sviluppando iniziative che non esprimano solamente la solidarietà con quei popoli e quelle esperienze, ma che immettano nel dibattito sulle cause e le conseguenze di guerra, terrorismo e imperialismo la dovuta attenzione per queste esperienze rivoluzionarie, di cui vanno evidenziate le ragioni per le quali sono nate e resistono nonostante embarghi, pressioni economiche, militari, oltre alle manipolazioni dell’opinione pubblica da parte di chi controlla i mass media.

Questo percorso ha un obiettivo ben preciso per i comunisti: diffondere un punto di vista rivoluzionario ed una analisi marxista del conflitto internazionale che per anni è stata subalterna a un pacifismo generico e fondamentalmente subalterno al centro sinistra. Per esempio, occorre riaffermare che le ragioni della guerra non sono provocate da presupposte prepotenze imperiali, che pur esistono, ma dalla necessità strutturale dell’imperialismo americano (prevalentemente in questa fase) di investire quote eccedenti di capitale; attraverso le guerre, infatti, gli USA utilizzano la supremazia industrial-militare per il controllo su brevetti e produzioni civili, oltre al controllo delle vie energetiche in funzione del loro utilizzo esclusivo da parte delle multinazionali Made in USA.

Il secondo compito dei comunisti (dopo quello appena descritto di rilancio di percorsi internazionalisti e di una lettura marxiana della situazione mondiale per rafforzare il sostegno alla Resistenza dei popoli in lotta contro l’imperialismo) è quello di costruire un forte e radicato movimento contro la militarizzazione dei territori, che possa produrre anche scelte politico-istituzionali in contrapposizione alla presenza delle basi USA/NATO sui territori.

È innegabile che il PRC voglia esportare la esperienza Soru in ogni realtà regionale, dimenticando però che da oltre dieci anni in Sardegna sono attivi comitati locali contro la presenza delle basi e dei militari che rappresentano un ostacolo alla pesca e contribuiscono alla cementificazione delle coste: senza questo conflitto esercitato dalla popolazione della Sardegna, ogni decisione della Giunta Soru semplicemente non sarebbe esistita. Il “modello Soru” non può dunque essere trapiantato in altre realtà regionali nella forma politico-istituzionale che desidererebbe il PRC, depurata dal conflitto sul territorio.

Al contempo, va smontata l’idea di poter raggiungere l’obiettivo della smilitarizzazione semplicemente costruendo progetti ed ipotesi alternativi di utilizzo del territorio, magari ipotizzando il rilancio di una economia di pace: nessun esercito si è mai fatto convincere dalle belle parole, ma prive di concretezza politica.

Ecco alcune semplici questioni su cui occorre riflettere per superare l’astrattismo e avviare una battaglia politica reale contro le basi USA/NATO:
- come costruire nel paese un movimento contrario alla presenza delle basi militari?
- come coniugare la resistenza alle basi con una linea politica e sociale conflittuale? È ragionevole pensare che una volta presentato un piano di riconversione, gli americani lasceranno i nostri territori? Ed è ragionevole pensare che gli stessi partiti dell’Unione ne chiederanno l’allontanamento?
- quali sono gli interessi economici sui quali si sorregge la presenza militare Usa e una volta smascherati che fare?

Dare una risposta a ciascuna di queste domande non è semplice ma proviamo comunque a tracciare alcuni obiettivi percorribili.
L’appuntamento del 2 Giugno è una tappa importante per denunciare non solo la presenza delle truppe italiane negli scenari di guerra, ma anche per denunciare l’intreccio tra guerra e monopoli economici, lobby petrolifere (spesso le stesse che stanno riproponendo un “nucleare pulito ad uso civile”). Una giornata contro l’aumento delle spese militari per dire in ogni luogo produttivo, nei quartieri, nelle scuole che al posto di una portaerei si potrebbero costruire scuole e dare assistenza agli anziani. Del resto questa pratica antimilitarista è parte del nostro patrimonio culturale e politico, allora perché non farne uso?

Le forze politiche che partecipano ai Comitati - come Verdi e Pdci - devono assumere precise responsabilità politiche: in un futuro possibile governo di centro sinistra, non potranno avallare scelte politiche ambigue dell’Unione, accettare il Peace Keeping (riproposto dalla Margherita), le pseudo missioni “di pace” all’estero, per poi partecipare al movimento contro la guerra. Anche il PRC deve assumere fino in fondo la questione delle basi come uno degli elementi fondamentali del sistema di guerra, e non semplicemente come questione localistica, territoriale e regionalistica: la denuncia della presenza di basi militari USA e NATO e la richiesta della loro chiusura e riconversione deve iscriversi in una coerente battaglia antimilitarista ed antimperialista, che oggi ha il volto aggressivo anche delle nostre truppe impegnate nei teatri di guerra dal Kosovo, all’Afghanistan all’Iraq.

Dobbiamo chiedere coerenza tra le enunciazioni di principio e le pratiche politiche, nonché iniziative nelle Giunte regionali perché non siano accettati accordi che rafforzano l’apparato militare e l’intreccio di questo con l’economia e la politica, perché non siano coperte concessioni per ampliamento delle basi, perché non sia dato alcun assenso a produzioni nocive all’ambiente, ai lavoratori e alla popolazione.

Anche le iniziative territoriali come i campeggi contro le basi sono appuntamenti importanti, da sostenere per costruire alleanze sociali ampie, in modo che si colleghino ad una opposizione politica generale e non rimangano circoscritte e fini a se stesse. Tali esperienze rappresentano, assieme ai Comitati, un terreno dove elaborare teorie e pratiche non di semplice antagonismo o disobbedienza, ma di reale conflitto sociale e politico.

Se i comunisti saranno presenti e capaci di indirizzare a fini conflittuali i percorsi di movimento, avremo raggiunto almeno alcuni degli obiettivi per non giocare solo un ruolo di semplice comparsa nell’azione politica e sociale.