www.resistenze.org - osservatorio - lotta per la pace - 07-12-05

da “Reseau Voltaire”, 23 novembre 2005
http://www.voltairenet.org/article131461.html

 
Il “dovere di ingerenza”, nuova veste dell’espansionismo


Aprendo la tavola rotonda sull’ingerenza umanitaria alla conferenza Axis for Peace 2005, il professor Jean Bricmont ha sottolineato che l’imperativo morale a cui le opinioni pubbliche europee occidentali si sottomettono non è che un’ingiunzione degli strumenti di comunicazione, indirizzata a far loro accettare l’espansione dell’egemonia. Per una comprensione lucida di questi conflitti, occorre operare un’astrazione dei presupposti morali e ritornare ad un’analisi politica dei fatti.
 
Una delle caratteristiche dei discorsi politici, da destra a sinistra, è che essi oggi sono interamente dominati da ciò che si potrebbe chiamare l’imperativo dell’ingerenza. Noi siamo costantemente chiamati a difendere i diritti di minoranze oppresse in paesi lontani (Cecenia, Tibet, Kosovo, Kurdistan), a proposito dei quali non conosciamo poi granché, a protestare contro le violazioni dei diritti umani a Cuba, in Cina, o nel Sudan, a esigere l’abolizione della pena di morte negli Stati Uniti, o a denunciare la persecuzione delle donne musulmane. Il diritto di ingerenza non solo è generalmente ammesso, ma si è spesso trasformato in “dovere di ingerenza”.
 
Ci viene assicurato che è urgente creare tribunali internazionali, per giudicare crimini diversi commessi all’interno di Stati-nazione. Si suppone che il mondo sia diventato un villaggio globale e che nulla di ciò che vi accade debba lasciarci indifferenti. La saggezza di coloro che pretendono di “coltivare il proprio giardino” passa per anacronistico e reazionario. La sinistra eccelle in questo discorso ancor più della destra, accusata a sua volta di egoismo, e pensa così di continuare la grande tradizione di internazionalismo del movimento operaio e della solidarietà ai tempi della guerra di Spagna o delle lotte anticoloniali. Per altro, la sinistra attuale insiste sul fatto che in particolare non bisogna “ripetere gli errori del passato”, astenendosi dal denunciare i regimi che si oppongono all’Occidente, come fecero la sinistra “stalinista” in merito all’Unione Sovietica e certi intellettuali “terzomondisti” di fronte alla Cambogia dell’epoca dei Khmer rossi o ad altri regimi usciti dalla decolonizzazione.
 
In conseguenza di tale situazione, i movimenti pacifisti non sono che l’ombra di ciò che rappresentarono ad esempio al momento della crisi dei missili negli anni ’80, e il movimento terzomondista è praticamente scomparso. Non si è manifestata praticamente opposizione alla guerra alla Jugoslavia nel 1999, che fu la guerra “umanitaria” per eccellenza, è molto poca opposizione vi è stata al tempo dell’invasione dell’Afghanistan nel 2001. E’ vero che ci sono state manifestazioni gigantesche, uniche nella storia e portatrici di speranze, contro la guerra in Iraq. Ma bisogna riconoscere che, con la proclamazione della vittoria da parte dell’amministrazione Bush, le opinioni pubbliche, almeno in Occidente, sono state relativamente mute, sebbene in Iraq continuino combattimenti che non sono certamente di retroguardia.
 
Inoltre, Fallujah è stata una Guernica senza Picasso. Una città di 300.000 anime privata dell’acqua, dell’elettricità e dei viveri, sgombrata dei suoi abitanti che sono stati in seguito parcheggiati in campi. Poi il bombardamento metodico, la ripresa della città, quartiere per quartiere. Quando un ospedale è occupato, il New York Times giustifica l’accaduto dicendo che serviva da centro di propaganda, per gonfiare le cifre delle vittime. Per l’appunto, quante sono le vittime della guerra in Iraq? Non se ne sa nulla, non si fanno body count (per gli Iracheni). Quando delle stime sono pubblicate, persino dalle più prestigiose riviste scientifiche, come Lancet, vengono denunciate come esagerate.
 
Di fronte a quanto accade, quante proteste? Quante manifestazioni davanti alle ambasciate americane? Quante petizioni per chiedere ai nostri governi che impongano agli Stati Uniti di fermarsi? Quanti editoriali nei giornali per denunciare questi crimini? Chi, tra i partigiani della “società civile” e della non violenza, ricorda che le sventure di Fallujah sono cominciate quando, poco dopo l’invasione, i suoi abitanti hanno manifestato pacificamente e gli statunitensi hanno sparato sulla folla, uccidendo 16 persone? E non c’è solo Fallujah: ci sono anche, tra altri, Najaf, Al Kaim, Haditha, Smarra, Bakouba, Hit, Bouhriz. Il tribunale di Bruxelles, un tribunale di opinione che esamina i crimini statunitensi in Iraq e di cui fa parte l’autore, riceve frequentemente informazioni su sparizioni e assassini in Iraq. Ma a chi trasmettere queste informazioni? A chi interessano?
 
Questa doppia constatazione dell’onnipresenza dell’ideologia dell’ingerenza da una parte e della debolezza dell’opposizione alle guerre imperiali dall’altra, ci induce a rivolgere uno sguardo critico sui pregiudizi che sottendono l’ideologia dell’ingerenza e a sollevare un certo numero di questioni che sono raramente enunciate e a cui ancora più raramente viene data una risposta: qual è la natura dell’agente che supponiamo operi l’ingerenza? Siccome si tratta in pratica di paesi potenti, quali ragioni abbiamo per credere alla sincerità dei loro proclami umanitari? Qual è l’effetto nel lungo periodo delle ingerenze occidentali nel terzo mondo? La visione tradizionale del diritto internazionale, che proibisce l’ingerenza unilaterale, è veramente sorpassata? La nostra storia e il nostro modo di sviluppo ci danno il diritto di dire agli altri paesi cosa devono fare? Quando si parla di diritti dell’uomo, si pensa anche ai diritti economici e sociali? Se si, questi diritti sono sempre compatibili con i diritti politici e individuali? E se non lo sono, come stabilire le priorità tra differenti tipi di diritti?
 
Per altro, si può anche porre un certo numero di domande ai movimenti progressisti, pacifisti o ecologisti. Questi movimenti non prendono forse troppo velocemente per oro colato le dichiarazioni dei media e dei dirigenti occidentali? In particolare, i dirigenti del terzo mondo demonizzati dall’Occidente sono veramente dei nuovi Hitler, nei cui confronti qualsiasi compromesso equivarrebbe ad una nuova Monaco? La costruzione europea offre forse una speranza d’alternativa di fronte all’egemonia statunitense? La politica dell’ingerenza è realmente internazionalista?
 
In definitiva, è possibile proporre una pratica politica diversa da quella dell’ingerenza, fondata su una visione radicalmente differente dei rapporti Nord-Sud e sulla volontà di rimettere la critica dell’imperialismo al centro delle nostre preoccupazioni politiche. Tale pratica potrebbe contribuire alla rinascita di un’opposizione ferma e senza complessi alle aggressioni americane presenti e future.
 
Jean Bricmont
Figura  del movimento antimperialista, Jean Bricmont è professore di fisica teorica all’Università di Louvain (Belgio).
Ha appena pubblicato Impérialisme humanitaire. Droits de l’homme, droit d’ingerence, droit du plus fort? (Editions Aden, 2005)

Traduzione dal francese a cura del
Centro di Cultura e Documentazione Popolare