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Lisbona, 1 dicembre 2007: Seminario internazionale sull’Africa
 
“Conflitti in Africa e militarizzazione del continente”
 
Intervento di Angelo Alves, della Commissione Politica del Partito Comunista Portoghese
 
Oggi si discute molto dei conflitti che imperversano nel continente africano, molte volte fingendo un’ipocrita preoccupazione per milioni di rifugiati e profughi. L’Africa è in realtà un continente segnato da conflitti e, più precisamente, è il terreno in cui il capitale straniero si sente più a suo agio nell’avviare o conservare i propri affari, strumentalizzando i conflitti, intervenendo direttamente per una loro presunta soluzione, per poter ridisegnare il potere politico, di modo che serva meglio i suoi interessi, e per poter mantenere in questi paesi la propria guardia personale, gli eserciti nordamericani ed europei.
 
Per realizzare tali progetti, la presenza militare strategica imperialista nel continente africano è di fondamentale importanza. Vengono utilizzate la chiesa e le ONG milionarie del sistema per creare le condizioni favorevoli alla realizzazione dell’obiettivo e per esigere l’intervento deciso e rapido dell’Unione Europea e degli USA nei conflitti africani. Avanza rapidamente il dispiegamento delle forze militari nella scacchiera del continente africano. Non è un caso che il maggior incremento delle forze militari straniere nel continente si registri nell’Africa sub-sahariana ricca di petrolio, in particolare nel Golfo di Guinea. Non è un caso che le più consistenti manovre militari nordamericane e della NATO vengano programmate in questa regione. Non è un caso, ad esempio, che il governo portoghese si sia impegnato così tanto nell’approvazione dell’invio di una forza militare nel Ciad e nella Repubblica Centrafricana, paesi questi, in particolare il Ciad, dove sono in corso grandi manovre che mirano alla protezione degli interessi “occidentali” nella prospezione petrolifera e nelle vie di trasporto petrolifere come l’oleodotto Ciad-Camerun. Manovre che non di rado non rappresentano solo manifestazioni della dominazione imperialista e della creazione delle condizioni politico-militari favorevoli alle multinazionali petrolifere ma anche l’espressione delle rivalità interimperialiste nel continente, in particolare nella feroce concorrenza per il saccheggio delle risorse naturali.
 
Per quanto riguarda i conflitti, il caso del Sudan è emblematico della strategia imperialista, come anche quello del Congo, in cui la presenza militare si protrae da sempre, ma ne potremmo citare molti altri, soprattutto il succedersi dei golpe militari nei paesi del Golfo di Guinea. Conflitti e manovre in cui emerge chiaramente che le principali potenze imperialiste incoraggiano il separatismo e l’instabilità e trasmettono l’immagine di paesi immersi nei conflitti regionali o interni a sfondo etnico, per ottenere il controllo del petrolio e del potere politico di questi paesi attraverso la presenza militare.
 
E’ questa una delle principali ragioni di ciò che l’ “occidente” chiama pomposamente problemi del buon governo. E’ un fatto che in vari paesi le leadership politiche cambiano al ritmo della protezione e dell’appoggio militare che ricevono dalle potenze imperialiste e il linguaggio che comprendono meglio è quello della corruzione e delle armi. Pertanto, se l’ “occidente” sviluppato vuole risolvere i problemi del buon governo, se vuol vedere risolte le questioni collegate alla democrazia, alla corruzione e ai diritti umani esiste un modo semplice…si allontani dal controllo del potere politico africano e ponga fine alle manovre di sostegno militare, molte volte incrociate, a gruppi, etnie e fazioni del continente.
 
Anche la posizione geo-strategica favorevole del continente africano è determinante per l’imperialismo, come dimostra la guerra degli USA in Somalia, la straordinaria concentrazione di forze militari nordamericane e francesi nella base militare di Gibuti, la storia di instabilità e conflitti nel Corno d’Africa e più recentemente gli accordi che la NATO cerca di firmare con i paesi della costa occidentale. Del resto, la Francia, che guida la nuova ondata di invio di militari europei in Africa, ha già una presenza militare di più di 10.000 uomini nelle basi in Senegal, Costa d’Avorio, Gabon, Repubblica Centrafricana, Reunion e Mayotte, oltre alla già citata presenza a Gibuti.
 
Questa nuova ondata di interventismo europeo in Africa la dice lunga sulla natura del processo di integrazione capitalista in Europa, ed è importante che in Africa non si nutrano illusioni sul ruolo che l’Unione Europea ha e avrà nel continente. La militarizzazione dell’Unione Europea serve esattamente a questo obiettivo, proiettare forze militari europee nella periferia del sistema per difendere gli interessi delle multinazionali e delle principali potenze europee e per, citando Severiano Teixeira, “aiutare a creare i modelli di comportamento propri di uno Stato di Diritto”, vale a dire ingerenza, colonizzazione ideologica, neocolonialismo e introduzione del neoliberalismo nelle economie africane. Un processo in profonda sintonia con la NATO che, a sua volta, nei suoi documenti strategici e in varie dichiarazioni dei suoi responsabili, afferma chiaramente che, completato l’allargamento della NATO e dell’UE ad Est, occorre concentrare l’agenda politico-militare e l’interventismo nel Sud, con il Medio Oriente e l’Africa al vertice delle priorità.
 
Questioni come la lotta al terrorismo e l’immigrazione illegale costituiscono allora le giustificazioni per questa nuova scalata militarista, nello stesso momento in cui rappresentano proprio il frutto della politica di guerra dell’imperialismo e della saga sfruttatrice nel continente africano. Ma hanno anche un’altra funzione: giustificare davanti alle opinioni pubbliche europee le scelte militari, presentando l’Africa come una minaccia per la civiltà occidentale, come si può constatare dall’agenda e dai discorsi sul vertice UE/Africa.
 
Da parte sua, l’amministrazione Bush non prova ormai alcuna vergogna nel nascondere le sue reali intenzioni e pone la questione centrale: in un quadro in cui la Cina rafforza i suoi legami commerciali e di cooperazione con vari paesi africani, la forma con cui gli USA promuovono i loro interessi in Africa è rappresentata dall’affermazione della loro egemonia militare nel continente e dall’uso del suo potere militare, per provare che la maggiore potenza capitalista del mondo non può essere sfidata impunemente. Una teoria classica di puro e duro imperialismo. Per l’attuale amministrazione (ma a quanto ne so, nell’elaborazione di vari documenti strategici sarebbero coinvolti alcuni degli ex consiglieri di Clinton) il petrolio africano è, per citare Cheney “di interesse strategico nazionale e lo sarà ancora di più nel futuro” e la questione del petrolio africano è “naturalmente” affrontata nella Strategia di Sicurezza Nazionale degli USA del 2002. L’ultimo passo – e quale passo – fatto nella rimilitarizzazione del continente africano è la creazione dell’AFRICOM, il comando nordamericano specifico per l’Africa, un’autentica dichiarazione di guerra contro i popoli e soprattutto contro le forze progressiste africane che continuano coraggiosamente a cercare di liberare i loro paesi dalle catene del neocolonialismo.
 
Siamo di fatto di fronte ad un nuovo e più agguerrito assalto contro i popoli dell’Africa e la sua sovranità. La cooperazione tra africani con l’obiettivo dell’affermazione della loro sovranità, in particolare sulle loro risorse naturali, l’approfondimento delle relazioni sud-sud cominciano a profilarsi nello sviluppo complesso delle relazioni internazionali e la solidarietà e la cooperazione tra forze progressiste assume in questo quadro un’importanza cruciale. In questa lotta dei popoli dell’Africa e dei partiti qui rappresentati si potrà continuare a contare sulla solidarietà dei comunisti portoghesi.
 
Traduzione dal portoghese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 
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