www.resistenze.org -
osservatorio - mondo multipolare - 28.06.02
L’ASIA RIMANE AL CENTRO DELLA POLITICA ESTERA RUSSA
Di fronte alla massiccia offensiva
americana, diretta al controllo della regione, Mosca continua a considerare la
partnership con la Cina “opzione strategica”, essenziale ai fini della
costruzione di un mondo “multipolare”
di Mauro Gemma
L’attenzione riservata dai “media” italiani al vertice di Pratica di Mare, che
ha ratificato la costituzione del “Consiglio Russia-NATO”, ha suscitato in
molti l’impressione di trovarci di fronte - in seguito a un presunto
allineamento incondizionato della Russia alle strategie degli USA e
dell’Occidente - ad una netta riduzione dell’impegno della Russia in direzione
dei suoi tradizionali interlocutori asiatici, a cominciare dalla Cina,
considerati, almeno fino all’autunno dello scorso anno, opzione strategica
essenziale della politica estera di Mosca.
Eppure la regione asiatica appare quella, in cui in maggior misura si sono
manifestate difficoltà per il Cremlino, in seguito allo scatenamento
dell’offensiva americana, che ha avuto come pretesto l’attacco terroristico
dell’11 settembre a New York. E’ proprio l’Asia Centrale l’area del pianeta, in
cui più alti sono stati i costi che la Russia ha dovuto pagare, dopo la sua
adesione alla cosiddetta “alleanza contro il terrorismo”.
Mosca ha visto ridurre drasticamente, a vantaggio degli Stati Uniti, penetrati
nella regione con tutta la potenza del loro gigantesco arsenale militare,
l’influenza che esercitava in una zona del mondo, in cui negli ultimi secoli
era venuta affermandosi la sua egemonia, persino in una serie di paesi di
rilevante importanza strategica ed economica (per via delle risorse
energetiche) che hanno fatto parte dell'URSS e che tuttora aderiscono alla
Confederazione degli Stati Indipendenti, che della vecchia unione è la diretta
erede.
Le tappe della penetrazione americana in Asia Centrale, ben oltre i confini
dell’Afghanistan, sono state descritte, con dovizia di dettagli, in numerosi
interventi di studiosi italiani (1), a cui non è sfuggita la valenza
esplosiva del conflitto “sotterraneo”, apertosi tra le due più grandi potenze
nucleari, a cui la Russia è, in un certo senso, stata costretta, e a cui, oggi,
cerca di dare risposte che, necessariamente, devono fare i conti con lo stato
sfavorevole dei rapporti di forza con gli USA.
La Russia non può che guardare con grande preoccupazione a quanto avviene in
una regione, in cui passano i suoi confini su una linea di migliaia e migliaia
di chilometri, nel momento in cui una agguerrita base aerea militare è già in
funzione in Kirghisia (paese confinante con la Cina, destabilizzato da acute
tensioni, a cui gli USA non sono certo estranei) e altre sono in costruzione in
Uzbekistan e in Tagikistan. E mentre un’altra repubblica ex sovietica
dell’Asia, il Turkmenistan - governato da quel Nijazov che, con metodi da emiro
medievale, benevolmente tollerati anche dai più solerti “difensori dei diritti
umani”, soffoca ogni forma di dissenso -, caduta ormai da anni sotto l’egemonia
americana, sottoscrive con l’Afghanistan e il Pakistan il progetto che
garantirà alle compagnie USA il controllo delle enormi risorse di gas naturale
presenti nel paese, tagliando completamente fuori i russi (2).
Del resto, gli stessi Stati Uniti non hanno fatto mistero della loro intenzione
di mantenere (e rafforzare) la propria presenza militare e l’ingerenza
economica nell’area, ben al di là delle zone di combattimento con i talebani in
Afghanistan, a dispetto delle assicurazioni inizialmente date ai partner russo
e cinese. Come ha osservato Giulietto Chiesa, di fronte all’ “escalation”
americana “pensare che a Mosca si innalzino fuochi d’artificio di gioia è fuori
luogo” (3).
E a ben vedere, Mosca non ha mancato, in parecchie occasioni, di manifestare il
proprio disappunto per la linea di condotta americana. Lo ha fatto, ad esempio,
nel maggio scorso, con l’appello di Putin per la costituzione di un comando
militare unificato, rivolto, in particolare, a paesi dello spazio ex sovietico,
appartenenti come la Russia al cosiddetto “Trattato di sicurezza collettiva”,
vale a dire Bielorussia, Armenia, Kazachstan, Tagikistan e Kirghisia.
E, più recentemente, il ministro della difesa Serghej Ivanov, in una
dichiarazione ripresa prontamente dall’agenzia ufficiale della Repubblica
Popolare Cinese (4), pur riconoscendo che la coalizione
“antiterrorista” rimane uno strumento al servizio degli “interessi nazionali”
della Russia, ha comunque avvertito abbastanza bruscamente i partner americani
che la tolleranza dei russi nei confronti della loro invadenza sta raggiungendo
il limite: “esigiamo la massima trasparenza in merito alle loro (degli USA) attività militari nella
regione e garanzie circa la durata della loro presenza”.
Sarebbe impensabile, quindi, che, proprio in questa fase di difficoltà alle sue
frontiere, Mosca non si muova nella direzione di un consolidamento e di un
rafforzamento delle proprie alleanze e interlocuzioni sulla direttrice
asiatica.
Chi abbia seguito le principali iniziative internazionali della Russia, nel
mese di giugno, immediatamente dopo lo svolgimento del vertice di Pratica di
Mare, avrà notato un’assoluta prevalenza degli impegni con interlocutori
asiatici (stati e organizzazioni).
In pochissimi giorni si sono succedute visite e incontri di esponenti politici
e diplomatici di primissimo piano sia in Russia, sia in diversi paesi dell’Asia
Centrale e Orientale, che con Mosca condividono importanti interessi
strategici, e la preoccupazione per la crescente ingerenza degli USA in una
regione, fino a ieri in larga parte sottratta alla sua egemonia.
Insomma, l’Asia non solo continua a rimanere al centro dell’impegno della
diplomazia russa, ma sembra assumere un’importanza ancora più rilevante nelle
strategie di politica internazionale di questo grande paese.
Ad esempio, anche se sembra essere sfuggito a molti osservatori impegnati a
seguire gli sviluppi della politica occidentale di Putin, abbiamo assistito ad
avvenimenti di grande significato, come la realizzazione di intese, anche, e
soprattutto, a carattere militare con il vicino Iran, che sta vivendo una
difficile fase delle sue relazioni con gli Stati Uniti.
Per non parlare poi di quanto sta maturando agli estremi confini orientali
della Federazione Russa, attraverso frequenti visite ad alto livello e scambi
di vedute, nel rafforzamento della politica di collaborazione e buon vicinato con
uno dei paesi più invisi all’amministrazione USA, la Corea del Nord inserita
nella lista dei “paesi canaglia”, sorretta tenacemente da Mosca nei suoi sforzi
finalizzati a regolare pacificamente la travagliata questione della
riunificazione della penisola coreana (5).
Ma è soprattutto con la Cina che si intende mantenere e consolidare quel
rapporto privilegiato, costruito - occorre riconoscerlo - con l’apporto
determinante di Vladimir Putin (definito dai cinesi, in ogni occasione, “grande
amico”), e culminato nella firma del “Trattato di amicizia e cooperazione” del
luglio 2001, che sembra porre le premesse anche formali per la costruzione di
un asse tra i due giganti asiatici, in grado di costituire un poderoso
“contrappeso” al dilagare dell’egemonia americana sull’intero pianeta.
Non è dovuto certo al caso che la più importante scadenza
internazionale affrontata da Putin, dopo la ratifica del “Consiglio
Russia-NATO”, sia rappresentata dal secondo vertice dei capi di stato della “Organizzazione
per la cooperazione di Shanghai”, svoltosi a San Pietroburgo a metà giugno, che
ha approvato, in particolare, lo Statuto dell’organismo e, più in generale, ha
definito un nuovo e più avanzato terreno d’iniziative comuni ai sei paesi
partecipanti(6),
che potrebbero addirittura preludere a un imminente ingresso dell’India.
L’avvenimento più rilevante, registrato durante lo svolgimento del vertice di
San Pietroburgo, è sicuramente rappresentato dall’incontro tra i due capi di
stato russo e cinese, Putin e Jang Zemin, anche a conferma del significato
storico del primo anniversario della firma del Trattato d’amicizia tra i due
paesi. Alla vigilia dell’incontro, a testimoniare la straordinaria importanza
che la controparte russa assegna alle relazioni con la Cina, Putin ha voluto
concedere una lunga e approfondita intervista all’importante giornale cinese
“Quotidiano del Popolo”, che è stata ripresa anche dall’agenzia nazionale russa
RIA “Novosti” (7).
Putin, pur evitando, come è nel suo stile, qualsiasi eccesso polemico verso
terze parti, a cominciare da Washington, ribadisce le direttrici fondamentali
della politica estera del suo paese, così come sono state definite
ufficialmente già nel primo anno del suo mandato (8), che spiegano il
ruolo strategico attribuito alle relazioni con la Repubblica Popolare Cinese: i
propri “interessi nazionali” come “bussola” di ogni iniziativa diplomatica
della Russia e - a smentire tutte le teorizzazioni sulla “pacificazione
dell’impero”, sotto comando USA - la ricerca tenace delle condizioni per la
costruzione di un “mondo multipolare”, che opponga resistenza a qualsiasi
volontà egemonica, da qualunque parte provenga.
Come afferma Putin nell’intervista, proprio “la Repubblica Popolare Cinese è
sicuramente in grado di esercitare un peso enorme e un ruolo fondamentale non
solo in Asia, ma in tutto il mondo, con il fine di creare un sistema, in cui
sia ad Ovest che ad Est, possano agire paesi, inseriti in organizzazioni
regionali, cementate da un’unica idea: la
creazione di un mondo multipolare e il senso di responsabilità per il destino
dell’umanità”. “E’ così che - continua Putin, rilevando l’immutato
valore dell’accordo strategico firmato nel 2001 con la Cina - la partnership
strategica si deve riempire di contenuti concreti, perché la cooperazione tra
Russia e Cina è fattore indispensabile del rafforzamento della pace e della
sicurezza internazionale”. “La base oggettiva della nostra collaborazione
strategica - prosegue il presidente russo - è rappresentata da fondamentali
interessi nazionali comuni e, soprattutto, dal
medesimo approccio allo sviluppo delle relazioni bilaterali ed ai processi di
costruzione della pace”.
Putin approfitta anche della rilevante occasione offerta dall’intervista, per
ribadire, all’indomani del vertice in Italia, la sua netta contrarietà a
qualsiasi ipotesi di allargamento della NATO, in particolare in quelle aree
dello spazio ex sovietico, in cui la Russia condivide interessi e
preoccupazioni comuni con la Cina. “Fin dall’inizio abbiamo sostenuto che
l’allargamento della NATO non poteva essere giustificato da alcuna necessità
obiettiva. E ciò ha ancor più valore per i paesi della CSI, molti dei quali
hanno già fatto la scelta di garantire la propria sicurezza attraverso il
meccanismo del Trattato di sicurezza collettiva”. E in tal modo, ancora una
volta, Putin ribadisce la sua preferenza verso l’opzione di un comando
unificato delle repubbliche ex sovietiche, a garanzia della stabilità nella
regione centroasiatica, in aperta contraddizione con quelli che sembrano essere
gli orientamenti prevalenti delle cancellerie occidentali.
Un’altra conferma del valore essenziale attribuito al ruolo del partner cinese
era venuta quando, alla vigilia del vertice di Pratica di Mare, il ministro
della difesa russo Serghej Ivanov aveva ritenuto di recarsi in visita a
Pechino, per incontrarsi con il suo omologo cinese. In quella occasione, quasi
ignorata dalla stampa occidentale, sono stati perfezionati alcuni importanti
accordi che incrementano la già enorme collaborazione militare tra i due paesi
e che dovrebbero elevare le forniture di armamenti alla Cina, che fino ad ora
già rappresentano, secondo stime credibili, quasi il 40% del totale complessivo
delle esportazioni russe di produzioni belliche (9).
La visita di Ivanov, considerato - in quanto, in contrapposizione ad altri
potenti gruppi oligarchici, egli sembra essere il rappresentante di quei
settori dei vertici militari e dell’apparato militare-industriale, che
potrebbero subire seri danni da una condotta politica tutta sbilanciata verso
l’Occidente - tra gli esponenti della compagine governativa russa meno
favorevoli alle aperture all’Occidente, aveva anche lo scopo di rassicurare i
vertici delle forze armate di Pechino. Infatti, secondo quanto riportato da
alcune fonti (10),
alcuni alti gradi dell’ “Armata popolare di liberazione”, nelle fasi che
avevano preceduto la costituzione del “Consiglio Russia-NATO”, avevano
manifestato qualche preoccupazione, di fronte alla possibilità che
l’avvicinamento di Mosca all’Alleanza atlantica si traducesse in una drastica
riduzione della collaborazione con la Cina, e avevano lasciato intendere di non
escludere una maggiore diversificazione delle importazioni di materiale
bellico, che avrebbe sicuramente prodotto pesanti contraccolpi sul mercato
russo.
NOTE
1. Segnaliamo in
particolare i numerosi articoli di Manlio Dinucci, Tommaso Di Francesco e Giulietto
Chiesa apparsi, in particolare, su “Il Manifesto” e, per quanto riguarda
Chiesa, su “La Stampa”.
2. Manlio Dinucci,
“Approvato il gasdotto talebano”, “Il Manifesto”, 4 giugno 2002.
i. Giulietto
Chiesa, “Putin ha un amico a Washington, ma Bush ha un amico a Mosca?”, “La
Stampa”, 15 maggio 2002.
4. “Russia to limit US military presence in Central
Asia”, Xinhua News Agency, 12 giugno 2002.
5. Dmitrij
Kosyriov, “In Corea Mosca non intende giocare un ruolo di secondo piano,
lasciando la leadership agli americani”, www.rian.ru
20 maggio 2002.
6. Sulla formazione e le
finalità dell’ “Organizzazione per la cooperazione di Shanghai”, a cui
aderiscono, oltre a Russia e Cina, anche Kazachstan, Uzbekistan, Tagikistan e
Kirghisia, S.R., “Dopo l’accordo di Shanghai”, “L’Ernesto”, n.4 luglio agosto
2001. Sull’attuale ruolo dell’organizzazione, vale la pena riportare il
giudizio di un osservatore politico russo, fedele interprete di posizioni
“ufficiali”: “…dopo l’abbattimento del regime dei talebani in Afghanistan,
l’installazione in Asia Centrale di basi militari americane e di altri paesi,
dopo che la regione è venuta acquisendo un’importanza straordinaria per la
politica energetica mondiale, è apparso evidente che i piani approntati la
scorsa estate, che prevedono la costruzione di un’organizzazione a pieno
titolo, balzano al centro della politica mondiale…Dopo l’inizio della guerra in
Afghanistan, è apparso chiaramente che l’Organizzazione di Shanghai, appena
venuta alla luce, avrebbe potuto giocare un ruolo decisivo nella creazione di
forme di collaborazione in Asia Centrale, anche se al momento attuale,
apparentemente la partita sembra essere condotta da americani ed europei…Alla
base dell’organizzazione ci sono solide fondamenta: la consapevolezza da parte
delle nuove realtà dell’Asia Centrale che esse, più che in precedenza, sono
obbligate a collaborare nel suo ambito…La posizione dell’organizzazione in
merito alle questioni della difesa è stata illustrata in modo preciso, a
Pechino, dal vice ministro degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese Liu
Guchan, che ha affermato che la presenza militare americana in Asia Centrale ha
creato una situazione del tutto nuova. Ma le azioni degli USA non sembrano
svolgere un ruolo decisivo ai fini del rafforzamento della sicurezza nella
regione, poiché il problema afghano non è stato ancora risolto e le radici del
terrorismo non sono state estirpate. Perciò - ritiene Liu Guchan - tutti i
problemi della stabilità e della sicurezza dovrebbero essere così risolti dai
paesi centroasiatici stessi, è ciò richiede azioni determinate da parte
dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai…Non solo a Pechino, ma,
seppure in diversa misura, in ciascuna delle sei capitali, oggi è opinione
comune che l’operazione americana in Afghanistan non sia terminata, che le
prospettive di stabilità in questo paese, come del resto nel vicino Pakistan,
non siano del tutto chiare, e che, di conseguenza, gli americani, i tedeschi e
gli inglesi non debbano essere considerati la forza decisiva nei giochi
politici regionali. Tale forza dovrebbe essere rappresentata dai paesi medesimi
della regione, e a tal fine è più che mai necessaria la collaborazione
nell’ambito dell’Organizzazione di Shanghai”, Dmitrij Kosyriov, “I pilastri
dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai sono praticamente pronti”, www.rian.ru, 13
maggio 2002.
7. Intervista del
Presidente della Federazione Russa al giornale cinese “Quotidiano del Popolo”, www.rian.ru
5 giugno 2002.
8. “La concezione della
politica estera della Federazione Russa”, www.mid.ru
9. Dmitrij Kosyriov,
“Nell’agenda diplomatica di Mosca è prevista una settimana orientale”,
www.rian.ru
2 giugno 2002.
10. “Nezavisimaja Gazeta”, 3 giugno 2002.