di Mauro Gemma
Lo sviluppo delle relazioni russo-statunitensi, dopo l’11 settembre 2001, ha
indotto alcuni osservatori a ritenere ormai completamente risolte le
contraddizioni tra le due potenze, e a descrivere la politica estera di Mosca
come sostanzialmente in armonia con gli sforzi USA, che tendono a imporre
all’intero pianeta il “nuovo ordine mondiale” dell’era della globalizzazione.
In base a tale tesi - che ha trovato convinti sostenitori e sistemazioni
teoriche anche nella “sinistra alternativa” del nostro paese -, dopo la
tragedia delle Twin Towers, si sarebbe formato un asse “di lunga durata” (1) tra
Russia, USA (e Cina), con la Russia relegata al ruolo subalterno di “reparto di
polizia internazionale” sotto comando americano.
Ma, a ben vedere, il corso degli avvenimenti dell’ultimo anno e, soprattutto,
lo scenario apertosi nell’ultimo scorcio dell’estate, in seguito alla pretesa
americana di regolare in modo definitivo la “questione irakena”, è sembrato
smentire l’analisi sopra descritta.
E’ vero che alcune tappe nel percorso delle relazioni tra Mosca e Washington,
compiutesi nella primavera dell’anno in corso, hanno generato l’impressione di
una progressiva riduzione dei contenziosi tra i due ex rivali della “guerra
fredda”.
Ad esempio, la visita del Presidente degli Stati Uniti George Bush in Russia,
nel maggio scorso, ha rappresentato certo un momento significativo della svolta
intercorsa nei rapporti con una Russia, avviata al completamento del processo
di “riforme” capitalistiche (2): l’incontro tra Putin e Bush è stato
caratterizzato non solo (e non tanto) dall’accordo sulle testate missilistiche
strategiche, ma anche dal riconoscimento alla Russia, da parte americana, dello
status di paese “ad economia di mercato”, che apre alle oligarchie russe nuove
prospettive di inserimento nella competizione sui mercati mondiali.
E non solo.
Per quanto riguarda la crisi, ancora aperta nella regione caucasica, elemento
pericoloso di destabilizzazione per Mosca, che mette a repentaglio l’integrità
territoriale stessa della Federazione Russa, sono venute, dall’amministrazione
americana, rassicurazioni - per la verità poco rispettate, se si guarda ai
drammatici sviluppi della tensione in quell’area e all’esplosiva crisi apertasi
con la Georgia (alleato fedelissimo degli Stati Uniti), da mettersi in
relazione anche con la presenza di militari americani ai confini meridionali
della Russia caucasica - di sospendere ogni forma di sostegno, anche solamente
morale, alla causa dei secessionisti ceceni, a cominciare dagli incontri che
hanno periodicamente luogo al Dipartimento di Stato USA con i dirigenti della
guerriglia integralista islamica.
E anche su altre importanti questioni, che stanno a cuore ai dirigenti del
Cremlino, come quella relativa all’enclave di Kaliningrad (ex Prussia
orientale), regione della Federazione Russa che verrebbe a trovarsi in uno
stato di isolamento dalla madre-patria, già nel 2004, in caso di allargamento
dell’Unione Europea verso est, dagli Stati Uniti è venuto un formale sostegno
alla Russia, nel conflitto apertosi con gli organismi dell’UE.
Ma a ben considerare, anche queste intese, sicuramente segnali significativi di
un clima nuovo nelle relazioni tra le due potenze, sconosciuto nello scorso
secolo, indicano che il “riavvicinamento” russo-americano (accettato, nella
sostanza, dall’insieme del gruppo dirigente moscovita) è venuto via via
assumendo le caratteristiche della ricerca di una nuova collocazione nello
scacchiere mondiale della Russia, ormai ridotta, dopo il dissolvimento
dell’URSS e il disastro provocato dal decennio della presidenza Eltsin, al
rango di potenza regionale (pur dotata di un arsenale distruttivo, sebbene, in
larga parte, obsoleto), che deve tenere conto dello stato attuale dei rapporti
di forza mondiali, al fine di preservare al meglio gli “interessi nazionali”
del nuovo assetto politico, economico e sociale, emerso dalle macerie del
socialismo.
Ci pare sostanzialmente corretta l’analisi operata da Giulietto Chiesa nel suo
stimolante saggio “La guerra infinita”, quando afferma, per spiegare le mosse
più significative del presidente russo Vladimir Putin nei confronti degli Stati
Uniti, “alla luce cruda dell’11 settembre”: “Il primo ad avere la cognizione che la Russia è debole è proprio lui (il
presidente russo). Putin ha giocato a
carte scoperte…applicando brillantemente la lezione di De Gaulle: usare la
propria debolezza come un grimaldello per scardinare la forza altrui…Ciascuno
dei due presidenti ha ritenuto (o ha finto di ritenere) di aver conquistato
qualche vantaggio”(3).
Anche in nostri precedenti articoli per questa rivista, abbiamo cercato di
dimostrare come, tra Russia e Stati Uniti, non fosse possibile parlare di
“armonia” neppure nella fase immediatamente seguente i fatti dell’11 settembre,
quando sembrava che la Russia fosse costretta a subire, senza discutere,
l’iniziativa di Washington, sfociata nella formazione della “coalizione
antiterrorista”, nell’aggressione sferrata all’Afghanistan, in presenza di un
sostanziale consenso della comunità internazionale, e nell’assunzione del
controllo diretto di regioni strategiche dell’Asia Centrale (comprese alcune di
quelle già facenti parte dell’Unione Sovietica).
Ma, negli ultimi tempi, in particolare dopo l’acutizzarsi della crisi irakena e
il varo, da parte americana, della dottrina della “guerra preventiva”, le crepe
nella “Santa Alleanza” sono venute manifestandosi in tutta la loro profondità,
facendo emergere clamorosamente contrasti di interesse e contraddizioni tra i
protagonisti principali della scena mondiale, che appaiono difficilmente
componibili e che possono avere sviluppi imprevedibili.
Alcuni specialisti hanno rilevato la presenza in particolare di alcune
attualissime questioni, che rivestono “un
carattere storico” (4) e che rappresenterebbero i principali
focolai di tensione esistenti al momento tra Russia e Stati Uniti.
Una delle questioni che, più di altre, sta avvelenando il presunto idillio tra
i due grandi “alleati” della coalizione antiterrorista, è quella relativa alle
relazioni con il regime degli ayatollah di Teheran. Infatti, pur se il fatto
non sembra suscitare la dovuta attenzione tra gli osservatori di casa nostra,
l’Iran (la cui rivoluzione islamica del 1979 continua, nell’opinione di molti,
a rappresentare il più importante fattore di sconvolgimento degli equilibri
politici della regione negli ultimi decenni, e una delle più gravi sconfitte
mai subite dagli Stati Uniti che, non a caso, proprio da quel momento si sono
impegnati in una tenace operazione di recupero delle posizioni perdute nel
controllo “territoriale” dei flussi energetici) appare oggi uno dei principali
interlocutori strategici di Mosca, che non ha esitato a consolidare e a
sviluppare la sua tradizionale politica di buon vicinato e di cooperazione, in
ambito politico, economico ed anche militare, ricevendone spesso in cambio un
prezioso sostegno su importanti questioni, a cominciare da quella,
delicatissima, relativa alla Cecenia, su cui Teheran pare avere sposato in
pieno la posizione del Cremlino.
E’ naturale inoltre che entrambi i paesi condividano la preoccupazione per i
pericoli derivanti alla stabilità della regione, dalla invadente presenza
militare americana in Afghanistan, di cui, in più di un’occasione, hanno
auspicato “un futuro di stato indipendente e neutrale, che viva in pace con i
propri vicini” (5).
Gli ultimi mesi hanno visto un’intensificazione dei già stretti legami tra
Mosca e Teheran, in particolare sul piano della collaborazione militare. Ci
riferiamo in particolare alla stipula del gigantesco contratto, relativo alla
fornitura da parte di Mosca dell’assistenza necessaria alla costruzione di una
centrale nucleare, che, secondo alcuni, garantirebbe ai partner iraniani la
possibilità di disporre a breve di ordigni atomici. Mosca si impegnerebbe, nel
corso dei prossimi 10 anni, a costruire sei reattori nucleari, per una somma
complessiva di oltre 10 miliardi di dollari. Il progetto, promosso dalla
potente lobby dell’energia russa, è stato difeso, con inusuale vis polemica nei
confronti degli USA, da Evghenij Primakov, senz’altro il più autorevole
rappresentante delle tesi “eurasiste” all’interno dei circoli dirigenti di
Mosca, oggi a capo della potente “Camera del commercio e dell’industria” della
Federazione Russa.
E a nulla sono valse le proteste vibrate di parte americana che, dopo avere
ricordato minacciosamente (lo ha fatto il Dipartimento di Stato e lo stesso
ministro per l’energia degli USA Spencer Abraham) che aiutare militarmente
l’Iran equivale ad armare un “paese canaglia”, ha chiesto, con l’abituale
brutale franchezza che contraddistingue la diplomazia di Washington, che Mosca
sospenda immediatamente la costruzione della centrale. Ricevendone in risposta
il più eloquente dei silenzi.
A turbare le relazioni tra Mosca e Washington c’è il tuttora irrisolto
contenzioso apertosi in merito all’atteggiamento che la Georgia, governata
dall’ex ministro degli esteri sovietico dell’era gorbacioviana, Eduard
Shevarnadze e fedelissima alleata degli Stati Uniti, ha assunto sulla
“questione cecena”, offrendo un concreto supporto logistico (aiutata in questo
dalla Turchia) all’azione dei ribelli islamici, che ai confini meridionali
della Federazione Russa, hanno da tempo i loro “santuari”.
E’ proprio attorno alla crisi nei rapporti con la Georgia, degenerata spesso in
scontro aperto, anche militare, che si è manifestato il momento di più alta
tensione tra Mosca e Washington, allorquando Putin ha lanciato alla comunità
internazionale quella che è apparsa come la più dura (e cinica, nel prendere
brutalmente atto degli orizzonti inquietanti che si profilano nella
“competizione globale”) risposta, fino ad ora registrata tra i “grandi” del
pianeta, alla teoria della “guerra preventiva” in nome degli interessi
americani, propugnata recentemente dall’amministrazione Bush (6):
la minaccia di intervenire militarmente a difesa dei propri interessi in
Georgia, nel caso gli americani concretizzino le loro minacce di guerra
all’Iraq.
In precedenza la Russia, in coerenza formale con l’atteggiamento sempre
sostenuto nei confronti del ruolo delle Nazioni Unite, si era sempre limitata
ad appellarsi all’articolo 51 dello Statuto dell’ONU “sul diritto alla difesa
individuale e collettiva dall’aggressione” e aveva accusato ripetutamente la
Georgia di avere violato la risoluzione 1373 dell’Assemblea generale dell’ONU,
secondo cui tutti i paesi sono obbligati non solo a combattere contro il
terrorismo, ma anche a non concedere il proprio territorio a organizzazioni
terroristiche per azioni dirette contro altri stati. Tale posizione era stata
ribadita con forza dai dirigenti di Mosca, nel corso della visita a Washington
dei ministri degli esteri e della difesa, Igor e Sergey Ivanov, svoltasi
nell’ultima decade di settembre, senza che da parte dagli Stati Uniti siano
venuti seri passi concreti, tali da esercitare una pressione efficace nei confronti
del proprio alleato georgiano (7).
La pressione esercitata dalla inaspettata presa di posizione russa ha ottenuto
il parziale risultato di ottenere l’ammorbidimento dell’intransigenza di
Shevarnadze che, dopo un suo colloquio con Putin, nel corso del vertice della
CSI svoltosi nella capitale moldava Kishinev, ha concesso all’esercito russo il
diritto di sconfinare nel corso delle azioni di pattugliamento di frontiera e
ha dato assicurazioni di venire incontro alla richiesta di estradizione di un
gruppo di terroristi ceceni fermati sul territorio georgiano.
Tale decisione, descritta da qualche giornalista italiano alla stregua di un
definitivo appianamento dei contrasti e delle tensioni tra i due paesi (8) viene
considerata dai russi tutt’altro che definitiva e irreversibile.
Shevarnadze viene reputato dalla maggioranza dei commentatori politici di Mosca
(9),
e in particolare da quelli vicini al presidente Putin, alla stregua di un
inaffidabile satrapo orientale, a cui il Cremlino avrebbe offerto un’ultima
chance, prima di passare alle vie di fatto militari. A Shevarnadze inoltre,
quand’anche le sue dichiarazioni d’intenti non nascondano in realtà un “doppio
gioco”, viene attribuita, in questo momento, una scarsa capacità di controllare
l’esplosiva situazione interna al proprio paese.
A confermare la precarietà dell’accordo basti affermare che già si sono
manifestati ostacoli da parte georgiana, con il sostegno degli ambienti occidentali
che si ergono a difensori dei diritti umani, in merito alla questione delle
estradizioni, in nome del rispetto delle norme di diritto internazionale (10),
e, nel medesimo tempo, Tbilisi ha compiuto altri passi concreti nel
rafforzamento dei già strettissimi legami con l’alleato americano, che
dovrebbero sfociare nell’ingresso, a pieno titolo, nell’Alleanza Atlantica.
Tale richiesta è stata ufficialmente avanzata da Shevarnadze proprio
all’indomani dei colloqui di Kishinev (11). Avvenimento che
dovrebbe essere sufficiente a dimostrare quanto gli Stati Uniti non abbiano
alcuna intenzione di “scaricare” l’imbarazzante alleato, lasciando così
definitivamente campo libero all’iniziativa del Cremlino.
C’è poi, di scottante attualità, la “questione irakena”, i cui dettagli si
possono seguire attraverso una lettura attenta dei numerosissimi commenti che
anche la stampa del nostro paese ha proposto, dove il contrasto tra la
posizione russa e quella americana emerge in tutta la sua evidenza.
Non riteniamo di dilungarci sull’argomento, con un lungo elenco delle polemiche
intrecciate tra Mosca (che non solo rischia, di fronte a un probabile
“protettorato” americano su Bagdad, di essere emarginata - secondo molti
osservatori, anche nel caso di un suo via libera all’aggressione americana - da
un mercato essenziale alla sua economia, ma deve fare fronte anche ad
un’opinione pubblica, più che in ogni altra parte del mondo, schierata contro
qualsiasi soluzione militare e, in alcuni settori non marginali, addirittura
schierata con Saddam Hussein (12)) e Washington, a cominciare dalle
accuse a più riprese avanzate dagli Stati Uniti alla Russia di offrire al
regime irakeno un sostegno essenziale anche sul piano dell’assistenza militare.
Non possiamo escludere che, all’ultimo momento, sotto la pressione della
poderosa “macchina da guerra” USA, le diplomazie dei “grandi” riescano (o siano
costrette) a trovare una sorta di compromesso con la posizione dei “falchi”
americani e inglesi.
Ma una cosa è certa.
Al momento in cui consegniamo questo lavoro alle stampe, una posizione comune
del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che avalli le ultime pretese USA, non è
stata ancora concordata, e la Russia, a dispetto di coloro che da mesi la
considerano sul punto di arrendersi alle pressioni di Bush, continua ad
affermare l’inutilità di nuove risoluzioni e a svolgere un ruolo fondamentale
nella definizione dell’attuale atteggiamento “duttile” manifestato dai dirigenti
irakeni, con i quali continua a mantenere intense relazioni.
Tale posizione è stata ribadita con fermezza e senza concessioni di sostanza,
dopo il suo incontro con Blair, dallo stesso Putin che, nel comunicare la sua
non irrilevante assenza dal vertice NATO di Praga, ha voluto precisare che, non
dando alcun credito alle “prove” che gli aveva fornito il premier britannico,
non esiste “alcun dato oggettivo” che testimoni la presenza di armi atomiche in
Irak (13),
che “la Russia ha interessi economici in Irak, non da ieri e neppure da dieci
anni, ma da decenni” e che “li difenderà” (14) e che, dal
momento che “Bagdad ha acconsentito ad accogliere una commissione dell’ONU…noi
riteniamo che non esistano le condizioni giuridico-formali per assumere
qualsiasi nuova risoluzione dell’ONU” (15).
Vedremo quale sarà la prossima mossa dell’amministrazione americana.
12 ottobre 2002
N O T E
(1)
L’amicizia di lungo periodo
tra USA, Russia e Cina rappresenterebbe il “nuovo assetto unipolare” del
pianeta. La guerra assumerebbe “il ruolo di costituente di un nuovo ordine
mondiale…attorno a un asse costituito dagli Stati Uniti d’America, dalla Russia
e dalla Cina”. Tali impegnative affermazioni, che lo sviluppo più recente degli
avvenimenti sta mettendo crudamente in discussione, sono contenute nel
Documento congressuale di maggioranza (TESI 12), approvato all’ultimo congresso
del PRC.
(2) L’ultimo anno è stato caratterizzato da un
ulteriore rafforzamento delle posizioni delle
oligarchie russe, uscite vincitrici dalla controrivoluzione del
1991-1993, e da un’accentuazione dei processi di privatizzazione dell’economia,
favoriti anche dal definitivo allontanamento del Partito Comunista della
Federazione Russa da tutte le sedi decisionali del potere politico russo.
L’estromissione del PCFR dalla presidenza di molte commissioni della Duma ha
sancito la definitiva rottura del “compromesso istituzionale” con
l’amministrazione presidenziale, il passaggio del partito a un’opposizione
definita “irriducibile” e l’accelerazione di decisivi provvedimenti che
rafforzano le nuove classi dominanti russe. Sono passate in tal modo leggi come
quelle che prevedono la compravendita della terra, la privatizzazione di molti
servizi, l’attacco alle retribuzioni e alle pensioni delle classi sociali meno
privilegiate e la riduzione drastica delle libertà sindacali e dei diritti sui
luoghi di lavoro. A testimoniare la stretta in corso nella società russa e la
natura del contrasto che oppone i comunisti al potere, c’è anche la decisione
di impedire i quattro quesiti referendari proposti dal PCFR (che continua a
crescere nelle elezioni parziali, a volte clamorosamente) sulle principali
questioni sociali, che conterebbero, secondo tutti i sondaggi, su un consenso
popolare, variante tra il 73% e il 96% per quello relativo ad un radicale
programma di nazionalizzazioni (I dati dei
sondaggi sono riportati dall’autorevole giornale liberale “Nezavisimaja Gazeta”
del 3 ottobre 2002).
(3) Giulietto Chiesa. “La
guerra infinita”. Milano, maggio 2002.
(4) E’ l’opinione del Prof. Aleksej Makarkin, responsabile del
dipartimento di analisi del Centro di
tecnologie politiche di Mosca, che afferma a sostegno della sua
tesi: “Nei rapporti tra Russia e USA sono presenti questioni di fondo, che
rivestono un carattere storico. Le loro radici affondano negli anni ’90 ( e
ancor prima, ai tempi del mondo “bipolare”)”. Aleksej
Makarkin. “Russia-USA: un secondo livello di problemi”. www.politcom.ru, 9
agosto 2002.
(5) Dichiarazione di Igor
Ivanov al termine dei colloqui con il ministro degli esteri iraniano.
www.strana.ru, 5 aprile 2002.
(6)Il testo del messaggio di Putin del 12
settembre 2000 è reperibile, in diverse lingue, nel sito del Ministero degli
Affari Esteri della Federazione Russa.
www.mid.ru.
(7) Dmitrij Gornostaiov. “I fratelli Karamazov in visita a Bush
figlio”. www.strana.ru, 21 settembre 2002.
(8)
A accreditare una simile
tesi è Ivan Bonfanti su Liberazione del
9 ottobre 2002. Nel dare per
scontato ciò che scontato non è - vale a dire un’ulteriore evidente prova dell’
“idillio” in corso tra Russia e USA - il giornalista dimentica (ci auguriamo
non volutamente) di segnalare (ci sembra particolare non trascurabile, in questa
occasione) la contemporanea sigla dell’accordo di collaborazione militare tra
Tbilisi e Washington (fonte: Agenzia di
informazione “RIA Novosti”, ripresa da www.strana.ru, 3 ottobre 2002),
che rafforza la già imponente presenza di personale militare e armamento
sofisticato USA (in funzione antirussa e a sostegno oggettivo di processi
disgregativi della Federazione Russa!) e che contribuisce a spianare la strada
all’ingresso ufficiale della Georgia nella NATO, dopo il vertice di Praga del
prossimo novembre.
(9) L’opinione dei commentatori “ufficiali” russi
sull’accordo è illustrata nell’articolo “Putin
ha concesso un’ultima chance a Shevarnadze”, apparso il 7 ottobre 2002 nel sito www.strana.ru. Per conoscere l’opinione di
alcuni tra i più autorevoli studiosi russi di politica estera: “Shevarnadze non è un mostro, ma certo non è possibile
raggiungere un accordo con lui”. www.strana.ru, 4 ottobre 2002. Vi
si possono leggere contributi di Vjaceslav
Nikonov, Vladimir Zharikin, Mark Urnov e Boris Shmeliov, tutti
concordi nel prevedere un futuro difficile per le relazioni russo-georgiane. In
particolare Boris Shmeliov,
direttore del Centro di ricerche politiche
comparate dell’Accademia delle scienze di Russia, si dice convinto
che i colloqui di Kishinev “non avranno
conseguenze nella pratica e tutto rimarrà sul terreno delle dichiarazioni e
delle buone intenzioni”.
(10) “Di fronte alla richiesta di estradizione in Russia di 8
ceceni la Georgia esaminerà scrupolosamente tutti i dettagli”. Dichiarazione
del ministro per la sicurezza nazionale della Georgia Valerij Khaburdzanja.
www.rian.ru, 10 ottobre 2002.
(11) “Shevarnadze assicura che chiederà l’ammissione nella
NATO”. www.rian.ru, 11 ottobre 2002.
(12) Da un sondaggio effettuato dall’ Istituto FOM ( “Fondo
per l’opinione pubblica”) emerge che ben il 26% dei russi “si
schiererebbe” dalla parte dell’Iraq, in caso di attacco americano. www.gazeta.ru, 21 settembre 2002.
(13) “Non esistono dati oggettivi sulla presenza in Iraq di
armamento nucleare”. www.strana.ru, 11 ottobre 2002.
(14) “La Russia difenderà i propri interessi in Iraq”.
www.strana.ru, 11 ottobre 2002.
(15) “Per la Russia non ci sono le condizioni formali per
varare una nuova risoluzione dell’ONU sull’Iraq”. www.strana.ru, 11 ottobre
2002.