www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 15-02-03

I paesi della CSI di fronte alla guerra in Iraq

di Jurij Aleksejev

www.strana.ru - 10 febbraio 2003

Proponiamo la traduzione di un commento del sito ufficiale russo “strana.ru” sulle posizioni assunte dai diversi paesi della CSI in merito alla crisi irachena, e sull’attivismo dell’iniziativa USA nello spazio postsovietico.

Non si può non essere d’accordo con l’affermazione di G.Bush, secondo cui, nella situazione attuale, sviluppatasi attorno all’iniziativa internazionale per il disarmo dell’Iraq, “è giunto il momento della verità”. Certo, con questa affermazione, egli intende alludere al sostegno incondizionato da parte della comunità internazionale ai piani americani per il rovesciamento di Saddam Hussein. E, in tale contesto, da Washington viene anche richiesto l’appoggio, sebbene più a livello politico che militare, dei paesi della CSI.
Fonti diplomatiche vicine a “strana.ru” fanno notare che i rappresentanti americani accreditati negli stati dell’Asia Centrale sono estremamente interessati a come questi paesi intendono rapportarsi nei confronti dell’avvio di un’operazione militare contro l’Iraq, di un cambiamento violento degli assetti di potere in quel paese e delle prospettive dell’ulteriore sviluppo della situazione in Iraq. E, soprattutto, questo appare una sorta di sondaggio per verificare le possibilità di un ulteriore rafforzamento dell’influenza americana nello spazio centroasiatico, in particolare, e in quello postsovietico, più in generale. Gli stati dell’Asia Centrale sono relativamente lontani dal teatro previsto delle azioni belliche, così che il loro aiuto militare non appare necessario. Ma la loro disponibilità alla concessione di un sostegno politico è fondamentale per gli Stati Uniti.

Su che cosa possono contare gli americani in questa regione? “Le brutali condanne, le nette dissociazioni, come pure le dichiarazioni altisonanti di sostegno non appartengono alle tradizioni della diplomazia orientale”, ha rilevato, rispondendo ad una domanda del corrispondente di “strana.ru”, il vicedirettore dell’Istituto dei paesi della CSI Vladimir Zharikhin. Egli ha sottolineato che, innanzitutto, gli americani non possono fare alcun conto sull’appoggio da parte del Tagikistan e della Kirghisia. Per quanto concerne la Turkmenia, l’Uzbekistan, fino ad arrivare al Kazakhstan, essi “sono distanti da questo problema quanto lo possono essere molti paesi dell’America Latina”, afferma lo studioso. Egli rileva che, al massimo, tutti questi paesi, al momento, possono essere turbati per le conseguenze che i problemi della regione avrebbero sul piano nazionale.

Nella regione caucasica, aperti sostenitori degli USA sono l’Azerbaigian e la Georgia. Ma a Baku devono riflettere bene sulle conseguenze che potrebbe avere la conquista da parte degli americani dei giacimenti petroliferi iracheni. Bisogna proprio amare tanto l’America, per rinunciare ai profitti che l’Azerbaigian ottiene oggi dal commercio del proprio petrolio!

Per quanto riguarda la Georgia, le sue posizioni sono note. Il presidente della Georgia Eduard Shevarnadze sostiene la posizione degli USA in merito alla questione dell’avvio di operazioni belliche contro l’Iraq. Egli “non ha mai dubitato per un solo istante della giustezza storica della posizione USA e l’appoggia apertamente”. Parlando della necessità di castigare il regime di Saddam Hussein, Eduard Shevarnadze propone di assumere misure in grado “di unire tutto il mondo allo scopo di sradicare dal pianeta la minaccia della diffusione degli armamenti di distruzione di massa, del terrorismo, del separatismo e del nazionalismo aggressivi”. Ora è ormai chiaro che, non solo sulle questioni di politica interna, ma anche su quelle di politica estera, Eduard Shevarnadze intende appoggiarsi esclusivamente agli Stati Uniti. Non è altrettanto chiaro perché il presidente della Georgia si dimentichi la minaccia “del terrorismo e del separatismo aggressivo”, che muove dal territorio della Georgia.

Vladimir Zharikhin è profondamente convinto che, per uno dei principali partner slavi della Russia, l’Ucraina, “esattamente come per il lontano Brasile”, il problema iracheno, come pure le posizioni assunte in merito dalla Russia, dagli USA e dai paesi europei interessa abbastanza poco. Il paese è interamente coinvolto nella ricerca della risoluzione dei problemi interni e sarebbe lieto di sbarazzarsi dell’etichetta appiccicatagli di fornitore militare dell’Iraq.

Un altro discorso va fatto per la Bielorussia. Questo paese viene inserito da Washington nella lista degli “stati canaglia”. I giornalisti americani definiscono la Bielorussia il partner privilegiato di Saddam Hussein, per quanto riguarda l’installazione e la modernizzazione della difesa antiaerea dell’Iraq. La Bielorussia fornisce all’Iraq pneumatici, laminati di metallo, automezzi da trasporto, tecnologie per la costruzione di strade, trattori. In Iraq lavorano medici bielorussi. E non ci si aspetta cambiamenti nella linea finora adottata.

In conclusione, non c’è nulla che possa attestare che Mosca intenda far pressione sui membri della Comunità degli Stati Indipendenti, perché la sua posizione venga assunta da tutti. Ciò è testimoniato anche dai documenti dell’ultimo vertice della CSI svoltosi a Kiev, dai quali non emerge alcun tentativo di creare un blocco di sostegno alla posizione russa. Tutti i paesi della CSI agiscono oggi in modo sostanzialmente autonomo. E ciò differenzia in modo significativo l’atteggiamento di Mosca da quello di Washington.

Traduzione dal russo
di Mauro Gemma