da La Contraddizione n.93 –XII—2002
Controllo dell'Eurasia, armi e
petrolio
Irak: una guerra e i suoi perché
di Vladimiro Giacchè
Che ci sarà la guerra
appare meno inconcepibile che a ogni altro proprio a coloro cui lo slogan
"C'è la guerra"
ha permesso e coperto ogni vergogna"
[K. Kraus, Gli ultimi giorni dell'umanità]
Il più grande favore che gli Stati Uniti abbiano mai fatto al Giappone
militarista
fu quello di distruggerlo militarmente. La nostra vittoria ha aperto la strada
alla prosperità, alla democrazia, ed a una pace feconda.
Il popolo iracheno sarebbe lieto se gli facessimo lo stesso favore.
[Jonah Goldberg, War: What Is It Good For?]
Lo spodestamento, diretto dagli
Stati Uniti, del presidente iracheno Saddam Hussein
potrebbe aprire un filone d'oro per le compagnie petrolifere americane
a lungo bandite dall'Irak, facendo naufragare accordi petroliferi
conclusi con Bagdad da Russia, Francia e altri paesi,
e provocando un rimescolamento dei mercati petroliferi mondiali.
[Washington Post, In Iraqi war scenario, oil is key issue]
Se agli americani riuscirà a Bagdad quello che già hanno fatto a Kabul,
sostituire
un regime ostile con uno amico, faranno del Medio oriente e dell'Asia centrale
un'area geostrategica unica, una vasta zona sotto la loro influenza diretta.
[Alberto Negri, Il greggio iracheno sulla scacchiera americana, il Sole 24 Ore]
Wall Street dice sì alla guerra
I mercati finanziari, ultimamente, sono piuttosto nervosi. Del resto, i motivi
non mancano: scoppio della gigantesca bolla speculativa dei titoli tecnologici,
profitti calanti, scandali montanti. E poi c'è la guerra. A quest'ultimo
proposito, però, è bene non equivocare: i grandi investitori che muovono
miliardi di dollari (quando si parla astrattamente di "mercati finanziari",
si parla di loro) non sono diventati pacifisti. Per loro (a differenza che per
gli iracheni) la guerra non è un problema in sé, ma in quanto viene annunciata
e non viene fatta. Il Financial Times del 21 settembre ha messo nero su bianco
questa verità, senza falsi pudori: "alcuni analisti sono preoccupati: una
prolungata inazione potrebbe danneggiare i mercati più di un intervento
militare". Morale della favola: "sbrigatevi a fare questa
guerra". Ma siccome può sembrare di cattivo gusto evocare ammazzamenti
soltanto per guadagnare qualche punto percentuale sui propri titoli di borsa,
si usano complicate circonvoluzioni come la seguente: "È un inquietante
paradosso, legato allo stato febbrile che questo autunno caratterizza i mercati
finanziari, il fatto che la guerra, che per mesi ha gettato la sua ombra sulle
prospettive di ripresa dell'economia, ora può costituire l'unico modo per far
sì che la ripresa ci sia davvero" [ancora il FT, 3 ottobre]. Nella stessa
direzione vanno i recenti rapporti di due banche d'investimento come la Goldman
Sachs e la Salomon Smith Barney: a loro avviso, in 6-12 mesi le Borse possono
produrre "solidi ritorni", soprattutto in caso di "guerra
pulita" (eufemismo per "rapida"), meglio ancora se dietro il
paravento dell'Onu.
Qualcuno poi, come David Kotok (della società di investimenti Cumberland
Advisors), parla chiaro senza troppi giri di frase: "Se guardiamo ai
normali modelli di valutazione, non potremo mai capire questi mercati
finanziari semplicemente perché non siamo di fronte a un normale ciclo
economico, ma dinanzi a una guerra. Il mio termine di paragone è rappresentato
dai quattro anni successivi all'attacco a Pearl Harbor: è vero, le azioni
scesero del 12% fra il 1941 e il 1942. Ma poi, mentre la vittoria si faceva più
vicina, venne il rialzo e la Standard & Poor's raddoppiò di valore tra il
1943 e il 1946". Quanto sopra, secondo una recente ricerca della London
Business School, vale per tutte le guerre che hanno visto impegnati gli Stati
Uniti dal 1914 ad oggi. Per citare solo gli esempi più prossimi, il giorno
dell'attacco Usa all'Irak del 1991 il mercato salì del 4%, e in un mese la
borsa americana guadagnò il 15%. Dall'inizio della guerra in Afghanistan (7
ottobre 2001) all'accordo di Bonn per la formazione del governo filoamericano
di Karzai (6 dicembre 2001) la borsa Usa ha guadagnato più del 10%, e questo
nonostante il fallimento Enron, accaduto in novembre.
Questa inquietante concomitanza tre guerre e crescita di Wall Street non è il
prodotto della follia degli operatori di borsa. Al contrario: le borse non
fanno che registrare il fatto che la guerra significa maggiore utilizzo degli
impianti, aumento dell'occupazione e della produzione, dei profitti e del
prodotto interno lordo. Attenzione, però. Questo è vero soltanto a due
condizioni: primo, che la guerra sia combattuta "fuori casa" (detto
brutalmente, che sia una guerra di aggressione e che sia vittoriosa); secondo,
che il settore legato agli armamenti sia molto rilevante nell'economia del paese
che conduce la guerra.
Guarda caso, questa è precisamente la situazione in cui si trovano gli Stati
Uniti d'America.
L'industria delle armi.
Le spese militari sostenute dagli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale in
poi hanno creato un "complesso militare-industriale" che non ha
confronti al mondo. Basti pensare che dalla spesa militare dipendono 85.000
imprese americane, che impiegano milioni di lavoratori. Nell'anno fiscale 2000,
le prime 100 tra esse godevano di contratti militari per 82,5 mrd $, di cui
50,6 andavano a queste 10 società: Lockheed Martin, Boeing, Raytheon, General
Dynamics, Northrop Grumman, Litton Industries, United Technologies, Trw,
General Electrics, Science Applications International.
Dal marzo del 2000 ad oggi, mentre le altre azioni scendevano, la
capitalizzazione di borsa delle maggiori imprese della difesa è più che
triplicata. E ora, nel momento in cui George Bush jr. autorizza "il
maggiore incremento delle spese militari in più di due decenni, invertendo
radicalmente la diminuzione del post guerra fredda" [396 mrd $], il Wall
Street Journal può dar sfogo al suo entusiasmo: "mentre il rallentamento
dell'economia mondiale, più lungo del previsto, devasta molti settori
industriali, quello della difesa rappresenta una luminosa eccezione per
fornitori, investitori e per chi è in cerca di lavoro" [18.10. 2002]. In
effetti, quando leggiamo che il costo della guerra all'Irak è stimato dal
governo Usa in 100-200 mrd $, dobbiamo tenere presente che quello che per il
governo Usa è un costo, per le industrie Usa degli armamenti è un profitto.
Insomma: se i titoli della Lockheed e della Northrop Grumman hanno perso circa
il 4% il giorno in cui Saddam Hussein ha scritto la sua lettera di apertura
agli ispettori Onu, non si trattava di una fortuita coincidenza.
Va aggiunto che il perimetro delle aziende alimentate dalla spesa bellica Usa è
molto più ampio di quello delle industrie che producono armi in senso stretto.
Bisogna pensare, infatti, al settore aerospaziale in generale, all'industria
dell'elettronica (hardware e software) e all'industria dei nuovi materiali. In
definitiva: il settore bellico consente di effettuare a spese dello Stato
enormi impieghi di denaro in beni di investimento, in ricerca e sviluppo, nelle
tecnologie di punta. È facile trovare esempi di questo: "la seconda guerra
mondiale e la guerra di Corea furono una manna dal cielo" per l'industria
elettronica, in quanto "il Dipartimento della Difesa fu generoso di
finanziamenti alle imprese locali per lo sviluppo dei circuiti integrati";
e "ancora nel 1987 il principale datore di lavoro della Silicon Valley era
il colosso aerospaziale Lockheed" [Rampini, la Repubblica, 29.10.2001].
Ma veniamo ai nostri anni. Nel 2000 il 40% degli acquisti del Pentagono era
rappresentato da componenti elettroniche e di comunicazione. E si calcola che
almeno il 15% degli enormi investimenti destinati da Bush alle armi finirà al
settore hi-tech, per un totale di 56 miliardi di dollari. La situazione è stata
così sintetizzata, il 22 marzo scorso, sul Sole 24 Ore: la nuova corsa agli
armamenti di Bush "è davvero un'iniezione di capitali statali per imprese
hi-tech, industrie belliche e centri di ricerca pura e applicata, privati o
pubblici. Si tratta di una manovra in grado di mettere, nel medio periodo, le ali
a tutto il comparto tecnologico Usa distaccando i paesi europei. Storicamente,
infatti, le spese nella difesa si sono tradotte in ricerche innovative prima e,
successivamente, in applicazioni e prodotti di nuova generazione per i mercati
civili sia per il consumo che aziendali. È accaduto con la seconda guerra
mondiale o con la corsa verso lo spazio e ora lo scenario si ripropone".
In questo contesto, le guerre sono un'opportunità e una necessità.
Un'opportunità in quanto da un lato offrono un terreno ideale per lo sviluppo
di nuove e più sofisticate armi [in un articolo sull'argomento pubblicato
sull'Economist il 10 novembre 2001, il sottotitolo recitava, testualmente:
"il conflitto in Afghanistan è un campo di sperimentazione
(testing-ground) per la tecnologia degli aerei privi di pilota"], e
dall'altro rappresentano la migliore vetrina per esporre le armi da vendere al
resto del mondo. A questo proposito è bene ricordare che la vendita di armi ha
fruttato agli Usa, nel solo 2000, 55 mrd $ (per inciso, l'80% delle armi
vendute ai paesi arabi è prodotto negli Stati Uniti). Ma la guerra è anche una
necessità, in quanto le armi debbono essere usate al fine di poterne produrre
di nuove da vendere agli eserciti che le usano: anche nel settore militare,
infatti, le crisi da sovrapproduzione sono sempre in agguato.
Insomma, non si va molto lontano dal vero se si applicano al "complesso
militare-industriale" americano, di cui l'attuale governo Usa è fedele
esecutore, le parole che Karl Kraus adoperò all'epoca della prima guerra
mondiale: "Il mezzo è diventato fine a tal punto che lo scontro non è
altro che un mezzo per arrivare a nuove armi. Una guerra a maggior gloria
dell'industria degli armamenti. Non solo vogliamo più esportazioni e perciò più
cannoni, vogliamo anche più cannoni per se stessi; e per questo poi debbono
sparare".
La posta in gioco.
Insomma: la guerra fa bene all'economia (americana). Nel caso dell'Irak, poi,
la posta in gioco è di enorme importanza. E, ovviamente, non ha niente a che
fare con "la democratizzazione dell'Irak" o con le altre favole per
allocchi così generosamente elargite alle opinioni pubbliche occidentali. La
posta in gioco della nuova guerra contro l'Irak è il rafforzamento del
controllo Usa sulle fonti di energia e su un territorio di grande importanza
strategica. Da questo punto di vista (non certo da quello della cosiddetta
"guerra contro il terrorismo"!) la guerra all'Irak si trova in
perfetta continuità con la guerra in Afghanistan. Per capire quali siano le origini
dell'interesse Usa nei confronti dell'Irak è sufficiente sfogliare lo studio
Sfide energetiche strategiche nel 21deg. secolo, pubblicato nell'aprile 2001 da
una task force guidata da James Baker (l'ex segretario di stato Usa ai tempi di
Bush padre).
Vi si legge, tra l'altro, quanto segue: "L'Irak continua ad esercitare
un'influenza destabilizzante sul flusso del petrolio dal Medio oriente ai
mercati internazionali. Saddam Hussein ha mostrato anche l'intenzione di
minacciare l'uso dell'arma del petrolio, usando il proprio programma di
esportazione per turbare i mercati petroliferi. Così facendo, potrebbe
metterebbe in luce la propria forza e rafforzare la propria immagine di leader
di tutto il mondo arabo, oltre a esercitare pressioni su altri stati per
eliminare le sanzioni economiche contro il suo regime. Gli Stati Uniti devono
quindi rivedere immediatamente la loro politica nei confronti dell'Irak,
prevedendo controlli militari, sull'energia, e pressioni economiche e
politico-diplomatiche". Il rapporto continuava ammettendo che però
"gli Stati Uniti restano prigionieri del loro dilemma energetico", e
che questo comporta la "necessità di un intervento militare".
Ecco, quindi, la posta in gioco: far rientrare l'Irak, che con i suoi 112
miliardi di barili di riserve è secondo soltanto all'Arabia Saudita, come
protagonista del mercato petrolifero mondiale. Il consigliere economico di Bush
jr., Lawrence Lindsay, lo ha detto con chiarezza: "se ci sarà un cambio di
regime in Irak, si potranno rendere disponibili dai 3 ai 5 milioni di barili di
petrolio al giorno in più". Si potrebbe obiettare che a questo fine
sarebbe sufficiente eliminare le sanzioni nei confronti dell'Irak: in fondo,
questo è il principale ostacolo al rientro dell'Irak nel mercato petrolifero
con un ruolo da protagonista. Ma sarebbe un'obiezione ingenua. Perché quello
che interessa agli Usa non è semplicemente rendere disponibile al mondo il
petrolio iracheno, ma farlo estrarre dalle proprie multinazionali e farlo
passare per i propri oleodotti. Cosa oggi impossibile. E non solo perché in
Irak esiste una compagnia petrolifera di Stato (non a caso il Wall Street
Journal recentemente ha indicato la sua privatizzazione come compito essenziale
del dopo Saddam). Ma anche perché l'Irak di Saddam Hussein in questi anni ha
firmato numerosi contratti con compagnie petrolifere di altri paesi per
l'esplorazione di pozzi e l'estrazione di greggio. E tra questi paesi non ci
sono gli Usa.
Ci sono invece: la Francia (la Total-Elf-Fina ha contratti relativi
all'esplorazione di campi petroliferi che dovrebbero contenere dai 14 ai 27
miliardi di barili), la Russia (Lukoil, Zarubezneft Mashinoimport: contratti
relativi a 7,5-15 miliardi di barili), la Cina (China National Petroleum Corp.:
circa 2 miliardi di barili) e l'Italia (Agip: circa 2 miliardi di barili)
[fonte: WSJ 19.9]. Questi contratti sono firmati da tempo, e non possono
divenire operativi soltanto per via delle sanzioni. Ma non è finita: nel mese
di settembre, infatti, l'Irak ha firmato altri contratti, questa volta per la
vendita del greggio iracheno (che prima passava attraverso mediatori per lo più
legati alla famiglia Hussein) con 3 compagnie europee: la spagnola Repsol (12,2
milioni di barili al giorno), la francese Total-Fina-Elf (5 milioni), e l'Agip
(1,2 milioni).
La risposta americana a tutto questo è: la guerra, il rovesciamento di Saddam
Hussein, e l'annullamento dei contratti firmati dal suo regime. Lo ha detto
senza mezzi termini James Woolsey (l'ex capo della Cia ai tempi di Bush padre),
intervistato come "esperto" [?] dal Washington Post il 15 settembre
scorso: Russia e Francia, che hanno compagnie petrolifere e interessi in Irak,
devono capire che "se saranno di aiuto nel dare all'Irak un governo
decente, noi faremo del nostro meglio per far sì che il nuovo governo e le
compagnie americane lavorino con loro"; se viceversa "non separeranno
le loro sorti da quelle di Saddam, sarà difficile, per non dire impossibile,
persuadere il nuovo governo iracheno a lavorare con loro". Il concetto è chiaro:
Totò Riina non saprebbe esprimersi meglio ...
"Parlare a nuora ..."
Il 6 agosto scorso il Washington Post ha fatto scoppiare un caso diplomatico,
riferendo che nel mese di luglio ai piani alti del Pentagono si era tenuta una
riunione nella quale un esperto della Rand corporation, tal Laurent Murawiec,
aveva identificato nell'Arabia Saudita il vero nemico per gli Usa, affermando
tra l'altro che "l'Irak è l'obiettivo tattico, l'Arabia Saudita
l'obiettivo strategico". In realtà, che il vero obiettivo strategico
dell'attacco all'Irak sia quello di ridimensionare il potere dell'Arabia
Saudita non è un mistero per nessuno. Infatti, nelle intenzioni americane il
rovesciamento di Saddam produrrebbe almeno 3 risultati: costituirebbe un monito
contro i paesi realmente (Iran) o potenzialmente (Arabia Saudita) poco
obbedienti nei confronti degli Usa; offrirebbe la possibilità di installare
direttamente in Irak basi americane (riducendo l'importanza di quelle presenti
in Arabia Saudita, se non eliminandole); ridurrebbe il potere del petrolio
saudita, consentendo di diversificare le fonti di approvvigionamento.
È quanto scrive Robert Mabro, direttore dell'Oxford institute for energy
studies: "Assumiamo che gli Stati Uniti intervengano militarmente e
tentiamo di trarne le implicazioni per il petrolio ... Primo, l'Irak è un
grande produttore di petrolio e potrà diventare uno dei massimi produttori
mondiali se verranno fatti gli investimenti necessari a questo scopo. Secondo,
influenti lobbies americane vogliono indebolire il ruolo dominante dell'Arabia
Saudita nel mercato mondiale del petrolio, riducendone la quota sulle
esportazioni mondiali. Per questa ragione, tali lobbies stanno già promuovendo
nuovi sviluppi sui mercati petroliferi internazionali: in Africa occidentale,
suggerendo alla Nigeria che dovrebbe uscire dall'Opec; in Russia, incoraggiando
le compagnie petrolifere private a massimizzare la produzione; nel Caspio,
verso cui ormai si rivolgono crescenti speranze. Questi gruppi sperano anche
nel rovesciamento del presidente Chavez in Venezuela, con la sostituzione da
parte di un governo che sia disposto a massimizzare la produzione di
petrolio". Il tentativo americano di rovesciare Saddam ed installare un
"regime amico" in Irak va collocato in questo contesto. Fra l'altro,
un Irak docile e sotto controllo consentirebbe di far perdere peso all'Arabia
Saudita senza far aumentare più di tanto quello della Russia.
A questo proposito vale la pena di osservare che uno dei fenomeni più
importanti del "dopo 11 settembre" è rappresentato proprio dal
tentativo russo, sinora coronato da successo, di porsi come produttore
energetico chiave per Europa e Stati Uniti; va notato che a questo fine, per
dimostrare la propria affidabilità, la Russia ha fatto buon viso a cattivo
gioco in Asia centrale, ed aumentato la produzione per rompere la politica dei
prezzi dell'Opec (che è a dominanza saudita); all'inizio di ottobre, ha
addirittura proposto agli Usa di costituire una riserva petrolifera da mettere
a disposizione degli stessi Usa. Ovviamente, non si tratta di beneficenza, ma
del tentativo di aumentare la rilevanza della Russia e la sua attrattività nei
confronti dei movimenti di capitale internazionali (per inciso, la Borsa di
Mosca è l'unica ad avere registrato un buon incremento dall'11 settembre ad
oggi). Ora, il rientro in gioco di un Irak sotto tutela americana consentirebbe
di ridurre in misura considerevole, nel medio-lungo periodo, il prezzo del
greggio: in tal modo sarebbe rotto il cartello dell'Opec, rendendo al tempo
stesso meno competitive le risorse energetiche della Russia e del Caspio, che
hanno costi di estrazione e - soprattutto - di accessi ai mercati ben più
elevati.
Non solo petrolio.
Se quello che precede è plausibile, allora non può destare stupore il fatto che
dopo l'11 settembre si siano involati dagli Usa (per dirigersi perlopiù verso
la Svizzera) qualcosa come 200 mrd $ di proprietà dell'oligarchia saudita. Si
tratta di cifre considerevoli. Anche perché oggi l'attivo finanziario netto dei
paesi arabi verso gli Usa ammonta a 450 mrd $ (ossia all'incirca il 40% degli
investimenti esteri di portafoglio negli Usa). Ma da quanto abbiamo detto si
può trarre una conclusione più importante: che in gioco non c'è solo il
petrolio, ma il vero e proprio ridisegno dello scacchiere mediorientale. Del
resto, nella minacciosa riunione al Pentagono ricordata più sopra, non si era
fatto mistero di ritenere che "l'intera sistemazione data al Medio oriente
dopo il 1917 dagli inglesi per rimpiazzare l'Impero Ottomano sta franando".
Questa frase dà il senso come poche altre delle ambizioni Usa nell'area
mediorientale. La conclusione logica l'ha tratta di recente uno dei maggiori
esperti italiani di problemi energetici, Giacomo Luciani: "quella che si
profila all'orizzonte non è né l'ipotesi di un contenimento del Golfo, né
quella di un dialogo con gli attuali regimi al potere in quella parte del
mondo: ma quella di una rifondazione politica dell'area, che consenta nuove
modalità di interrelazione strategica ed economica" [Aspenia, n. 18, 2002,
p. 157].
Le "nuove modalità di interrelazione" non hanno per la verità nulla
di nuovo; si tratta, invece, di un superclassico: il dominio imperialistico su
risorse e aree strategiche fondamentali - da ottenersi, se necessario, anche
con la guerra. Ascoltiamo ancora Robert Mabro: con la guerra all'Irak, "se
avranno successo, gli Stati Uniti acquisiranno una base sia politica che
militare nel cuore del Medio oriente, da cui saranno in grado di esercitare una
maggiore pressione su tutti i paesi vicini - Iran, Arabia Saudita e il resto
dei paesi esportatori del Golfo, Siria e Giordania. Una presenza militare in
Afghanistan, in Irak e in alcune delle repubbliche centroasiatiche dà agli
Stati Uniti vantaggi strategici rispetto alla Russia e alla Cina. Chiaramente, in
questo caso la posta in gioco va al di là del petrolio". Sono parole
assolutamente condivisibili. Da questo quadro però manca qualcosa: l'Europa. Ed
è una lacuna significativa: perché in verità l'Unione europea, e l'area
valutaria imperniata sull'euro, sarebbero tra i grandi sconfitti della guerra
sotto un profilo strategico.
Infatti, non soltanto le compagnie petrolifere europee sarebbero rimpiazzate da
quelle americane in Irak, ma più in generale sarebbero vanificate tutte le
iniziative di diplomazia economica messe in piedi negli ultimi anni nei
confronti del Medio oriente e dei paesi del Golfo: tra le più recenti, vanno
citate almeno la sigla di un accordo commerciale con l'Iran (nonostante la
feroce opposizione statunitense) e l'inizio di trattative per la creazione di
un'area di libero scambio tra Unione europea e paesi del Golfo, entrambe del
giugno-luglio di quest'anno. La gravità di tale battuta d'arresto può essere
facilmente compresa ove si considerino: da un lato, la dipendenza energetica
dell'Europa da questi paesi; dall'altro, il fatto che l'intero Medio oriente
(per scambi commerciali e legami finanziari) gravita principalmente nella zona
di influenza dell'euro. Come è stato affermato in una recente ricerca, i paesi
del Medio oriente e del nord Africa sono tra i paesi "nei quali
probabilmente il ruolo internazionale dell'euro crescerà più rapidamente ed
estesamente. Già oggi l'euro gioca in molti di questi paesi un ruolo preminente
per la determinazione dei tassi di cambio come riserva in valuta
straniera".
A questo proposito è facile osservare come tanto una "pax americana"
sull'area, quanto una situazione di instabilità permanente (se la guerra
andasse un po' meno "bene" del previsto ...) danneggerebbero in
misura considerevole l'area valutaria dell'euro, allontanando tra l'altro lo
spettro (per gli Usa) di prodotti petroliferi pagati in euro anziché in dollari
(tale decisione sinora è stata assunta soltanto da Irak e Giordania). In
particolare, nel caso di una forte instabilità dell'area sarebbero fortemente
colpiti tanto l'esportazione europea verso i paesi arabi del Medio oriente, che
è all'incirca tripla di quella Usa (nel 2000 63,7 mrd $ contro 23), quanto le
banche europee, che sono di gran lunga le più esposte sull'area (nei confronti di
alcuni paesi si supera il 70% sul totale dei prestiti internazionali). Per non
parlare dei rischi legati ad un'eventuale interruzione delle forniture di
petrolio, che colpirebbero in particolare Asia ed Europa.
Mentre, a differenza di quanto comunemente si crede, il primo fornitore
assoluto degli Usa non è l'Arabia Saudita ma il Messico (130,3 mln di barili di
greggio tra gennaio e marzo 2002), che guida la classifica degli stati del
continente americano, seguito dal Venezuela (119,1 mln) e dal Canada (118,1
mln). L'Arabia Saudita resta in assoluto al secondo posto (129,6 mln di
barili), ma la quantità di petrolio che fornisce agli Usa supera di poco 1/3
del petrolio che proviene dagli stati americani citati. Del resto, non è un
caso che la Banca centrale europea, di solito molto prudente su tutto ciò che
non sia il costo del lavoro, il 12 settembre scorso abbia dichiarato senza
mezzi termini che una guerra all'Irak potrebbe danneggiare la "fragile
ripresa" [?] dell'economia europea.
Conclusioni
Sulla base delle considerazioni svolte finora, è possibile valutare alcuni
argomenti che in questi mesi sono stati proposti, anche da esponenti della
"comunità degli affari" (espressione che suona molto meglio di
"borghesia finanziaria"), contro la nuova guerra americana.
Tesi 1. La guerra come distrazione dell'opinione pubblica dai problemi
dell'economia. Questa tesi la troviamo espressa, con insolita brutalità, anche
da compassati economisti ed analisti finanziari. Paola Giannotti De Ponti,
responsabile per l'Italia della banca d'affari Dresdner Kleinwort Wasserstein,
ha ad esempio dichiarato in un'intervista: "Tutto questo discutere di una
guerra che si fa domani, dopodomani, il mese prossimo o a gennaio, va benissimo
all'amministrazione Usa perché consente di non discutere della questione vera,
e cioè dell'economia che è impantanata e non sa come tirarsi fuori dai suoi
guai" [la Repubblica, 14,10.2002]. Più o meno le stesse cose che dice
Samuelson (che però sino a pochi mesi va vaneggiava di una ripresa americana
dietro l'angolo): "per mantenere la sua popolarità, il presidente ha
bisogno della guerra e non d'un dibattito serrato sullo stato
dell'economia" [intervista a L'espresso, 10.10. 2002]. È una tesi che
contiene senz'altro un elemento di verità, ma, nella misura in cui è adottata
come spiegazione unica, risulta insufficiente e riduttiva.
Tesi 2. La guerra come errore e spreco di risorse. Questa tesi è stata fatta
propria, sin dal luglio scorso, da un ultraconservatore come Paul Craig
Roberts: invece di "sprecare risorse con guerre", questo il suo
suggerimento, il governo americano farebbe meglio ad occuparsi dello stato di
salute dei mercati azionari; "è assurdo che l'amministrazione Bush perda
tutto questo tempo con Afghanistan, Palestina [?] e Irak quando la sua
posizione nel mondo dipende molto più dal suo mercato borsistico che dai suoi
armamenti" [Washington Times, 3.7. 2002]. Al contrario: come abbiamo visto
più sopra, per Bush & C. fare la guerra rappresenta proprio un modo di
occuparsi dei mercati azionari.
Tesi 3. La guerra rischia di fare esplodere il Medio oriente. È la tesi
proposta, tra gli altri, dal settimanale economico americano Fortune [8
luglio], ed è stata ripresa ancora di recente da Lucia Annunziata in un suo
(sorprendente, visto il personaggio ...) libro contro la guerra all'Irak.
Questo rischio esiste (anche se gli analisti finanziari gli assegnano una
probabilità molto bassa). Però, a meno di scenari catastrofici (lèggi: uso di
armi atomiche da parte di Israele e allargamento del conflitto su scala
regionale), la cosa più probabile è che esso si materializzi nella forma di una
accresciuta instabilità dell'area. Con beneficio del dollaro a scapito
dell'euro.
Tesi 4. La guerra rischia di inceppare la globalizzazione. La tesi è questa: l'America
ha bisogno della "globalizzazione", la guerra la rallenterebbe (dando
fiato alle spinte protezionistiche) e quindi va rifiutata. A formulare questa
tesi è Jeffrey Garten, personaggio a dir poco poliedrico (prima nello staff di
Kissinger e Vance, poi ufficiale dell'aeronautica, poi banchiere d'affari ...)
che è stato sottosegretario al commercio internazionale nella prima
amministrazione Clinton. Il suo punto di vista è esposto in un libro [The
Politics of Fortune] in cui attacca frontalmente la politica estera di Bush,
sostenendo che la sua impostazione di fondo contraddice gli "interessi
economici globali" delle grandi corporations americane. Conseguentemente,
Garten chiede ai "top managers" di queste imprese di far sentire la propria
voce contro questa politica.
A parere di chi scrive, è estremamente improbabile che i managers delle
transnazionali Usa levino la loro voce contro la guerra. Per il semplice motivo
che l'attuale indirizzo della politica estera Usa è un tentativo di rispondere
(in un modo estremamente pericoloso per il mondo) ai gravissimi problemi che
attanagliano l'economia americana ed alla necessità di mantenere ed estendere
il controllo degli Stati Uniti su risorse ed aree politiche essenziali per il
mantenimento della loro egemonia planetaria.
In verità, l'epoca delle chiusure protezionistiche e delle guerre commerciali è
già iniziata (il via l'hanno dato proprio gli Usa con l'imposizione di pesanti
dazi sull'importazione di acciaio), il meccanismo della
"globalizzazione" si è già inceppato. Ma questo non è avvenuto per
caso: semplicemente, il processo di liberalizzazione degli scambi che ha
caratterizzato gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, pur essendo
fortemente asimmetrico e sbilanciato a favore degli Usa e degli altri paesi a
capitalismo maturo, si è rivelato inservibile e pericoloso. E questo perché
siamo in presenza di una grave crisi di sovrapproduzione, che investe tanto i
settori manifatturieri tradizionali (vedi "Fiat"), quanto il settore
delle telecomunicazioni.
Il guaio è che, come scriveva Kraus, in casi come questi "il mondo giunge
al punto di giustificare i propri bilanci con le bombe".