L’Occidente esercita la sua pressione sul Kazakhstan
di
Serghej Mikhejev
www.politcom.ru - 8
maggio 2003
L’Asia Centrale ex sovietica, le cui repubbliche hanno acquisito la “sovranità”
con la dissoluzione dell’URSS, è da oltre un decennio terreno di feroce
competizione tra gli imperialismi.
Tra questi paesi spicca il Kazakhstan, enorme per estensione e ricchissimo di
risorse naturali. Il Kazakhstan, diretto, con metodi certo “non ortodossi” dal
punto di vista delle garanzie democratiche, da un ex membro del Politburo del
PCUS, Nursultan Nazarbayev, in questi anni ha voluto rimarcare, più di altri
paesi asiatici ex sovietici, la propria disponibilità a forme di integrazione
nell’ambito del mercato ex sovietico e all’instaurazione di buone relazioni con
la Cina, attraverso legami di “partnership strategica”.
All’approccio dell’Occidente alle questioni dell’Asia centrale ex sovietica è
in parte dedicato un interessante articolo di Serghej Mikhejev, apparso nel
sito di ispirazione “ufficiale” “Politcom.ru”, che analizza i risultati di una
recente conferenza svoltasi sul tema a Washington, per iniziativa di circoli
politici vicini all’amministrazione USA.
M.G.
Gli americani, esaltati dai noti successi, hanno iniziato a minacciare
apertamente tutti coloro che in qualche modo non hanno intenzione di adeguarsi
supinamente alla loro concezione del mondo. Inoltre, sono sempre più vicini
alle frontiere russe. E’ indicativa, sotto questo profilo, la conferenza sui
problemi dell’Asia Centrale, svoltasi qualche giorno fa a Washington. Senatori
americani, uomini del Congresso, membri del Parlamento Europeo e parlamentari
di alcuni paesi europei hanno di fatto presentato un ultimatum ai regimi
centroasiatici e, in primo luogo, al Kazakhstan.
Il senatore John Mc Cain, ha illustrato chiaramente la posizione degli USA: “i
dittatori dell’Asia Centrale devono capire che la democrazia per noi
rappresenta la sicurezza e che le nostre azioni in Iraq sono state determinate
da questo nostro approccio. La storia insegna che i dittatori ci hanno
costretto a ricorrere a misure estreme, per garantire la sicurezza”. Il
congressista Chris Smith: “i leader dell’Asia Centrale sperano che gli USA
siano disposti a perdonare loro tutto, in cambio della partecipazione alla
coalizione antiterrorista. Ma non comprendono che l’America vede nei loro
regimi una minaccia alla propria stabilità e a quella di tutto il mondo”.
Naturalmente “dittatori” vengono definiti i leader pienamente legittimi delle
repubbliche post-sovietiche dell’Asia Centrale.
Particolare attenzione è stata riservata al Kazakhstan. Al presidente
Nazarbayev, in tono ultimativo, viene proposto di avviare il dialogo con
un’opposizione, che già da tempo non ha alcuna influenza in Kazakhstan e opera all’estero,
in primo luogo negli USA. In cambio, a Nazarbayev vengono offerte “garanzie di
sicurezza”. E ciò significa che si è passati alle minacce dirette. Viene
chiesta la revoca di tutte le condanne inflitte ad oppositori e “la cessazione
delle persecuzioni contro politici e giornalisti dell’opposizione”. Inoltre ai
rappresentanti dell’opposizione dovrebbe venire garantita piena libertà di
azione, anche se violasse la legalità. Non è altro che un ricatto senza
precedenti nei confronti di un leader di uno stato indipendente.
In realtà, è del tutto evidente che a molti in Occidente non piacciono gli
strettissimi rapporti di Astana con Mosca. Inoltre, il Kazakhstan riveste un
interesse dal punto di vista geopolitico (soprattutto per la sua vicinanza alla
Russia) e delle risorse. Per quanto riguarda il petrolio kazakho, c’è da dire
che le compagnie occidentali stanno operando molto fruttuosamente. Però il
potere saldo e non sottoposto al suo controllo, evidentemente non convince
l’Occidente. Si critica aspramente il presidente kazakho, definendo il suo
stile di direzione troppo autoritario. Così negli USA, dopo il recente incontro
di Nazarbayev con Putin, si è scatenata una campagna su un presunto
“Kazakhgate”. Provocano irritazione soprattutto i tentativi di realizzare una
qualche reintegrazione del Kazakhstan, anche se solo dal punto di vista
economico, nello spazio post-sovietico, di cui Nazarbayev si è proclamato
sostenitore, fin dal momento della dissoluzione dell’URSS.
La manifesta disposizione pacifica di Nazarbayev nei confronti dell’Occidente e
le ripetute assicurazioni di completa apertura e disponibilità alla
democratizzazione, non sembrano ottenere alcun ascolto. Così anche Nazarbayev,
nella lontana Astana, non potrà più dormire sonni tranquilli. Gli americani
potranno avanzare anche le più assurde pretese, con il pretesto della
violazione della libertà e della democrazia.
E’ difficile dire se, in questo momento, gli americani siano in grado di
comprendere che, pur avendo ottenuto smaglianti vittorie in alcuni luoghi,
rischiano di subire meno eclatanti, ma pur sempre evidenti, sconfitte da altre
parti. Tra queste il determinarsi di un avvicinamento nelle relazioni tra la
Russia e alcuni stati post-sovietici (ne è un esempio il pacchetto di accordi siglati
con il Turkmenistan). Oppure la crescita dei sentimenti antiamericani in
Russia, come non si registrava dagli anni ’60 e’70 del secolo scorso. Ciò
rischia di riflettersi sulle prestazioni elettorali dei partiti di destra (gli ultraliberisti dell’ “Unione delle
forze di destra” sono considerati i fautori delle posizioni più vicine
all’amministrazione USA, nota del traduttore). E non mancano certo le
forze (il riferimento è evidentemente
ai comunisti, nota del traduttore) che saranno in grado di strumentalizzare
questo argomento.
Inoltre, sarebbe bene che, parlando della difesa della democrazia in tutto il
mondo, gli USA molto semplicemente riconoscessero che stanno perseguendo scopi
mercantili. E’ sicuramente da considerarsi peggiore il fatto che l’America
ritenga sé stessa l’ultimo soldato della libertà, chiamato ad instaurare il
nuovo ordine mondiale. E’ più che evidente che non si possa parlare di
democrazia sul modello americano ed europeo in Oriente, in Asia e, a maggior
ragione, in Africa. Ciò sarà letteralmente impossibile, almeno per i prossimi
due secoli. Persino il Giappone e Israele non rappresentano una tale
democrazia. Del più vicino alleato, l’Arabia Saudita, non è neppure il caso di
parlare.
Se prendiamo in considerazione il Medio Oriente, l’Africa Settentrionale, il
mondo musulmano in generale, si deve far notare che per instaurare le forme
della democrazia occidentale, bisognerebbe semplicemente trasformare i popoli
locali in qualcosa di completamente diverso, oppure isolare completamente gli
ultimi nati, educandoli in Europa e negli Stati Uniti, e poi, a scaglioni,
riportarli indietro. In questa regione tutto contraddice il modello occidentale
di vita, a cominciare dalle tradizioni storiche e culturali, per finire con il
clima e gli stili di vita. Il modello occidentale non si adatta alle
caratteristiche peculiari di questa parte del mondo. Non c’è dubbio che anche
in Iraq, nonostante gli sforzi profusi dagli americani, si riprodurrà il
modello di regime politico tipico di
questo paese. L’unica differenza consisterà nel grado di lealtà
all’America.
Gli interessi e i metodi di instaurazione della democrazia già si vedono: la
dice lunga l’uccisione di 14 partecipanti disarmati ad una dimostrazione.
Difficilmente tale episodio otterrà manifestazioni di simpatia da parte degli
iracheni. Ed è solo l’ultimo degli incidenti. E’ significativo, tra l’altro,
che ciò nel nostro paese non abbia prodotto la benché minima reazione tra i
“difensori dei diritti umani” (in
effetti, quasi sempre, come i radicali italiani, a rimorchio di campagne
propagandistiche funzionali agli interessi americani, nota del traduttore).
E’ facile immaginare cosa sarebbe successo se qualcosa di simile fosse avvenuto
in Cecenia. I “Difensori dei diritti umani” in Occidente, perlomeno, sotto
questo punto di vista, sembrano più coerenti. Ad esempio, “Human rights watch”
ha chiesto spiegazioni al governo americano e si appresta a chiamarlo a
giudizio per l’utilizzo delle bombe a grappolo contro la popolazione inerme,
che è vietato da diverse convenzioni.
(…)
Fino alla dissoluzione dell’URSS, l’America faceva leva sul proprio enorme
prestigio morale. Essa aveva dimostrato al mondo e, in particolare, ai regimi
totalitari, il primato del proprio modello di vita che risultava così attraente.
Con il passaggio a forme di risoluzione della politica con i metodi della
forza, con il tentativo di trovare soluzioni semplicistiche a questioni molto
complesse, che richiederebbero una lunga evoluzione, gli USA stanno perdendo
tale primato, provocando resistenze, irritazione, disagio, che inducono alla
ricerca di una via d’uscita. Mentre viene gettato discredito sull’idea di un
mondo multipolare, si assiste alla moltiplicazione dei tentativi di ricerca di
sistemi di equilibrio e di contrappesi, propri appunto di un mondo multipolare.
E in questo caso, i punti di vista di alcune potenze regionali si avvicinano a
quelli della Russia, che manifesta verso di loro grande rispetto e
comprensione.
Traduzione dal russo
di Mauro Gemma