La difesa dell’Europa
Nel corso degli ultimi eventi l’intenzione degli Stati Uniti di imporsi agli
alleati europei è stata in parte disattesa.
Si proponevano di utilizzare l’autorevolezza istituzionale della componente
occidentale europea quale garante del loro operato per la guerra all’Iraq.
Venendo invece meno, insieme all’assenso unitario europeo, la legittimazione
alla guerra, hanno subito immediate, pesanti conseguenze logistiche, come
l’interdizione della Turchia all’apertura del fronte a Nord e la
ricaduta delle spese di guerra quasi esclusivamente sugli US.
Rispetto all’altro compito programmato per l’Europa - di trascinare nel mercato
una dozzina di nuovi stati membri dal bacino orientale, usando una strategia di
trasformazione liberale e pacifica - il
Governo statunitense ha tradito fretta e nervosismo, rivelando piuttosto la
volontà di depotenziare le possibili aspirazioni europee alla propria crescita.
All’operazione allargamento si è quindi sovrapposta la strategia militare di
disimpegno delle basi “atlantiche” dalla Vecchia Europa per il loro
ricollocamento più ad Est.(Attualmente sono stanziati 12 mila uomini in Italia,
10 mila in Gran Bretagna, 60 mila in Germania, in circa 500 installazioni che
verranno in gran parte spostati in Romania e Bulgaria)
Anche alla richiesta perentoria ad ogni stato europeo di partecipare alle
iniziative belliche, (o con noi o contro di noi!) la risposta non è stata quella desiderata. L’adesione alle azioni
militari è stata limitata. Ora, nella situazione post-conflittuale, pare
esserci maggiore accondiscendenza da parte di diversi stati europei, che
intravedono possibilità diversificate - visto il disinteresse degli Stati uniti
a spendersi sul piano civile nella ricostruzione dei paesi devastati - e gli US
hanno interesse a promuovere nuovamente una coalizione di volontari, sia
per scaricare parte dei costi del
protrarsi delle azioni militari ( la guerra in Iraq è costata ad oggi 80
miliardi di $ e grava su un deficit federale per il quale non si intravedono sbocchi
all’orizzonte), sia per preservare soldati americani, considerato che il loro
costo annuo pro capite è di 250 mila $ (mentre 4000 soldati italiani vengono a
costare un miliardo di $ all’anno). Così c’è urgenza di rimpiazzare i 135 mila
militari americani con quasi
altrettanti volontari racimolati da varie provenienze per la ferma di un anno
Allo stesso modo la Gran Bretagna intende disimpegnare 23 mila
soldati per arrivare a 12 mila.
Diversi sono gli stati che hanno accettato di far parte della coalizione dei
volontari, anche se ciò comporta lo status di occupanti secondo la Convenzione
di Ginevra (status sottoscritto da US e UK per assumere subito il controllo
dell’Iraq e facilitarsi l’attribuzione dei proventi del petrolio e della
spoliazione del paese. La decisione, in ordine ad una dichiarata insofferenza
agli impacci del diritto internazionale, ha causato tra l’altro le dimissioni
di Clair Short, addetta britannica a Baghdad, che ha inteso così prendere le
distanze dalla conduzione dell’Autorità anglo-ispano-americana in Iraq, del
tutto al di là dei limiti del trattato di Ginevra e della Hague Regulation) .
Le posizioni nella babelica armata dei ‘volontari’ sono differenziate e talora
incerte: l'Ungheria, ad esempio, dopo aver concesso basi aeree per i raid
in Iraq ed aver organizzato il campo di Taszar per l’addestramento degli
oppositori irakeni non è poi riuscita a far passare in Parlamento l’invio di
300 soldati richiesti da Washington
La Polonia,
a lungo corteggiata dagli USA, ripaga ora con una grande disponibilità,
legandosi alla Difesa USA con l’acquisto degli F 16, sia con la progressiva
presa di distanza dalla politica del ‘triangolo di Weimar’ (anche se Francia e Germania ad oggi restano i suoi
maggiori partner commerciali), per investire su un proprio futuro nella NATO.
Parteciperà all’occupazione dell’Iraq
con un’intera brigata e coordinerà forze multinazionali con ucraini
e lituani E se riuscirà a far rientrare l’operazione
nel quadro della NATO, come spera, guiderà un gruppo di 7000 uomini,
comprensivi di danesi (380 uomini) e soldati tedeschi, avendo già i tre paesi
strutture di comando comuni. I polacchi assumono la leadership ma a causa della
disastrata posizione economica vogliono essere finanziati ed hanno già
richiesto a Washington 80 milioni di $. Essendosi impegnati per 90, sperano in
ritorni economici dalla “ricostruzione” (autostrade) in Iraq. La definizione di
una zona di occupazione polacca è stata definita ridicola dalla stessa stampa
nazionale (Rzeczpospolita) e mostra l’evidente intento politico di dar vita ad
un ennesimo stato fantoccio.
Anche Albania
e Bulgaria
offrono truppe in cambio di finanziamenti. L’Olanda traccheggia.
La Spagna,
che fa parte dei paesi belligeranti, intende mandare 1500 uomini
e comandare il gruppo ispanofono, con Honduras e Nicaragua; il Portogallo, che ha recentemente ha sancito
la scelta atlantica preferendo acquistare i C 130 Hercules statunitensi
all’A400M, offre 120 militari, previo avallo del Parlamento.
L’Italia,
dall’avvento del governo Berlusconi, si è defilata dalla maggior parte dei
contratti di partecipazione ai progetti di difesa comune europea sottoscritti
precedentemente. Ora sta stringendo
nuove collaborazioni, in linea con la mutata politica, ad esempio il
contratto per l’elettronica militare tra la Finmeccanica e la BAE System , del
Regno Unito a scapito del precedente collaborazione con la Snecma; o il
trasferimento del progetto Galileo, molto inviso oltre oceano, alla Germania in
cambio di quote latte !!. L’Italia, che già partecipa al presidio in Afganistan
( dove gli alpini della task force Nibbio- 2 compagnie con mortai, del
battaglione L’Aquila - sono stati mandati durante un avioassalto ad
arrampicarsi su montagne da 3000 m. mentre gli alleati venivano trasportati con
aerei ed elicotteri), ora offre truppe per l’Iraq, circa 3000 uomini sotto il
comando inglese. L’impegno è per 350
milioni di euro per i primi 6 mesi, per andare incontro in pieno alle necessità
statunitensi di ripartire spese e fatiche e di risparmiare i propri soldati e
contribuenti.
( Per i curiosi: l’aviotrasporto impegnerà la 46° brigata con C130 e G222. Nei 1500 soldati dell’Esercito sono
compresi bersaglieri della Garibaldi, genieri e nuclei n/b/c; la marina porta
350 uomini della San Marco, con dotazione di elicotteri SH3D e AB212; i 400
carabinieri –della 2° brigata mobile, comprensiva del reggimento Tuscania-
saranno intruppati con rumeni, bulgari e portoghesi nella zona
‘britannica’ intorno a Nassirya, a dispetto degli spagnoli, relegati invece nel
deserto al confine con l’Arabia).
Va notato però che la popolazione italiana, pur non riuscendo a contenere la
politica governativa, ha dimostrato contrarietà all’intervento statunitense e
che contemporaneamente l’apparato italiano continua a mantenere rapporti con
l’Unione europea, invisa al Governo.
Per il prossimo triennio, dopo quello finlandese, la presidenza del
Comitato militare dell’UE passerà al gen. Mosca Moschin; la carica può
preludere ad un embrione di stato maggiore per una forza militare europea che
sta definendosi ancor prima che indirizzi e decisioni politiche siano messi a
fuoco.
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Il fattore nodale per gli sviluppi futuri è che il progetto di governance
globale statunitense trova invece resistenza in un’altra parte dell’Europa.
Un nucleo di 4 paesi, Francia, Germania, Belgio e Lussemburgo
ha fatto dei passi concreti, con il vertice di Bruxelles del 29 Aprile, nella
costituzione di un’alleanza la cui posizione nei confronti della Nato –
complementare o autonoma- è alleggerita dal comportamento stesso degli Stati
uniti , che recentemente si sono mossi anch’essi al di fuori dell’Alleanza
Atlantica, sia in Afganistan sia in Iraq e tuttavia pretendono che l’Europa
debba organizzarsi militarmente nell’ambito della Nato
Dal vertice è scaturito il progetto di un nucleo di difesa comune autonomo, che
può contare su 50/60 mila soldati per rapido intervento, cioè la brigata
franco-tedesca con l’aggiunta di commandos belgi e ricognitori lussemburghesi,
per portare avanti operazioni di marca UE con capacità di protezione da armi
nucleari/batteriologiche/chimiche. Sono previsti tutti gli strumenti operativi
del caso: uno Stato Maggiore, un’Accademia per la difesa, centri di formazione
e soprattutto un’agenzia per gli
armamenti
Sull’idea di un comando congiunto per il trasporto aereo, con capacità n/b/c,
si basa lo sviluppo dell’Airbus A400M (progetto dal quale l’Italia si è tolta).
La questione del motore da montare sull’Airbus, il previsto motore made in US
Pratt& Whitney o il più costoso ma europeo prodotto di Snecma, Rolls, Mtu e
Itp, evidenzia il complicato rapporto tra redditività immediata o differita ma
soprattutto le difficoltà create dalla mancanza di un supporto finanziario
europeo a fronte di quanto lo stato fa per l’industria militare negli Stati
Uniti.
Anche l’agenzia spaziale europea può diventare strumento per una politica della
difesa comune ( con la difficoltà che non tutti i paesi UE sono nell’ESA)
perché avere un sistema di posizionamento terrestre (il Galileo di cui sopra)
alternativo al Gps americano è
presupposto per una scelta di libertà ancora fattibile, pur con la
difficoltà che comporta trovare i fondi e aprire sinergie tra settori civili e
militari
Oggi l’Europa si configura di fatto come una potenza alternativa agli Stati
Uniti; gli interessi sono divergenti e la distanza tra i due blocchi si
approfondisce, ora che la divisa unica in Europa ha messo in causa l’egemonia
monetaria statunitense.
Il meccanismo della moneta unica determina la politica europea al di la della
stessa volontà dei singoli stati e la fa avanzare unitariamente motu proprio.
E’ grazie all’affermazione dell’euro che
l’UE può pensare di controllare e imporre sanzioni agli Stati Uniti – un
record di 4 miliardi annui - per le
deroghe alle regole del WTO( disattese, a dispetto del proclamato liberismo,
con operazioni marcate da dirigismo statale, indirizzate ad una politica di
contrasto nei confronti dell’Europa)
Gli Stati Uniti a lungo hanno detenuto la moneta di riserva mondiale; ora di
fronte all’enorme disavanzo nei conti pubblici e nel saldo commerciale, il
dollaro perde progressivamente appeal a favore dell’euro, che vede
nell’apprezzamento anche la traduzione sul piano monetario dell’opposizione
diplomatica franco/tedesca. Il massiccio rimpiazzo dell’euro sul dollaro nelle
riserve delle banche asiatiche e il cambio dei perto-dollari con petro-euro
diventa non solo uno strumento economico ma anche una potenziale leva di potere
e di indipendenza politica.
L’esistenza stessa di una valuta di riserva alternativa toglie agli Stati uniti
potere decisionale insieme alle prerogative di guida dell’economia mondiale,
che vengono così affidati alla restante supremazia militare e di dominio,
finanziate per altro al di sopra delle loro possibilità reali.
E’ ormai un fatto che i no di Francia e Germania possano contrastare lo
strapotere americano. La Francia in particolare ha potuto assumere su di se la
consapevolezza dei nuovi bilanciamenti nel mondo. Ed allora questa volta il
monito è stato “o con noi o con la Francia”(R.Perle) Su questa base si intende
produrre una divisione nel campo europeo che prelude a pressioni muscolari
sull’Europa: da un lato il Vecchio continente, dall’altro un polo attorno alla
Polonia, dei paesi minori centro-orientali, destinati, in caso di conflitto, a
fornire quella manovalanza sul posto sempre ricercata dagli strateghi del
Pentagono, inclini a “pagare i locali per fare il loro lavoro” (l’UCK in
Jugoslavia, i curdi in Iraq...) Un nucleo di contrasto spendibile sia ad Ovest
sia ad Est nel continente. Fondamentale sarà la posizione, per ora
rassicurante, della Russia e della Turchia ( affidati alle cure
particolari della diplomazia di Berlusconi)
Il cuore dell’Europa ha molto in gioco: la propria visione del mondo fatta di
diritto, procedure e organi sovranazionali, cooperazione multilaterale, scambi
commerciali; tutto ottenuto senza usare la leva dell’egemonia militare. Non può
aderire alla deriva di tutt’altro segno del nuovo ordine che gli US stanno
imponendo con la forza nel mondo. Deve aiutarli a capire disponendosi a
resistere.
B.F.