da http://www.giuliettochiesa.it
24 novembre 2004, in uscita sul mensile Galatea
L’Ucraina e’ una posta troppo alta
di Giulietto Chiesa
Avevamo archiviato la Russia, sotto le diciture varie di partner
dell'occidente, inglobata, normalizzata, capitalista, democratica,
addomesticata, inoffensiva, un pò cadente, fuori moda, folklore ecc. Più o meno
tranquillizzanti, tutte le diciture, gli aggettivi e i gerundi. Eravamo certi
di avere vinto, definitivamente.
Passata la tempesta odo augelli far festa.... I baltici glieli abbiamo portati
via e adesso sono in Europa, felici e contenti. L'Ucraina sarebbe caduta come
una pera al momento giusto di maturazione. La Bielorussia di Lukashenko sarebbe
stata un ossicino soltanto un tantino più duro da sgretolare.
Laggiù in Asia la guerra afghana di George Bush era stata efficace: non tanto e
non solo per far fuori i taleban ormai scomodi e - com'erano sempre stati -
anche repellenti. No, il risultato migliore era stato quello di avere portato
via dalle grinfie dell'orso ormai domato tre repubbliche dell'Asia Centrale ex
sovietica, e di avere piazzato basi americane in Kirghizia e Uzbekistan...
Più a ovest, detronizzato il vecchio e un pò rintontonito Eduard Shevardnadze,
anche la Georgia era ormai entrata nell'area di influenza degli Stati Uniti e
della Nato. L'Azerbajgian aveva già cambiato padrone con la buon'anima di
Gheidar Aliev, ed era da tempo divenuto il luogo dove molti ex segretari di
Stato Usa andavano a tenere conferenze ben pagate, aprivano uffici di
consulenza, benedicevano gli affari delle grandi compagnie petrolifere.
Ci si poteva dunque occupare d'altro. Per esempio di dichiarare guerra
all'Irak, e di esportare la democrazia americana in tutto il resto del mondo.
Poi, improvvisamente, ecco che il leader del partner democratico e capitalista,
senza nemmeno avvertire, senza un minimo di cortesia, dopo aver tanto sorriso,
dato e ricevuto pacche sulle spalle a Bush e Berlusconi, a Chirac e Shroeder, a
Blair e a tutti gli altri, comunica freddamente al resto del mondo di avere
armi strategiche del tutto nuove, inedite, imparabili.
Informa i suoi dirimpettai d'oltre Atlantico - e, per conoscenza, anche i
vicini cinesi, che sono molto amici, ma anche molto grossi e sempre più potenti
- che la Russia ha missili capaci di sollevare 14, 4 tonnellate di armamenti
nucleari, ben distribuiti in dieci testate indipendenti ciascuno, in grado di
scendere a terra con traiettorie imprevedibili, velocissimi e manovrabili,
insomma così strani da rendere vano ogni tentativo di intercettarli prima che
giungano a destinazione.
Cosa significa tutto questo? Putin Vladimir Vladimirovic fa un pò di voluta
confusione parlando di necessità di perfezionare la lotta contro il terrorismo
internazionale. Ma è del tutto evidente che questo tipo di armi non ha nulla a
che vedere con il terrorismo internazionale (a meno di non supporre che Bush
considera gli Stati Uniti come dei terroristi internazionali, per la qual cosa
avrebbe parecchie ragioni). In realtà riafferma senza mezzi termini il ruolo
della Russia come potenza mondiale, con la quale occorre di nuovo fare i conti.
Altro che partner subalterno e pronto a incassare schiaffoni economici, politici
e geostrategici! Il presidente russo dice quello che l'Occidente aveva voluto
dimenticare: che la Russia è un paese dalle mille risorse, dotato di alta
esperienza tecnologica e militare, oltre che di profonda e diffusa cultura.
Si può essere poveri , perfino miserabili, si può avere un crollo di natalità,
o vertici di mortalità infantile, si può avere un sistema sanitario ridotto ai
minimi termini, o un elevatissimo tasso di alcolismo - e la Russia è diventata
tutto questo e molto altro ancora, in peggio, grazie ai riformatori alla Boris
Eltsin, applauditi freneticamente dall'Occidente mentre bombardavano il
legittimo parlamento nazionale - ma questo non è sempre sufficiente per mettere
in ginocchio un paese di grandi dimensioni.
E' vero quello che scrisse il marchese De Coustine, e cioè che bisogna andare
in Russia per capire cosa non può fare perfino colui che tutto può. Ma è anche
vero il contrario, se un paese ha dimensioni di scala sufficientemente vaste.
Bisogna andare in Russia per capire che un paese devastato e colonizzato può
conservare risorse immense per risalire la china.
Certo non nel tenore di vita delle sue genti, ma sicuramente nel campo
tecnologico e militare. Così si può dire che la Russia di Putin è un vero
disastro sociale e democratico, ma nello stesso tempo è in grado di costruire
le armi più sofisticate del mondo. Non c'è alcuna contraddizione tra le due
cose. Anzi, a ben vedere, esse sono complementari, e la seconda spiega bene
anche la prima.
Increduli o inquieti molti osservatori occidentali pensano adesso che Putin
stia barando, o bluffando. Sbaglieremmo se ci cullassimo in questa ulteriore
illusione. Nel 1999 mi capitò di visitare, tra i primi giornalisti occidentali
ammessi a quelle zone un tempo segretissime, una delle città
"Arzamas".
Se non ricordo male aveva il numero 11. Città segrete fatte apposta perchè gli
scienziati che vi lavoravano non potessero mai entrare in contatto con gli
stranieri, le spie, i disturbatori della pubblica quiete come i giornalisti che
fanno il loro mestiere (sempre più rari).
La città stava andando a pezzi, gli edifici non erano stati riparati da molto
tempo, come l'asfalto delle strade. C'era la casa dove Andrei Sakharov aveva
lavorato per diversi anni, quasi sepolta tra le frasche mai potate, anch'essa
quasi in rovina. Ma i laboratori dove ancora si lavorava, anche, in qualche
caso, su progetti finanziati dagli americani, erano lindi ed efficienti. Poveri
nel loro aspetto esteriore, ma tenuti a lucido. E gli scienziati che ancora li
abitavano, pagati con stipendi che avrebbero fatto vergognare un lavascale di
condominio italiano, erano ancora permeati di un orgoglio inossidabile.
Credo che siano stati loro a fare quello che oggi Putin sbandiera come un suo
successo.
Non credo quindi che sia un bluff. Del resto era da almeno due anni che
circolavano voci su diverse innovazioni russe: dai sommergibili atomici, ai
nuovi caccia bombardieri supersonici Sukhoi, ai nuovi missili che, a quanto
scrivono le riviste specializzate in armamenti, sono già stati messi in vendita
segretamente agli iraniani e ai cinesi. Missili di crociera di cui si conosce
anche il nome: Moskit , e che la Nato ha già catalogato come SS-N-22 Sunburn ,
che viaggiano a velocità Mach 2,1 due volte quella del suono, trasportando a
scelta un carico nucleare di 200 chiloton ovvero una testata convenzionale di
circa 400 chili, con un sistema di guida che gli permette bruschi e improvvisi
mutamenti di rotta (ecco la novità che potrebbe riguardare le testate multiple
dei missili balistici intercontinentali).
Se Putin disponesse davvero di queste nuove armi ecco che l'equilibrio
strategico dovrebbe essere ridefinito d'accapo in quasi tutte le sue
componenti. Resta da chiedersi perchè mai Putin ha deciso di tirare fuori dal
cappello a cilindro le sue sorprese proprio adesso. Fino all'altro ieri aveva
taciuto; adesso, all'improvviso, fa la frittata. Perchè di una frittata si
tratta, cioè di un processo irreversibile che non può più ritornare alle uova
d'origine.
Una risposta forse c'è nella crisi che si è aperta a centro dell'Europa, e
precisamente in Ucraina. Non è una disputa da poco e Putin ha parlato dei suoi
nuovi missili appena prima che esplodesse con il contestatissimo esito
dell'elezione presidenziale. Non è un caso. L'avvertimento doveva servire a
dissuadere gli Stati Uniti e l'Europa dal forzare la situazione a loro
vantaggio, dal tirare la corda oltre il limite di sopportabilità che Putin può
permettersi.
Perchè anche lo zar ha i suoi problemi. L'Ucraina è la sua carta massima, la
sua briscola più decisiva. La zar vuole ricostruire la Grande Russia. Non
gl'importa niente del socialismo, ma pensa agli slavi e ortodossi di Russia,
Ucraina, Bielorussia e Kazakhstan, cui magari aggiungere i cristiani non
cattolici di Armenia e, in prospettiva, di quella Georgia divenuta da poco
americana, ma che rimane appesa alle scelte della Russia in Abkhazia e in
Ossetia del Sud.
Tutto questo era fin troppo chiaro anche due anni fa. E Putin cedette mezza
Asia Centrale ex sovietica per avere in cambio l'autorizzazione a questo
disegno. Non so se Bush gliela firmò. Quello ch'è ora evidente è che un
precipitare dell'Ucraina fuori dalla sfera d'influenza russa e il suo ricadere,
con un grande tonfo, nel campo occidentale, nella Nato, nell'Europa, sarebbe la
fine della grandeur putiniana. Con tante, forse troppe ricadute negative anche
sulla figura del nuovo zar, disinnescato in casa propria dall'imperatore che
non fa più sconti a nessuno.
Ecco perchè adesso i missili fanno comodo: politicamente. Per dire a Washington
che non può andare troppo oltre se non vuole innescare una drammatica
contrapposizione.
E' troppo presto per cogliere tutte le ripercussioni della mossa di Putin. Ma
una è già fin troppo chiara: la politica del disarmo, inaugurata da Gorbaciov,
è stata ormai cancellata del tutto. Ricomincia al contrario una grande,
triplice, corsa al riarmo. Bush dovrà inventarsi un'altra cosa rispetto allo
scudo spaziale che è già obsoleto prima ancora di essere entrato in funzione, e
dopo che è già costato circa 20 miliardi di dollari.
Ovvio che qualcosa troverà, perchè a ogni arma, prima o poi, corrisponde
un'arma uguale e contraria, oppure disuguale ma altrettanto efficace. I cinesi
se ne stanno acquattati, ma stanno facendo esattamente la stessa cosa, ben
consapevoli che questa Russia che risorge militarmente (e solo militarmente)
dal pantano, dovrà anch'essa rimanere sotto controllo. Il mondo bipolare ha
impiegato cinquant'anni per andare in pezzi; a quello unipolare, per andare in
frantumi, sono bastati quattro anni.