Guerra civile in Costa D’Avorio: un altro capitolo della competizione Francia-USA in Africa
di Sergio Ricaldone
novembre 2004
Ho davanti agli occhi due giornali: LIBERAZIONE e IL SOLE 24 ORE.
Stesso giorno, stesso argomento, stesso ampio spazio dedicato alla sanguinosa
ripresa della guerra civile in costa d’Avorio che ha spaccato in due il paese.
Se non fosse per le firme – suppongo autentiche – di Sabina Moranti sul
giornale comunista e di Alberto Negri sul giornale confindustriale, direi che
c’è stato un accidentale scambio di testi tra due giornali che, abitualmente,
propongono analisi di politica internazionale specularmente opposte.
Spensieratamente recidivo il primo articolo, quello comunista, conferma una
tendenza desolatamente suicida di molti terzomondisti di spararsi sui piedi.
Si sostiene infatti la tesi fuorviante dei due imperialismi equivalenti: quello
americano impegnato sulle rive dell’Eufrate e quello francese impegnato a
massacrare cittadini inermi per le strade di Abidjan.
Non che sia facile individuare le cause primarie della crisi ivoriana.
Se poi ti limiti ad osservare unicamente quello che vedi nel tuo ristretto
campo visivo allora è come cercare un ago in un pagliaio.
Le sparatorie , i morti ammazzati, il dilagare del sentimento antifrancese, gli
europei che scappano, sono la punta dell’iceberg che confermano ciò che già
sappiamo e cioè quanto sia facile far
riemergere nella memoria degli africani
il sentimento di rivalsa per le devastazioni compiute dall’uomo bianco durante
il lungo dominio coloniale. E ciò consente
ai leaders della Costa d’Avorio, rappresentanti della ricca borghesia
compradora indigena, responsabili del collasso economico del paese non meno dei
loro tutori euroamericani, di deviare nella direzione sbagliata la collera di
milioni di contadini ridotti in miseria dal crollo del prezzo del cacao,
mascherando così il livello di corruzione di chi governa il paese.
La sontuosità faraonica della residenza del presidente Laurent Gbabgo ad
Abidjan è un imponente monumento alla sua corruzione e a quella dei suoi
cortigiani dirigenti del Partito popolare ivoriano regolarmente affiliato
all’Internazionale socialista. E
siccome il Golfo di Guinea pullula di emissari americani specializzati nella
compravendita di personale politico locale, sono in molti a sospettare su chi e
dove il burattinaio che tira i fili dell’ondata xenofoba antifrancese gestita
dal presidente ivoriano e dal suo consigliere spirituale, il pastore Moisè
Korè, arrivato chissà perché nel momento giusto, dopo un lungo ed agiato
soggiorno in quel di Washington.
Chi
provoca ed alimenta le guerre africane
Il giornale confindustriale, il Sole 24 Ore, a differenza di Liberazione, ci
racconta invece, con dati inoppugnabili, le cause della tragedia ivoriana e ci
squaderna con implacabile ferocia pragmatica, ma assolutamente veritiera, gli
enormi interessi in gioco nelle tante guerre etniche, tribali, per procura,
civili e secessioniste che stanno uccidendo milioni di africani.
Ora tocca alla Costa d’Avorio.
E’ il primo produttore al mondo di cacao il cui prezzo sale o scende a
discrezione delle compagnie quotate alle borse di Londra e Parigi, mandando
regolarmente in rovina milioni di contadini.
Ma è tuttavia il petrolio ad essere la causa principale della guerra civile
ivoriana.
Il Paese paga il prezzo di affacciarsi sul Golfo di Guinea diventato
l’epicentro strategico di quella che Il Sole 24 Ore definisce la sfida
Francia-USA per il controllo del petrolio africano.
Per non creare malintesi diremo subito che la Francia, anche se delegata
dall’ONU, ad intervenire come forza di peace-keeping, non si trova in Costa
d’Avorio per ragioni filantropiche.
Nessuno ignora che nel DNA della destra erede del gaullismo il tasso di
“grandeur” mutuato dal vecchio pensiero imperiale è ancora molto presente anche
se oggi le ambizioni egemoniche di Parigi in Africa sono in fase forzatamente
difensiva, peraltro gestite con raffinata abilità diplomatica dai titolari del
Quay d’Orsay. Sarebbe tuttavia una infantile stupidità non scorgere nella
presente congiuntura internazionale i due diversi approcci che ispirano la
politica estera (e quella militare) di Parigi rispetto a quella di Washington e
non capire perché l’Unione Africana, mentre appoggia la presenza della Francia
in Costa d’avorio, teme come la peste (Nelson Mandela) il costituirsi di una
forza di interposizione a comando USA richiesta ripetutamente dagli Stati
Uniti.
Dopo
l’Iraq risale l’immagine della Francia e cala nettamente quella degli USA
La guerra contro l’Iraq è stata un punto di svolta decisivo di
questa sfida franco-americana in Africa.
A sostegno delle posizioni di Parigi
contro la guerra (e di Russia, Cina,Germania, etc.) 51 paesi dell’unione
Africana su 53 hanno duramente
condannato l’aggressione contro l’Iraq sostenuti da imponenti manifestazioni
antiamericane.
Ed è la Francia che, contrastando la politica delle superpotenze, gode
attualmente di un elevato tasso di credibilità tra i governi africani.
Fiducia peraltro ribadita da Thabo Mbeki, presidente del Sudafrica, designato
dall’Unione Africana a mediare la crisi ivoriana.
Non è sempre stato così, ovviamente, ma i rapidi cambiamenti geopolitici degli
ultimi dieci anni consigliano una più attenta lettura che sappia cogliere le
novità presenti nella politica africana di Parigi rispetto a quella di
Washington.
E’ dalla crisi dei Grandi Laghi di dieci anni fa che gli Stati Uniti cercano di
sloggiare la Francia dalle sue postazioni africane con qualsiasi mezzo e senza
badare a spese.
Dopo il genocidio ruandese consumatosi sotto lo sguardo distratto (complice?)
dei parà franco-belgi, l’immagine della Francia ne era uscita malconcia. Poi le
cose sono via via cambiate.
Il piccolo, bellicoso Ruanda di Paul Kagame è diventato, con l’assistenza
militare israeliana e l’avallo del Pentagono, una micidiale macchina da guerra
che ha disgregato gli stati confinanti e provocato, a telecamere spente, un
terrificante olocausto cinque volte più grande di quello ruandese: 4 milioni di
morti in Congo, 300 mila in Burundi.
Dopo di che le guerre per procura si sono estese e moltiplicate e alle spalle
dei guerrieri, dei gaglioffi e dei mercenari con la pelle nera e bianca sono
spuntate sempre più nitide le immagini della bandiera a stelle e strisce.
Da qualche anno le basi americane stanno proliferando e gli apparati di
intelligence, quando non riescono a comprarli, tolgono di mezzo i leader più
ingombranti.
Ultimo della serie Laurent Desireè Kabila, presidente della martoriata
Repubblica Democratica del Congo.
La competizione tra Francia e Stati Uniti si è via via intensificata dopo che
il petrolio ha cominciato a zampillare
sempre più abbondante, oltre che dai pozzi offshore del Golfo di Guinea, anche
sulla terraferma, nello spazio subsahariano compreso tra il Ciad ed il Niger fino alla lontana Namibia.
Molti di questi paesi sono ex colonie del dissolto impero francese.
Retrocessa al rango di ex potenza coloniale declinante, dopo le sconfitte
subite in Indocina ed in Algeria, i governi della IV Repubblica, da De Gaulle a
Mitterand a Chirac, hanno operato per ricomporre, prima con il bastone e poi
con la carota, relazioni meno invasive con i paesi del terzo mondo ma sempre a
tutela delle proprie multinazionali
(ELF, TOTAL, BOUYGUES, FRANCE TELECOM etc.), riuscendo così a creare una
sorta di Chasse gardè, una riserva di caccia in Africa Occidentale a
salvaguardia dei propri interessi.
Ma gli Stati Uniti non sono rimasti a guardare ed hanno ricominciato a mostrare
i denti come all’epoca di Teodoro Roosvelt agli inizi del secolo ventesimo.
Le “cannoniere” sono riapparse lungo le coste occidentali dell’Africa ed i vari
target della Casa Bianca nella regione sono stati chiaramente esplicitati,
prima dell’amministrazione Clinton, poi, con molto meno fair play, da quella di
Bush.
Golfo di
Guinea: crocevia strategico per il controllo del petrolio
Il controllo totale del Golfo di Guinea può permettere agli Stati
Uniti di abbreviare sensibilmente i percorsi delle sue petroliere ed offre
margini di sicurezza maggiore rispetto al Medio Oriente diventato un’area
troppo turbolenta ed instabile nonché più costosa dal punto di vista militare.
Per evitare sorprese il Pentagono ha già dislocato forze speciali in Sahel,
Mauritania, Mali, Ciad e Niger e progetta una base militare a Sao Tomè. Si sta
attuando, dunque, da parte degli Stati Uniti, una vera e propria penetrazione
di stampo vetero-coloniale in un’area di vitale importanza strategica,
sottratta in parte alla Francia, nella quale giacciono riserve energetiche
enormi (valutate in 2000 miliardi di barili) nonché risorse minerarie tra le
più ricche del pianeta quali oro, argento, diamanti, uranio, rame, zinco,
manganese, cobalto ed il preziosissimo coltan; risorse che, oltre a garantire
il pieno alla pompa di benzina, assicurano tutto ciò che serve ad alimentare
l’industria bellica e spaziale americana, l’immenso mercato dei telefoni
cellulari nonché le play station dei fortunati bambini del nord del pianeta.
Costruzione
di un mondo multipolare, questo l’obiettivo di molti paesi africani
Per quanti sforzi facciano gli Stati Uniti per piegarli al loro
dominio esclusivo, l’atteggiamento fermo di molti governi africani non lascia
dubbi circa la loro volontà di preservare la propria indipendenza con una
politica estera finalizzata al formarsi di un mondo multipolare che restringa
gli spazi di potenza dell’imperialismo più aggressivo e pericoloso, anche
facendo leva, con abilità politica e diplomatica, sui conflitti di interesse
che oppongono Francia e Stati Uniti.
Citiamo a titolo di esempio l’atteggiamento di Sam Nujoma, presidente della
Namibia, nonché leader storico della Swapo, il movimento di liberazione di
ispirazione marxista che ha ottenuto l’indipendenza nel 1990 con l’apporto dei
volontari cubani dislocati in Angola.
E’ un personaggio di grande spessore politico che ha vissuto ed attraversato la
lunga stagione delle lotte di liberazione in Africa australe contro il
Sudafrica razzista, a fianco del leader angolano Agostino Neto. Conosce a fondo
le dinamiche politiche ed i ruoli svolti in Africa dalle grandi potenze
occidentali ed in particolare quelli svolti da Stati Uniti e Francia, e non si
è mai fatto nessuna illusione sul tasso di neocolonialismo sempre presente
nelle politiche africane di tutti i paesi dell’Unione Europea, nessuno escluso.
Eppure prima di passare la mano al suo probabile successore, Pohamba, ha voluto
compiere un ultimo viaggio a Parigi in un momento in cui la Francia è coinvolta
in una crisi come quella della Costa d’Avorio.
Da buon marxista, quando si è trovato a dover scegliere su quali sostegni
offrire e su quali contraddizioni far leva non ha esitato.
Ed eccolo qui a Parigi, Sam Nujoma, all’incontro prima con Chirac e poi con il
governo francese, a ricordare l’appoggio decisivo ricevuto nel 1990 da Mitterand
e dal suo ministro Claude Cheysson contro il diktat americano di negare
l’indipendenza alla Namibia senza il preventivo ritiro del contingente cubano.
Parigi si oppose a quel veto e le malconce truppe di occupazione di Pretoria
dovettero abbandonare per sempre il paese.
Una breve incursione nel passato ma piena di significato, per evitare equivoci
sul presente.
Liberare la politica dagli impulsi
irrazionali permette comunque di scegliere quale tra due mali sia quello
minore.