www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 05-12-04

Guerra civile in Costa D’Avorio: un altro capitolo della competizione Francia-USA in Africa


di Sergio Ricaldone
novembre 2004

Ho davanti agli occhi due giornali: LIBERAZIONE e IL SOLE 24 ORE.
Stesso giorno, stesso argomento, stesso ampio spazio dedicato alla sanguinosa ripresa della guerra civile in costa d’Avorio che ha spaccato in due il paese.
Se non fosse per le firme – suppongo autentiche – di Sabina Moranti sul giornale comunista e di Alberto Negri sul giornale confindustriale, direi che c’è stato un accidentale scambio di testi tra due giornali che, abitualmente, propongono analisi di politica internazionale specularmente opposte.

Spensieratamente recidivo il primo articolo, quello comunista, conferma una tendenza desolatamente suicida di molti terzomondisti  di spararsi sui piedi.
Si sostiene infatti la tesi fuorviante dei due imperialismi equivalenti: quello americano impegnato sulle rive dell’Eufrate e quello francese impegnato a massacrare cittadini inermi per le strade di Abidjan.

Non che sia facile individuare le cause primarie della crisi ivoriana.
Se poi ti limiti ad osservare unicamente quello che vedi nel tuo ristretto campo visivo allora è come cercare un ago in un pagliaio.
Le sparatorie , i morti ammazzati, il dilagare del sentimento antifrancese, gli europei che scappano, sono la punta dell’iceberg che confermano ciò che già sappiamo e cioè  quanto sia facile far riemergere nella memoria  degli africani il sentimento di rivalsa per le devastazioni compiute dall’uomo bianco durante il lungo dominio coloniale. E ciò consente  ai leaders della Costa d’Avorio, rappresentanti della ricca borghesia compradora indigena, responsabili del collasso economico del paese non meno dei loro tutori euroamericani, di deviare nella direzione sbagliata la collera di milioni di contadini ridotti in miseria dal crollo del prezzo del cacao, mascherando così il livello di corruzione di chi governa il paese.

La sontuosità faraonica della residenza del presidente Laurent Gbabgo ad Abidjan è un imponente monumento alla sua corruzione e a quella dei suoi cortigiani dirigenti del Partito popolare ivoriano regolarmente affiliato all’Internazionale socialista.  E siccome il Golfo di Guinea pullula di emissari americani specializzati nella compravendita di personale politico locale, sono in molti a sospettare su chi e dove il burattinaio che tira i fili dell’ondata xenofoba antifrancese gestita dal presidente ivoriano e dal suo consigliere spirituale, il pastore Moisè Korè, arrivato chissà perché nel momento giusto, dopo un lungo ed agiato soggiorno in quel di Washington.


Chi provoca ed alimenta le guerre africane

Il giornale confindustriale, il Sole 24 Ore, a differenza di Liberazione, ci racconta invece, con dati inoppugnabili, le cause della tragedia ivoriana e ci squaderna con implacabile ferocia pragmatica, ma assolutamente veritiera, gli enormi interessi in gioco nelle tante guerre etniche, tribali, per procura, civili e secessioniste che stanno uccidendo milioni di africani.

Ora tocca alla Costa d’Avorio.

E’ il primo produttore al mondo di cacao il cui prezzo sale o scende a discrezione delle compagnie quotate alle borse di Londra e Parigi, mandando regolarmente in rovina milioni di contadini.

Ma è tuttavia il petrolio ad essere la causa principale della guerra civile ivoriana.

Il Paese paga il prezzo di affacciarsi sul Golfo di Guinea diventato l’epicentro strategico di quella che Il Sole 24 Ore definisce la sfida Francia-USA per il controllo del petrolio africano.

Per non creare malintesi diremo subito che la Francia, anche se delegata dall’ONU, ad intervenire come forza di peace-keeping, non si trova in Costa d’Avorio per ragioni filantropiche.

Nessuno ignora che nel DNA della destra erede del gaullismo il tasso di “grandeur” mutuato dal vecchio pensiero imperiale è ancora molto presente anche se oggi le ambizioni egemoniche di Parigi in Africa sono in fase forzatamente difensiva, peraltro gestite con raffinata abilità diplomatica dai titolari del Quay d’Orsay. Sarebbe tuttavia una infantile stupidità non scorgere nella presente congiuntura internazionale i due diversi approcci che ispirano la politica estera (e quella militare) di Parigi rispetto a quella di Washington e non capire perché l’Unione Africana, mentre appoggia la presenza della Francia in Costa d’avorio, teme come la peste (Nelson Mandela) il costituirsi di una forza di interposizione a comando USA richiesta ripetutamente dagli Stati Uniti.


Dopo l’Iraq risale l’immagine della Francia e cala nettamente quella degli USA

La guerra contro l’Iraq è stata un punto di svolta decisivo di questa sfida franco-americana in Africa.
A sostegno delle posizioni di Parigi  contro la guerra (e di Russia, Cina,Germania, etc.) 51 paesi dell’unione Africana  su 53 hanno duramente condannato l’aggressione contro l’Iraq sostenuti da imponenti manifestazioni antiamericane.

Ed è la Francia che, contrastando la politica delle superpotenze, gode attualmente di un elevato tasso di credibilità tra i governi africani.
Fiducia peraltro ribadita da Thabo Mbeki, presidente del Sudafrica, designato dall’Unione Africana a mediare la crisi ivoriana.

Non è sempre stato così, ovviamente, ma i rapidi cambiamenti geopolitici degli ultimi dieci anni consigliano una più attenta lettura che sappia cogliere le novità presenti nella politica africana di Parigi rispetto a quella di Washington.

E’ dalla crisi dei Grandi Laghi di dieci anni fa che gli Stati Uniti cercano di sloggiare la Francia dalle sue postazioni africane con qualsiasi mezzo e senza badare a spese.

Dopo il genocidio ruandese consumatosi sotto lo sguardo distratto (complice?) dei parà franco-belgi, l’immagine della Francia ne era uscita malconcia. Poi le cose sono via via cambiate.
Il piccolo, bellicoso Ruanda di Paul Kagame è diventato, con l’assistenza militare israeliana e l’avallo del Pentagono, una micidiale macchina da guerra che ha disgregato gli stati confinanti e provocato, a telecamere spente, un terrificante olocausto cinque volte più grande di quello ruandese: 4 milioni di morti in Congo, 300 mila in Burundi.

Dopo di che le guerre per procura si sono estese e moltiplicate e alle spalle dei guerrieri, dei gaglioffi e dei mercenari con la pelle nera e bianca sono spuntate sempre più nitide le immagini della bandiera a stelle e strisce.

Da qualche anno le basi americane stanno proliferando e gli apparati di intelligence, quando non riescono a comprarli, tolgono di mezzo i leader più ingombranti.
Ultimo della serie Laurent Desireè Kabila, presidente della martoriata Repubblica Democratica del Congo.

La competizione tra Francia e Stati Uniti si è via via intensificata dopo che il petrolio  ha cominciato a zampillare sempre più abbondante, oltre che dai pozzi offshore del Golfo di Guinea, anche sulla terraferma, nello spazio subsahariano compreso  tra il Ciad ed il Niger fino alla lontana Namibia.
Molti di questi paesi sono ex colonie del dissolto impero francese.

Retrocessa al rango di ex potenza coloniale declinante, dopo le sconfitte subite in Indocina ed in Algeria, i governi della IV Repubblica, da De Gaulle a Mitterand a Chirac, hanno operato per ricomporre, prima con il bastone e poi con la carota, relazioni meno invasive con i paesi del terzo mondo ma sempre a tutela delle proprie multinazionali  (ELF, TOTAL, BOUYGUES, FRANCE TELECOM etc.), riuscendo così a creare una sorta di Chasse gardè, una riserva di caccia in Africa Occidentale a salvaguardia dei propri interessi.

Ma gli Stati Uniti non sono rimasti a guardare ed hanno ricominciato a mostrare i denti come all’epoca di Teodoro Roosvelt agli inizi del secolo ventesimo.
Le “cannoniere” sono riapparse lungo le coste occidentali dell’Africa ed i vari target della Casa Bianca nella regione sono stati chiaramente esplicitati, prima dell’amministrazione Clinton, poi, con molto meno fair play, da quella di Bush.


Golfo di Guinea: crocevia strategico per il controllo del petrolio

Il controllo totale del Golfo di Guinea può permettere agli Stati Uniti di abbreviare sensibilmente i percorsi delle sue petroliere ed offre margini di sicurezza maggiore rispetto al Medio Oriente diventato un’area troppo turbolenta ed instabile nonché più costosa dal  punto di vista militare.

Per evitare sorprese il Pentagono ha già dislocato forze speciali in Sahel, Mauritania, Mali, Ciad e Niger e progetta una base militare a Sao Tomè. Si sta attuando, dunque, da parte degli Stati Uniti, una vera e propria penetrazione di stampo vetero-coloniale in un’area di vitale importanza strategica, sottratta in parte alla Francia, nella quale giacciono riserve energetiche enormi (valutate in 2000 miliardi di barili) nonché risorse minerarie tra le più ricche del pianeta quali oro, argento, diamanti, uranio, rame, zinco, manganese, cobalto ed il preziosissimo coltan; risorse che, oltre a garantire il pieno alla pompa di benzina, assicurano tutto ciò che serve ad alimentare l’industria bellica e spaziale americana, l’immenso mercato dei telefoni cellulari nonché le play station dei fortunati bambini del nord del pianeta.


Costruzione di un mondo multipolare, questo l’obiettivo di molti paesi africani

Per quanti sforzi facciano gli Stati Uniti per piegarli al loro dominio esclusivo, l’atteggiamento fermo di molti governi africani non lascia dubbi circa la loro volontà di preservare la propria indipendenza con una politica estera finalizzata al formarsi di un mondo multipolare che restringa gli spazi di potenza dell’imperialismo più aggressivo e pericoloso, anche facendo leva, con abilità politica e diplomatica, sui conflitti di interesse che oppongono Francia e Stati Uniti.

Citiamo a titolo di esempio l’atteggiamento di Sam Nujoma, presidente della Namibia, nonché leader storico della Swapo, il movimento di liberazione di ispirazione marxista che ha ottenuto l’indipendenza nel 1990 con l’apporto dei volontari cubani dislocati in Angola.
E’ un personaggio di grande spessore politico che ha vissuto ed attraversato la lunga stagione delle lotte di liberazione in Africa australe contro il Sudafrica razzista, a fianco del leader angolano Agostino Neto. Conosce a fondo le dinamiche politiche ed i ruoli svolti in Africa dalle grandi potenze occidentali ed in particolare quelli svolti da Stati Uniti e Francia, e non si è mai fatto nessuna illusione sul tasso di neocolonialismo sempre presente nelle politiche africane di tutti i paesi dell’Unione Europea, nessuno escluso.
Eppure prima di passare la mano al suo probabile successore, Pohamba, ha voluto compiere un ultimo viaggio a Parigi in un momento in cui la Francia è coinvolta in una crisi come quella della Costa d’Avorio.

Da buon marxista, quando si è trovato a dover scegliere su quali sostegni offrire e su quali contraddizioni far leva non ha esitato.
Ed eccolo qui a Parigi, Sam Nujoma, all’incontro prima con Chirac e poi con il governo francese, a ricordare l’appoggio decisivo ricevuto nel 1990 da Mitterand e dal suo ministro Claude Cheysson contro il diktat americano di negare l’indipendenza alla Namibia senza il preventivo ritiro del contingente cubano.
Parigi si oppose a quel veto e le malconce truppe di occupazione di Pretoria dovettero abbandonare per sempre il paese.

Una breve incursione nel passato ma piena di significato, per evitare equivoci sul presente.

Liberare la politica dagli impulsi irrazionali permette comunque di scegliere quale tra due mali sia quello minore.