Russia, Cina, India : un nuovo “asse” nella politica mondiale?
di Mauro
Gemma e Sergio Ricaldone
L’articolo apparirà nel numero in preparazione della rivista comunista
“L’Ernesto”
La guerra infinita e permanente, considerata il perno del nuovo ordine mondiale
intorno al quale far ruotare l’intera economia, proposta dall’imperialismo
americano in questa fase storica, ha effetti ben più devastanti di quelli
meramente militari. L’uso unilaterale
della violenza e della forza ha però provocato reazioni e conseguenze politiche
impreviste. Sebbene soggetto a fasi di
crescita e di riflusso, il movimento della pace, in tutte le sue varie
espressioni sociali e politiche e nella sua dimensione planetaria, è diventato
e rimane il soggetto centrale della lotta contro la guerra. Quanto sia consistente il suo peso nel
determinare i rapporti di forza su scala mondiale è stato confermato dalla
mobilitazione senza precedenti che ha preceduto l’aggressione all’Iraq e
suggellato la tempestosa fase politica dominata da oltre un decennio dal
dilagante tentativo della superpotenza americana di assumere il controllo
unipolare dei centri di comando che governano l’economia, la finanza e la
politica mondiale.
Forse è arrivato il momento di verificare fino a che punto il progetto
annessionista americano, supportato da un soverchiante potenziale militare in
continua crescita, sia riuscito nell’intento di formare una nuova gerarchia di
poteri che consenta a Washington di imporre la sua volontà in tutte le
istituzioni internazionali.
Il movimento della pace è stato senza dubbio il punto culminante di una
resistenza popolare di dimensione planetaria che ha creato non poche difficoltà
al progetto imperialista. Sarebbe tuttavia riduttivo trascurare tutti gli altri
fattori che concorrono a delineare un giudizio che ridimensiona, e non di poco,
il delirio di onnipotenza che ha segnato la politica americana dopo l’11
settembre 2001.
Potenza
militare e fragilità politica del progetto americano.
Per valutare con buona approssimazione le tendenze in atto nella
politica mondiale e quanto i mutamenti geopolitici possano influire con i loro
mutevoli equilibri sulle scelte tattiche e strategiche dei comunisti e dei
movimenti antimperialisti, conviene partire da un pregnante giudizio espresso
dallo storico Emanuel Todd, un liberale illuminato, autore del libro “Dopo
l’impero” uscito nel 2003, poche settimane prima dell’aggressione USA contro
l’Iraq.
L’autore tende a dimostrare, come ha in seguito spiegato al settimanale
elvetico L’Hebdo a guerra iniziata, quello che poi è successo realmente:
l’aggressione unilaterale contro l’Iraq è stata l’espressione più teatrale del
militarismo della superpotenza che mira ad esibire al mondo la sua forza
soverchiante ma che mostra nel contempo anche una delle sue maggiori debolezze.
Il sistema economico e sociale della superpotenza, basato sul saccheggio delle risorse altrui, la rende estremamente
dipendente dal resto del mondo e molto più vulnerabile di quello che comunemente
si pensa. La tesi dell’autore, già
anticipata con notevole lungimiranza analitica da altri storici americani,
quali Paul Kennedy (Nascita e caduta delle grandi potenze) e Berch Berberoglu
(L’eredità dell’impero), è in grossolana sintesi la seguente: pur avendo
proclamato che i loro veri antagonisti, nonché probabili nemici di future
guerre nucleari, sono i grandi paesi emergenti come la Cina, l’India e la
Russia, le cui dimensioni e il cui potenziale economico e militare in progress
stanno già lavorando ai fianchi ed erodendo le ambizioni planetarie della
superpotenza, gli Stati Uniti si limitano a mostrare i denti a micro-potenze
come l’Iran, la Siria, la Corea del Nord o Cuba. Tutto ciò, ricorda Emanuel
Todd, mostra che l’America è diventata
talmente debole da poter fare la voce grossa unicamente con dei nani
militari. Per restare simbolicamente al
centro del mondo non ha altra scelta che scegliersi degli avversari
insignificanti. L’unica guerra che gli
americani sanno fare oggi, è simile a quella che condussero, ai tempi della
conquista del West, contro i Sioux, i Cheyennes e le altre tribù indiane.
“Credo
che gli Stati Uniti siano soltanto in grado di seppellire l’Iraq sotto le
bombe. Ma non sono assolutamente in
grado di giungere ad un controllo durevole e stabile delle sue risorse petrolifere,
in quanto sarebbe troppo costoso in termini di vite umane. Che ne
siano coscienti oppure no gli Stati Uniti hanno già perso la loro guerra
in Iraq. Quella guerra non farà altro
che accelerare la messa a punto di una coalizione mondiale contro di loro. Il
riavvicinamento tra europei e russi procederà senza sosta, i rapporti con i
grandi paesi dell’Asia peggioreranno e gli Stati Uniti dovranno fare i conti ed
arretrare sul piano diplomatico e politico rendendosi conto di come sia
iniziata la fase di declino della loro apparente fase di onnipotenza.”
Una conferma di questa tendenza al declino arriva anche da alcuni studiosi ed
esperti americani e sudcoreani, quando maliziosamente si chiedono il perché
dello strano atteggiamento assunto dagli Stati Uniti contro la Corea del Nord,
cioè un infinito alternarsi di bugie, minacce di guerra, false promesse, finte
aperture, fallimenti negoziali e ricatti ai paesi alleati, nei confronti di un
paese che nella lista degli “Stati canaglia” emerge come il nemico più odiato
dall’America. Sono in molti a chiedersi
come faccia a reggere la sfida con la superpotenza un paese stremato – cosi si
dice – da una tremenda crisi economica che lo avrebbe ridotto alla fame. Dopo tante minacce di invasione, cosa
impedisce agli Stati Uniti di aggredire, senza incontrare particolari
difficoltà, anche la Corea del Nord?
La risposta è evidente: alle spalle della Corea del Nord incombe l’ombra di due
giganti, la Cina e la Russia, che non hanno nessuna intenzione di assecondare
le pressioni politiche e militari di Washington (1). Non solo. Sono sempre più numerosi i segnali
che si stia precisando anche una strategia comune, concordata da Russia e Cina,
per contrastare il dominio unipolare, costruendo, a partire dall’Asia, un
sistema di relazioni economiche, politiche e militari che sia in grado di
opporre resistenza al progetto annessionista planetario esplicitato, “in nome
di Dio”, dalla leadership imperialista di Washington.
Ciononostante, l’amministrazione di Washington insiste. Nel suo discorso di insediamento al
Dipartimento di Stato, Condy Rice, incurante delle disastrose conseguenze
dell’avventura irachena, ha espresso i due concetti basilari che ispireranno la
sua politica estera nei prossimi anni: ricucire, da un lato, i molti strappi
con i paesi alleati e “amici” (più o meno il resto del mondo), ma, nel
contempo, aggiungere alla lista degli “stati canaglia” altri paesi, in
particolare lo Zimbabwe e la Bielorussia.
Sono aggiunte che estendono il concetto di intervento militare
unilaterale anche in un continente come l’Africa, finora tenuto sottotraccia
dal Dipartimento di Stato, mentre collocano nel mirino del Pentagono un paese
come la Bielorussia storicamente legato al suo potente vicino orientale e
formalmente garantito da un trattato di unione politica e militare con la
Federazione Russa.
Sono scelte, quelle della Rice, imprudenti, oltre che impudenti, che in
entrambi i casi potrebbero far aumentare, anziché diminuire, le prese di distanza
del resto del mondo dalla politica di Washington.
Chi scende e chi sale: confronti e conflitti
economici tra paesi emergenti e dominatori del pianeta.
Per valutare realisticamente quali siano le dinamiche e le dimensioni temporali
di questo declino ed evitare illusioni
su un inverosimile autocollasso dell’impero americano in tempi
ravvicinati, ricadendo negli errori già commessi da storici marxisti negli anni
30 circa gli esiti scontati della crisi generale del capitalismo che si dava
per giunto nella sua fase terminale, occorre individuare nel fenomeno il suo
carattere processuale, cogliendo, senza trascurare la possibilità di eventuali
fasi di recupero temporaneo, l’entità e la continuità storica di questo
declino.
Forse è un po’ esagerato valutare in termini di “apocalisse dietro l’angolo”
l’allarme lanciato da autorevoli
economisti americani come Stephen Roach, capo della Morgan Stanley, quando
dichiara sul “Boston Herald” che gli Stati Uniti non hanno più del 10% di
probabilità di evitare una “Armageddon” economica (G.Chiesa, Stampa,
15/12/2004). Siccome però il deficit
commerciale USA ha dimensioni gigantesche, il dollaro è in caduta libera e le
spese militari fuori controllo, le previsioni di Roach su una “spettacolare
ondata di bancarotte” ed una verticale contrazione dei consumi interni USA non
sembrano essere del tutto infondate.
Guerra, riarmo ed espansione economica sono state per più di trent’anni – dopo
la fine della seconda guerra mondiale – categorie complementari del sistema
americano che hanno permesso agli Stati Uniti di comandare indisturbati nei due
terzi del pianeta. Ma l’età dell’oro è
finita e i numeri sono cambiati, e di molto: nel 2001 il PIL degli USA è sceso
dal 50% al 21%, quello europeo (ancora ristretto a 15 Stati) al 16% e quello
giapponese al 7% con un totale del 44% della produzione mondiale. Non è difficile intuire da chi e dove sia
prodotto il rimanente 56% del PIL mondiale.
E’ sorprendente che questa analisi sul declino dell’impero americano sia
proposta dieci anni dopo gli sconvolgimenti geopolitici degli anni 90 che hanno
radicalmente cambiato i rapporti di forza tra gli Stati e tra le classi,
costringendo il movimento operaio e i movimenti di liberazione ad una
regressione politica, sociale ed ideologica senza precedenti. Sappiamo tutti come è andata: il bastone del
comando è stato confiscato dalla
superpotenza imperialista impegnata a costruire una nuova gerarchia di poteri
mondiali che, dalla condivisione iniziale con i vassalli europei e giapponesi,
è diventata in seguito unipolare, fino a consentire agli Stati Uniti di agire
comunque da soli in qualsiasi parte del mondo anche senza l’avvallo dell’ONU e
della NATO.
Su queste basi si sono costruiti concetti
bizzarri, come quelli scritti, nero su bianco, non più tardi di tre anni
fa, nelle tesi congressuali di Rifondazione comunista: fine delle
contraddizioni interimperialiste, Stati
nazionali in via di estinzione, nascita di una cupola mondiale di potere
titolata a gestire in perfetta sintonia guerra, economia, politica e massacro
sociale. La tesi, dominante fino ad oggi nel movimento, circa l’esistenza di
una cupola mondiale ha fatto si che si sia continuato a combattere una
fantomatica monarchia nel momento in cui il mondo diventava una repubblica
sovraccarica di contraddizioni dirompenti.
Qui c’è uno scarto, una divergenza politica, teorica e strategica che
occorre riconoscere e affrontare apertamente tra le varie anime del movimento
ma soprattutto nel PRC.
Cina e
Russia: si profila una nuova entità geopolitica eurasiatica.
I segni del declino americano e il possibile passaggio da un mondo
unipolare ad uno multipolare sono avvertibili in tutti i continenti, ma con
particolare evidenza sicuramente in Asia.
Cina, Russia e India cominciano a scombinare le pedine della “grande
scacchiera” e appaiono sempre più come i nuovi protagonisti della politica
mondiale. E qui non stiamo parlando delle pur sempre rispettabili
contraddizioni interimperialiste come quelle che hanno opposto la Francia e la
Germania, e poi la Spagna di Zapatero, all’avventura irachena di Bush. L’operazione messa in atto dalla
Triade eurasiatica comincia a mostrare proiezioni temporali e dimensioni
tattiche e strategiche di ben altro spessore e respiro e comprende
collaborazioni, scambi e reciproci sostegni in tutti i campi: politico,
economico e militare. In parole povere
si tratta di un potenziale che si estende su un quarto delle terre emerse e
comprende un terzo abbondante della popolazione planetaria, che considera
giunto il momento di costruire un’alternativa diversa al nuovo ordine mondiale
che gli Stati Uniti cercano di imporre, offrendo, in alcuni casi (valga per
tutti l’esempio di Venezuela e Cuba) una robusta sponda politica ed economica
ai paesi che resistono alle pressioni militari e golpiste dell’imperialismo. E
non è certo privo di significato che, in occasione della recente visita di
Putin in India, per la prima volta in una dichiarazione comune seguita ad un
incontro al vertice tra capi di Stato, Russia e India facciano esplicito
riferimento ad una stabile cooperazione trilaterale con la Cina. “Rilevando con
soddisfazione che gli incontri trilaterali tra i Ministri degli esteri dei tre
Paesi si sono svolti regolarmente…al fine di promuovere la cooperazione
trilaterale, di cui si auspica un progressivo incremento”. (2)
Pechino, Mosca e Delhi stanno diventando le mete sempre più frequentate dalle
leadership statuali di paesi sudamericani, africani ed asiatici che cercano di
sottrarsi al dominio soffocante del neocolonialismo americano. E certe sfide antimperialiste che prima
apparivano temerarie, come appunto quella del Venezuela di Chavez, diventano
ora possibili.
Anche nello spazio ex sovietico le pressioni, separate ma convergenti, del
Pentagono e della Nato (diventate sempre più pesanti dopo gli esiti della
guerra contro la Jugoslavia) stanno producendo risposte adeguate di segno
contrario rispetto a quelle sperate a Washington e a Bruxelles. La Bielorussia che resiste all’avanzata
della NATO, la Moldavia governata dai comunisti, il ricchissimo di materie
prime Kazakhstan riluttante ad essere inglobato nell’area di influenza
americana, ritrovano con la Russia e con la Cina un terreno di intesa e di
collaborazione globale, nonché la forza di resistere alle minacce militari e
golpiste.
Intese e trattati si susseguono senza sosta.
Limitiamoci a individuare solo alcuni dei passaggi più importanti.
Le
relazioni tra Russia e Cina. Quale tipo
di alleanza?
Le relazioni di partnership strategica tra Russia e Cina, che
avevano avuto solenne sanzione con lo storico trattato di amicizia siglato il
16 luglio 2001, hanno ricevuto nuovo impulso con la visita effettuata dal
presidente russo Vladimir Putin a Pechino nell’ottobre 2004. I contenuti economici politici e militari
dei trattati sottoscritti sono di una rilevanza tale da consentire a molti
analisti di affermare che ci troviamo di fronte alla creazione di un vero e
proprio “asse” tra Mosca e Pechino.
Cina e Russia appaiono vicine come mai era accaduto negli ultimi anni: sinonimo
di un’alleanza che oltrepassa ragioni economiche e che esplora nuove dimensioni
che dovranno essere considerate per comprendere maggiormente gli scenari
possibili dell’Asia del futuro.
Sul piano politico, la dichiarazione congiunta russo-cinese
sancisce il reciproco sostegno alla difesa dell’unità nazionale dei due paesi,
insidiata dalla presenza di attività separatiste, notoriamente sostenute dagli
Stati Uniti d’America. La parte cinese
condanna l’azione destabilizzante dei terroristi ceceni nella regione
caucasica, mentre la Russia è pienamente solidale con la Cina sulla questione
di Taiwan e del Tibet e riconosce il suo diritto di legittimo rappresentante
del popolo cinese. Il richiamo al multilateralismo come perno delle relazioni
internazionali ha assunto una particolare enfasi nella dichiarazione congiunta
russo-cinese.
Nell’incontro tra Putin e Hu Jintao è stato ribadito l’impegno ad un ulteriore
sviluppo dell’ “Organizzazione di Shanghai” che nel mese di giugno 2004 aveva
visto un incontro al vertice dei paesi partecipanti alla possente comunità di Stati e l’introduzione di nuovi
significativi capitoli di cooperazione economica, politica e militare. India,
Pakistan, Iran e Mongolia hanno chiesto di aderire a tale organizzazione. Se la
loro richiesta sarà accettata, sorgerà un poderoso organismo comunitario, con
competenze anche in ambito militare, che non ha eguali su scala planetaria.
Anche la collaborazione economica tra Russia e Cina viene consolidata da nuovi,
giganteschi accordi : la Cina prospetta di investire al di là dei confini una
cifra pari a 12 miliardi di dollari entro i prossimi anni e si prevede che, in
tempi ravvicinati, il volume degli
scambi tra i due paesi possa aumentare di ben quattro volte. E’ stato siglato anche un accordo che
prevede svariate forme di collaborazione nel settore della ricerca e della
sperimentazione spaziale compresa la creazione di società miste.
Ma è soprattutto sul piano della cooperazione in campo militare che l’ultimo
vertice russo-cinese ha segnato notevoli passi in avanti ed una novità molto
significativa. Per Pechino la Russia rappresenta sostanzialmente l’unica fonte
di armamenti tecnologicamente avanzati e attualmente la Cina assorbe quasi la
metà delle esportazioni di armi di fabbricazione russa. La tecnologia russa è servita per il
potenziamento della contraerea missilistica, mentre la flotta cinese è stata potenziata con l’acquisto di due
portaerei, sistemi radar avanzati e missili di diversa gittata.
Gli analisti sono concordi nel valutare che la politica di armamenti della Cina
abbia come obiettivo quello di poter competere con gli Stati Uniti e che, in
tale contesto, la sua partnership strategica con la Russia assuma un ruolo
decisivo. Tale da far prefigurare ulteriori
sviluppi dell’alleanza militare. Sempre
in tale contesto la visita di Putin ha avuto come seguito, non certo da
sottovalutare per le implicazioni che esso comporta, la decisione assunta dai
ministri della difesa dei due paesi di dare corso, nel 2005, ad imponenti
manovre militari congiunte. Il che
rappresenta un avvenimento di portata storica.
E’ infatti la prima volta che succede nella storia dei due paesi ed è
ipotizzabile che tale decisione abbia suscitato qualche apprensione al
Pentagono, a cui non è certo sfuggita la sua valenza simbolica. Così come senza
precedenti è l’annuncio del capo di Stato maggiore dell’esercito indiano,
generale N.C. Vij, che - di ritorno da una recente visita in Cina - ha
dichiarato che l’India ha proposto alla Cina di tenere esercitazioni militari
comuni e che Pechino “ha apprezzato la proposta e ha promesso di prenderla in
considerazione” (Corriere della Sera, 7.1.2005).
India-Russia:
nuova collaborazione strategica.
La visita di tre giorni in India effettuata da Vladimir Putin nel
dicembre 2004, ha rappresentato un salto di qualità nelle relazioni di
carattere strategico che i due grandi paesi intrattengono ormai da decenni, e
che sembravano aver subito una battuta
d’arresto nel periodo in cui al governo del grande paese asiatico c’era
la destra nazionalista e ultraliberista del BJP.
Con l’avvento del nuovo governo di centro-sinistra guidato dal Partito del
Congresso (che gode del sostegno esterno dei due grandi partiti comunisti
indiani, che non hanno mancato di rimarcare l’eccezionale importanza delle
intese indo-russe), le priorità di politica estera appaiono sostanzialmente
cambiate, mentre la Russia, dopo le dimissioni di Ivanov (che aveva coniato
l’espressione di “Russia, alleato naturale dell’occidente”) dal ministero degli
esteri e l’arrivo di Lavrov, esprime oggi un maggiore attivismo in materia di
sicurezza nella regione del sud-est asiatico (anche attraverso forme di
collaborazione militare con il Vietnam socialista). Il che fa ritenere che sia proprio Putin tra i più convinti
fautori della leadership russa della necessità di ricostruire una partnership
strategica che presenti la stessa solidità (in assenza, ovviamente, dei
caratteri ideologici di allora), che esisteva al tempo del confronto tra i due
blocchi, quando l’India, per iniziativa dei governi espressi proprio dal
Partito del Congresso, socio fondatore del movimento dei paesi non allineati,
aveva instaurato un rapporto privilegiato di collaborazione con l’Unione
Sovietica.
L’impressione di trovarci di fronte ad una fase decisiva delle relazioni
indo-russe si ricava sia dai contenuti della dichiarazione congiunta siglata a
Delhi, che dai dieci accordi conclusi, che investono gli ambiti più svariati,
dalla ricerca spaziale all’energia, dalla navigazione ai servizi finanziari.
Putin ha affermato che “l’India è il nostro partner privilegiato….dal punto di
vista della collocazione geografica….l’India è sicuramente il numero uno (tra gli
alleati)”.
L’enfasi posta da Putin va interpretata nel contesto geopolitico e in quello
militare. In termini geopolitici
significa che la Russia riconosce la supremazia dell’India nel sub-continente
indiano, mentre sul piano militare Mosca attribuisce all’India lo status di partner
strategico privilegiato.
Riconoscendo il rovesciamento di tendenza rispetto alla scelta filo americana
del precedente governo di destra del BJP, alcuni analisti indiani (e tra questi
anche specialisti che militano nelle file comuniste) sono concordi nel rilevare
che il nuovo governo di centro-sinistra, al contrario, torna a guardare alla
Russia come l’alleato più affidabile.
Bharat Barnad, studioso del New Delhi’s Center for Policy Research,
afferma che “la Russia ha sempre rappresentato il contrappeso dell’America
nelle nostre relazioni, e continuerà a rappresentarlo” (Anjana Pasricha,
“India, Russia to strenghten partnership with Putin visit, 2 december 2004,
Voice of America), dal momento che essa “rappresenta ancora il maggiore
fornitore di tecnologie militari”.
Anche Subhash Kapila del South Asia Analysis Group mette in rilievo come, nel
determinare i più recenti approcci della politica estera indiana, abbia inciso
l’evidente raffreddamento delle relazioni con gli Stati Uniti. “All’inizio del nuovo millennio, l’India si
apprestava a stringere una relazione da “alleato naturale” degli Stati
Uniti…..Ma nel corso degli ultimi quattro anni, gli Stati Uniti non hanno
voluto onorare gli impegni presi con l’India attribuendole la preminenza nella
regione…..Gli Stati Uniti sono tornati alle formulazioni della Guerra Fredda
circa la priorità strategica del Pakistan nell’Asia Meridionale” (Subhash
Kapila, “Russia rekindles strategic partnership with India”, South Asia
Analysis Group, Paper no.1180).
Non è quindi privo di significato, che va ben al di là della specifica
iniziativa, che la Russia abbia assunto l’impegno a sostenere la candidatura
dell’India al seggio, con diritto di veto, nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU,
ottenendone in cambio la garanzia che l’India si pronunci, in tutte le sedi
internazionali, a favore del suo ingresso nell’0rganizzazione Mondiale del
Commercio.
Ma è sul piano della collaborazione militare che si sono registrate intese
particolarmente rilevanti: anche con l’India, come già con la Cina, Mosca ha
stabilito di procedere in tempi brevi all’effettuazione di manovre congiunte in
grande stile delle forze armate dei due paesi.
Fino a che punto questi elementi dinamici della politica internazionale siano
percepiti ed incidano sulle scelte dei partiti comunisti lo si può constatare
dall’ampio spazio riservato dai mezzi di informazione della sinistra (in
particolare in grandi paesi interessati agli sviluppi di questi processi, come
l’India e il Brasile), per i quali una corretta analisi delle contraddizioni
esistenti su scala planetaria, la dimensione internazionale dello schieramento
antimperialista e la lotta per la pace appaiono la priorità strategica nella
fase politica attuale. Le incalzanti
iniziative di Cina, Russia, India, Brasile, Sudafrica, Cuba, Venezuela, Vietnam
sono pertanto considerate parte integrante dei processi che possono cambiare i
rapporti di forza con l’imperialismo su scala mondiale. Tutto ciò che contribuisce al contenimento
del potenziale aggressivo della superpotenza, al suo declino ed al passaggio ad
un mondo multipolare, favorisce le politiche di sviluppo economico e sociale
dei paesi emergenti e del terzo mondo.
Lo ricorda Rolando Carmona,
dirigente del Partito Comunista del Brasile quando scrive che gli accordi
stipulati dal Brasile “con paesi come
la Cina, la Russia, l’India e il Sudafrica, attualizzano il concetto di
alleanza sud-sud e favoriscono la vittoria delle lotte per i cambiamenti nel
nostro paese” (http://www.vermelho.org
, 27/11/2004). Lo rileva, su un altro versante, anche Il Sole-24 ore (11.11.2004)
quando evidenzia, con preoccupazione, “i due insuccessi strategici, americano
ed europeo,…nel negoziato multilaterale in ambito WTO”. Il che delinea “uno
scenario completamente nuovo” e “nuovi equilibri”, con “Cina, Russia, India,
Brasile e Sudafrica allineati sulle stesse posizioni”. Dove, sempre secondo il
giornale di Confindustria,
“l’elemento stupefacente è che, a 15 anni dalla caduta del Muro, un Paese
comunista (la Cina), che esercita un forte controllo politico e un marcato
dirigismo in materia infrastrutturale, sconfigga due giganti come Stati Uniti
ed Europa”.
Note
(1) Non meno significativo il sostegno cinese a Cuba,
enfatizzato nel corso di due importanti incontri ai massimi livelli svoltisi
nei mesi scorsi. Durante una visita a Pechino di José Ramon Machado,
vice-presidente del Consiglio di Stato e membro del Burò Politico del Partito
comunista di Cuba, nel corso dell’incontro col Presidente cinese Hu Jintao (che
è anche Segretario generale del PCC), questi ha dichiarato che “la Cina
ribadisce il suo sostegno a Cuba…a prescindere da qualsiasi circostanza sul
piano internazionale…e il sostegno cinese alla lotta del popolo cubano contro
le aggressioni straniere e in difesa della sovranità e dell’indipendenza
dell’Isola”. “Negli ultimi anni – ha proseguito il leader cinese – Cina e Cuba,
così come i partiti comunisti dei due paesi, hanno rafforzato i rapporti di
fiducia reciproci ed hanno esteso la loro collaborazione in vari campi. Entrambi
i partiti aderiscono al socialismo e sperimentano una via di sviluppo coerente
alle loro condizioni nazionali”. Per parte sua Machado “ha ribadito la
decisione cubana di rafforzare la collaborazione con la Cina in tutti i campi;
e ha ricordato che il PC di Cuba e quello cinese si sostengono reciprocamente
nella costruzione del socialismo nei rispettivi Paesi e cooperano strettamente
nelle questioni internazionali” (Granma, 27.09.2004).
Concetti analoghi sono stati ribaditi durante l’incontro con Fidel Castro in
occasione della visita a Cuba del leader cinese Hu Jintao svoltasi nel novembre
scorso, durante la quale “il presidente cinese ha concluso importanti accordi
commerciali e di cooperazione economica con l’isola” (Repubblica, 26.11.2004).
Sono sempre gli osservatori occidentali a rilevare che le varie iniziative
cinesi “di sostegno all’isola caraibica, in ginocchio a causa della crisi
economica, sono uno schiaffo per gli Stati Uniti, che hanno imposto al Paese un
duro embargo” (idem).
(2)Un aspetto importante di tale “cooperazione trilaterale” tra
Russia, Cina e India si è potuto verificare in modo stringente in occasione
dell’ affare
Yukos, ovvero della sostanziale decisione di Putin di
rinazionalizzare in Russia i centri fondamentali di controllo delle fonti di
energia. Come rileva Il Sole-24 ore (23.01.2005), “la
nazionalizzazione di Yukos ha contrariato gli occidentali, così che per
finanziare l’acquisto di Yuganskneftegaz, il “pezzo forte” della compagnia,
Mosca si è rivolta ai cinesi e agli indiani : entrambi affamati di energia per
sostenere la crescita”. Il che ha avuto come conseguenza “l’imminente divisione
degli asset
della compagnia tra Russia, Cina e India”. Dove l’impresa statale
indiana avrà “il 15%…mentre la cinese CNPC (statale) punta ad un accordo
globale che oltre all’acquisto del 20-25% di Yuganskneftegaz dovrebbe garantire
la fornitura di almeno 200 milioni di barili di greggio russo (annui)”, pari al
20% delle importazioni totali di greggio che la Cina prevede per il 2005.