ripreso in http://www.kprf.ru , sito internet del PC della Federazione Russa
24 marzo 2005
La “Rivoluzione dei tulipani” e il caos nello spazio post-sovietico
di Anton Surikov
Gli insuccessi ripetuti
in Iraq hanno costretto Washington a correggere la strategia del proprio
comportamento nell’arena internazionale. Non rinunciando completamente all’uso
della forza, gli americani pongono sempre maggiore attenzione all’utilizzo di
strumenti non militari per raggiungere i loro obiettivi di politica estera.
Così si fa leva sul meccanismo della “gestione del caos”, quando, pur non
ostentandolo, si affida un ruolo essenziale alla collaborazione con gli
islamisti radicali. E non solo nel Medio Oriente, ma anche nello spazio
post-sovietico. Perciò, più complicata diventa per gli USA la situazione in
Iraq, più fortemente si manifesta il loro “ardore rivoluzionario” nel Caucaso
Settentrionale e in Asia Centrale.
Allo stesso tempo il Caucaso Meridionale è quasi uscito dal centro della loro
attenzione. Così, gli americani hanno acconsentito al trapasso del potere da
Alyev-padre al figlio a Baku (Azerbaigian),
mentre la “rivoluzione di velluto” è stata rimandata a tempi migliori a Jerevan
(Armenia). Per quanto riguarda
Tbilisi (Georgia) gli americani
si sono convinti che Saakashvili non è in grado di risolvere i problemi
dell’Abkhazia e dell’Ossezia Meridionale. Una spiacevole impressione ha
esercitato su di loro l’assassinio di Zhvania, a cui avevano cominciato a
guardare come ad un’alternativa allo stesso Saakashvili. In altre parole, si è
manifestata una crisi sul piano progettuale. Per questa ragione, l’attività
degli americani in Georgia si è fino ad ora limitata alla pressione sulla
Federazione Russa, per ottenere al più presto la liquidazione delle nostre basi
militari.
Nel Caucaso Settentrionale, al contrario, l’attivismo di Washington è
rilevante. Non si esprime in modo diretto, perché ciò entrerebbe in
contraddizione con gli accordi raggiunti al vertice di Bratislava, ma
attraverso l’Arabia Saudita che ha legami ideologici strettissimi con lo
sceicco Abdulkhalim che dovrebbe succedere a Maskhadov e che è un feroce
sostenitore della continuazione della “guerra santa”. Non è escluso che nei
prossimi mesi questo attivismo si traduca in massicce azioni di terrore
individuale o di massa allo scopo di destabilizzare la nostra situazione
interna.
Ma al momento attuale, al primo posto, al centro dell’attenzione di Washington
nello spazio post-sovietico, si è venuta a trovare la Kirghizia, in cui è stato
appena estromesso il regime di Akayev. Sembrerebbe che la “rivoluzione dei
tulipani” kirghiza rappresenti solo l’inizio
di un “grande gioco”, il cui scenario potrebbe essere presto tutta
l’Asia Centrale. La causa principale di ciò deve essere ricercata
nell’inasprimento delle contraddizioni cino-americane.
Negli ultimi tempi Pechino ha indirizzato la sua politica verso nord. Lo
testimonia la sua partecipazione all’espropriazione di “Iuganskneftegaz”,
l’assicurazione del proprio consenso all’ingresso della Federazione Russa nel
WTO, il rafforzamento del contingente di forza lavoro cinese migrante nel
nostro Estremo Oriente. Allo stesso tempo la Cina ha di fatto dato carta bianca
alla Repubblica Democratica Popolare di Corea nella sua scalata antiamericana
nella sfera nucleare, ha rafforzato il suo sostegno politico all’Iran, ha
approvato la legge che legalizza una possibile invasione militare di Taiwan.
Tutto ciò è stato estremamente doloroso per Washington, che, assicuratasi
l’appoggio del suo alleato, la Gran Bretagna, ha adottato misure di risposta in
Asia Centrale.
Lo scenario qui consiste nella conseguente destabilizzazione della Kirghizia,
dove con la rimozione di Akayev il caos è solamente iniziato; in seguito tale
scenario dovrebbe ripetersi nella valle di Fergana con l’inclusione delle
regioni di Tashkent e di Koresm, poi nel Kazakhstan meridionale e nella regione
di Leninabad (Khuzhan) in Tagikistan. Le forze islamiste, della narcomafia e le
elite regionali scontente sono in pratica già schierate ovunque. Se tale piano
fosse attuato, verrebbe creata una poderosa piazza d’armi per esercitare
pressione sul Sing Kiang cinese, popolato dagli uighuri musulmani. Ma, sebbene
il trionfo del “caos manovrato” possa arrecare alla Cina una mole di
inconvenienti, comunque non è ancora il caso di fare conto sulla
destabilizzazione del Sing Kiang.
In ogni caso, alcuni obiettivi dell’Occidente, in primo luogo degli inglesi,
sono stati pienamente raggiunti. Proprio a Londra si trova il quartier generale
del partito radicale “Khisb-ut-Takhrir-al-Islami”, che partecipa in modo attivo
alla rivoluzione kirghiza. Come è noto, gli inglesi hanno forti posizioni anche
nel nord del vicino Afghanistan. Qui è piazzato il loro contingente militare.
Inoltre, essi rispondono ufficialmente della lotta con il traffico di droga in
tutto il territorio del paese. C’è da dire che la produzione dell’eroina in
Afghanistan dal momento dell’abbattimento del regime dei talebani, secondo i
dati dell’ONU, è cresciuta di quaranta volte. Il governo di Karzai non
controlla la situazione nel paese, tranne che a Kabul, mentre tra le forze
della NATO e i signori locali esiste un tacito accordo, in base al quale gli
afgani non attaccano le “forze di pace”, e queste, a loro volta, chiudono un
occhio sul traffico di stupefacenti. In pratica i servizi speciali britannici
in Afghanistan assicurano la “protezione” al commercio delle droghe.
Una situazione analoga si registra nel Pamir, che oggi è completamente aperto
al narcotraffico: recentemente da lì sono state ritirate le ultime truppe di
frontiera russe e l’unica forza influente sul posto è il “Fondo Aga Kan IV”, il
cui quartier generale è pure dislocato a Londra. Se ad Osh e, più in generale,
in tutta la valle di Fergana e attorno ad essa il reale controllo passasse al
“Khisb-ut-Takhrir”, allora in direzione nord si riverserebbe un’ondata di
profughi e la strada del traffico di droga dall’Afghanistan alla Federazione
Russa sarebbe sgombra.
E da noi, sempre secondo i dati forniti dall’ONU, ci sono già più di un milione
di eroinomani, vale a dire nove volte di più che nel 1995. Inoltre, tra 3-4
anni gli inglesi potrebbero essere in grado
di trasportare la produzione di oppio e di eroina direttamente nella
valle di Fergana. Vale a dire, in altre parole, il “narco-Afghanistan” verrebbe trasferitomille chilometri più a nord.
A differenza degli alleati britannici, gli obiettivi degli americani in Asia
Centrale appaiono più sfumati. Naturalmente, a parte l’obiettivo di trasformare
Osh e Fergana in un poligono per la preparazione della “rivoluzione sociale
permanente islamica” e in una piazza d’armi per la sua esportazione nel
Kazakhstan e nelle regioni russe del Volga e degli Urali, dove dovrebbe
unificarsi con la “guerra santa” caucasica. Un altro obiettivo evidente è
quello di sbarrare il possibile transito del petrolio dal Kazakhstan
occidentale verso la Cina. D’altro canto non si capisce, di fronte a tali
sviluppi, quale potrà essere la funzione delle basi americane a Khanabad e a
Manas. In verità, queste installazioni sono collocate lontano, ai margini della
valle di Fergana. Se gli USA si dovessero accordare con i clan settentrionali
della Kirghizia, con quelli di Kuljab in Tagikistan e con i clan di Samarkanda
e Bukhara in Uzbekistan in merito alla frammentazione degli stati dell’Asia
Centrale, allora teoricamente le basi potrebbero essere mantenute.
Ma contare sul fatto che il caos possa essere contenuto entro limiti
territoriali è da considerarsi perlomeno un’ingenuità. Così come il fatto che
il caos non possa sfiorare la Turkmenia. Dal momento che, secondo alcuni
segnali, gli americani avrebbero intenzione di intimidire il “Turkmenbashi” (il tiranno locale) con l’aiuto degli
islamisti, allo scopo di ottenere il suo accordo alla dislocazione di truppe
USA in questa repubblica ricca di petrolio e di gas. Se ciò dovesse accadere,
gli americani arriverebbero al Caspio da est e completerebbero l’accerchiamento
dell’Iran. Ma la realizzabilità di tale scenario è messa in dubbio dalla
possibilità di contromosse dello stesso Iran e dall’impossibilità di
controllare completamente il partito “Khisb-ut-Takhrir”.
In un modo o nell’altro, gli americani e gli inglesi hanno avviato un gioco
pericoloso con l’islam radicale. Pericoloso non tanto per loro stessi (si
trovano troppo lontano) e neppure per la Cina, quanto per noi. C’è da dire che,
al vertice di Bratislava, Bush ha promesso, su richiesta del Cremlino, di non
acutizzare la situazione in Russia né attraverso il Caucaso, né con altri
mezzi. Inoltre, dopo Bratislava Bush avrebbe diramato una direttiva ai servizi
speciali americani perché “tallonino” quei nostri concittadini che, trovandosi
in Occidente, esercitino attività dirette contro il Cremlino. In particolare su coloro che cerchino
contatti con Soros e Berezovskij. Ma, in realtà, gli americani promettono al
Cremlino una cosa e ne fanno un’altra. Dal momento che è la stessa
amministrazione Bush a non controllare i propri servizi speciali. Cosa che
peraltro non sorprende affatto.
Traduzione dal russo di Mauro Gemma