Venezuela: il governo bolivariano continua a reggere la
sfida antimperialista e la Bolivia di Evo Morales ne segue l’esempio.
Cuba è sempre meno sola.
di Sergio Ricaldone
Cosa che pareva inimmaginabile
solo qualche anno fa, l’imperialismo americano, in apparenza invincibile,
appare sulla difensiva anche nel “cortile di casa”. A conti fatti sembra che nella presente congiuntura
internazionale sia soprattutto l’America Latina a beneficiare dei tonfi
politici e militari della Casa Bianca.
E gli exploit del Venezuela continuano ad occupare molto spazio
mediatico e a seminare imput incoraggianti alle varie forme di resistenza
antiyankee che stanno contagiando il continente sudamericano.
Per capire meglio la reale entità dei cambiamenti in atto in quella parte del
mondo, fino a poco tempo fa totalmente infeudato all’imperialismo yankee,
conviene partire da quello che appare il punto più alto dell’espansionismo
imperiale della superpotenza, squadernato, nel 1997, con la brutale franchezza del vincitore, nel libro di Zbgniew
Brezinski “La grande scacchiera”. Un
libro considerato, a ragion veduta, la
Bibbia dell’imperialismo americano in cui l’autore espone, con lucida
razionalità, i passaggi chiave del nuovo
ordine mondiale a gestione unipolare americana, dopo la caduta del suo
principale antagonista, l’Unione Sovietica.
La priorità strategica, descritta in quel libro con grande chiarezza e
molti dettagli, prevedeva l’assunzione del controllo globale, assoluto e irreversiibile,
da parte della superpotenza, di tutte le fonti energetiche del pianeta
attraverso l’impiego combinato degli strumenti classici usati dall’imperialismo
americano fin dai tempi di Theodoro Roosvelt: la potenza militare e
finanziaria, la corruzione e il terrorismo.
L’entità del bottino energetico previsto dalla “Grande Scacchiera” era enorme:
America Latina, Africa, Medio Oriente, Asia.
La stessa Russia piombata in una fase di disintegrazione balcanica dalla
gestione etilica di Boris Eltsin e consegnata nelle mani rapaci della nuova oligarchia,
appariva disponibile a rendersi complice del progetto americano. Il nuovo impero mondiale sembrava cosa fatta
dopo che Bill Clinton dichiarò che la Casa Bianca e il Pentagono avevano
pianificato la possibilità di sostenere tre guerre in contemporanea, ad alta
intensità, in qualsiasi parte del mondo e contro qualsiasi nemico.
Uno spettro si aggira per le strade
di New York……….
Otto anni dopo, apro un giornale ( la Stampa del 7/12/05) e, anziché i segni
consolidati di grandeur del nuovo impero mondiale, leggo esterrefatto che nel
Bronx alcune autocisterne con la sigla della società petrolifera del Venezuela,
la CITGO, stanno distribuendo gasolio pressoché gratuito agli abitanti di
questo quartiere di New York che, assiepati a migliaia lungo la 176a Strada,
invocano a gran voce il nome di Hugo Havez e di Fidel. Scene analoghe si erano già svolte qualche
giorno prima a Boston e New Orleans. E
per sua fortuna il Dipartimento di Stato ha negato il visto ad un gruppo di
medici cubani disposti a curare gratis, almeno una cifra simbolica dei 46
milioni di americani totalmente privi di assistenza sanitaria, altrimenti ne
avremmo viste delle belle.
Ho l’impressione che i banali fatti di cronaca del Bronx segnalino che,
rispetto alle ambizioni di dominio planetario proclamate otto anni fa dalla
superpotenza, qualcosa sia andato storto.
Il prezzo del greggio è più che raddoppiato e il controllo di Washington
sulle fonti energetiche non è affatto migliorato. La rapina a mano armata del petrolio iracheno sta richiedendo dei
prezzi politici e militari disastrosi, mentre si palesa sempre più nettamente
un fronte di resistenza dei paesi produttori alla testa dei quali emergono la
Russia, l’Iran e il Venezuela. La pur soverchiante
potenza militare e finanziaria dell’imperialismo americano non è dunque
riuscita ad assumere il controllo globale delle risorse energetiche, pilastro
principale del suo nuovo ordine mondiale. Curioso osservare come sia stata una pedina marginale del grande
gioco planetario a scombinare la partita della “grande scacchiera” che gli
Stati Uniti erano sicuri di vincere.
Il nome di questa pedina si chiama Venezuela.
La sfida lanciata da Hugo Chavez al
gigante del nord è di quelle che fanno
tremare i polsi al più temerario dei guerrieri. La sua stretta amicizia con Cuba e le sue coraggiose riforme
politiche ed economiche, tutte di segno antiliberista, a partire dal controllo
statale sulla produzione e il commercio del greggio, sono andate ben al di là
della border line di tollerabilità imposti storicamente da Washington a tutta
l’America Latina. Colpi di stato e
sbarchi di marines sono stati compiuti contro governi e paesi molto meno ostili
di quello di Caracas. Non è un caso se
tra i molti guastafeste, il Venezuela era stato collocato in una posizione di
tutto rispetto nella lista nera degli “stati canaglia”. Ma le pressioni e le minacce della
superpotenza non sembrano avere spaventato molto il governo di Hugo Chavez che
continua per la sua strada, e il personaggio sta assumendo lo spessore ed il
prestigio di un vero leader della resistenza antimperialista. Non a caso contro di lui si sbizzarrisce la
fantasia complottarda dei consiglieri di Bush.
Imprevista unanimità per Chavez al Parlamento di Caracas.
E’ curioso notare come nelle ultime elezioni del Parlamento di Caracas, del
novembre 2005, la coalizione
bolivariana di Hugo Chavez abbia potuto conquistare tutti quanti, nessuno
escluso, i 167 seggi dell’Assemblea Nazionale.
Scandaloso! Urlano indignati i tutori della democrazia yankee. Non era mai successo altrove, nemmeno nella
Mongolia di Gengis Khan.
La spiegazione è semplicissima: tre giorni prima delle elezioni l’opposizione
antichavista si è ritirata dalla competizione non fidandosi (così è stato
detto) del voto elettronico il cui sistema pare sia stato allestito con
ostentata sicurezza da una multinazionale americana. Lo stesso Josè Albino, il portoghese a capo della missione
dell’UE, incaricata di sorvegliare la regolarità del voto, è caduto dalle
nuvole: “Per quale ragione si ritirino gli oppositori di Chavez non lo capisco
proprio”. E si è pure arrabbiato in
quanto, ligio al suo ruolo super partes, aveva ottemperato a tutte le richieste
(anche le più infantili e banali) dei nemici di Chavez. Era stato persino avallato uno scandaloso
squilibrio di mezzi mediatici simile a quello di cui gode Berlusconi in
Italia. In Venezuela infatti la
maggioranza delle reti televisive e i principali giornali sono nelle mani
dell’opposizione e stabilmente impegnati a diffamare e demonizzare il governo
bolivariano. Ciò nonostante, alla
vigilia delle elezioni, i sondaggi annunciavano un'altra solenne sconfitta
dell’opposizione antichavista.
E’ stato a quel punto che l’emissario della strategia golpista di Washington e
mente storica del terrorismo CIA in America Latina, John Dimitri Negroponte, ha
avuto la geniale pensata di sottrarre i suoi agenti di Caracas dalla vergogna
di una nuova clamorosa sconfitta, invitandoli a disertare le urne, in modo da
fare apparire la vittoria di Chavez cosi plebiscitaria da risultare truccata
agli occhi dell’opinione pubblica americana.
Un modo un po’ bizzarro di inventarsi una dittatura e un colpo di stato
immaginari costruiti e messi a punto nei laboratori degli stregoni che ispirano
l’opposizione contro Chavez per poter ribadire l’esigenza di riportare la
democrazia yankee in Venezuela.
Negroponte e Bush sperano ovviamente che il mondo occidentale reagisca con
furore contro lo sfrontato sfidante bolscevico di Caracas. Soffiano sul fuoco i giornali e la TV nelle
mani dell’opposizione. Lo ripetono l’ondata di messaggi che inondano i computer
delle agenzie di mezzo mondo. Ma il
mondo, soprattutto quello latino-americano, è un po’ cambiato dopo l’avventura irachena
e guarda con più disincanto gli
esportatori di democrazia che stanno a nord del Rio Grande.
Anzi, pochi giorni dopo, a Montevideo, Chavez ha firmato in tutta calma
l’ingresso del Venezuela nel Mercosur, invitato da Argentina, Brasile, Cile,
Uruguay. Pentagono e Casa Bianca si domandano come il quinto produttore
mondiale di greggio sia potuto sfuggire al loro controllo Avrebbero una voglia matta di inviare una
squadra navale a Maracaibo per regolare i conti con Hugo Chavez, ma sanno che è
molto pericoloso accendere un solo fiammifero tra i pozzi off shore del mar
delle Antille, ormai passati sotto il controllo del governo venezuelano. E il petrolio di Caracas è oggi più che mai
necessario agli Stati Uniti. I falchi
di Washington devono limitarsi ad osservare con molto disappunto che i punti di
carico del greggio venezuelano sono sempre più frequentati da petroliere
battenti bandiere e destinazioni diverse da quelle esclusivamente casalinghe di
Huston e New Orleans dove finiva praticamente tutto il greggio estratto in
Venezuela.
E tra i nuovi clienti figurano – quale orrore! – il più temibile dei
competitori strategici, la Cina, e uno dei più odiati “stati canaglia”, Cuba.
Sudamerica: inizia una fase di
profondi cambiamenti geopolitici.
Resta da chiedersi come abbia fatto il Venezuela bolivariano, nano
insignificante dal punto di vista economico e militare, a diventare, in
sintonia con Cuba, il soggetto politico trainante delle iniziative che stanno
mettendo a dura prova i rapporti neo coloniali di Washington con l’intero
Sudamerica.
Per valutare quale sia l’attuale proiezione geostrategica del Venezuela nella
politica internazionale e la sua “forza propulsiva” sui movimenti di resistenza
antimperialisti non è superfluo ricordare che tutta l’America a sud del Rio
Grande, fino alla Terra del Fuoco, è stata totalmente infeudata per decenni
alla sovranità della Casa Bianca e ai suoi apparati repressivi. Ricordiamo con quale violenza e ferocia
furono schiacciati nel sangue i tentativi eroici di molte avanguardie armate (i
montoneros, i tupamaros, le guerriglie amazzoniche) ma anche i grandi movimenti
di massa e i tentativi democratici e pacifici espressi da Arbenz in Guatemala,
da Allende in Cile, da Noriega a Panama.
Credo che dal Nicaragua al Salvador, al Perù, all’Argentina, siano pochi gli
Stati sudamericani che non hanno conosciuto la ferocia degli squadroni della
morte addestrati nella scuola della CIA di Forte Bragg. Una pratica tutt’altro che sconfitta
purtroppo. Uno dei suoi istruttori,
James Steel, che si è fatto le ossa in Salvador trucidando 70 mila campesinos
salvadoregni, si trova attualmente in Iraq (lo denuncia il New Yorker Magazine)
per addestrare allo stesso modo e con lo stesso nome – Special Police Commandos
- 5000 soldati di elite di Saddam
Hussein. Ossia una nuova tecnologica
Gestapo in piena regola, che tuttavia si tiene lontana dall’America Latina dove
tira una brutta aria per i super Rambo
di Langley. Soprattutto dopo che il 6
novembre scorso, a Mar della Plata, il presidente Bush ha deciso di risalire a
bordo, piuttosto abbacchiato, del suo Air Force One, abbandonando con un giorno
di anticipo il Vertice delle Americhe dopo che era stata respinta la sua
proposta di creare una zona di “libero scambio” dall’Alaska alla Patagonia.
“Il grande sconfitto di oggi è Bush. Il suo programma di “libero scambio” è
morto e seppellito” ha dichiarato
Hugo Chavez davanti alle 50 mila persone riunite nello stadio di Mar della
Plata, che hanno salutato la partenza del presidente americano al grido “Bush
fascista, sei tu il terrorista”.
Evo Morales aggancia la Bolivia
al treno della liberazione antimperialista.
Con la vittoria del socialista Evo Morales in Bolivia si conferma la volontà di
seguire la traccia aperta dalla rivoluzione bolivariana e di restituire al popolo
boliviano la piena sovranità sulle sue risorse naturali: il gas, l’acqua, le
miniere, l’agricoltura (coca inclusa).
E’ una nuova convincente conferma che dalla fase delle sconfitte i
movimenti antimperialisti in America Latina stanno imponendo una inversione di
tendenza. Il 30 settembre 2005, due
settimane dopo la sua grande vittoria elettorale, il primo viaggio all’estero
del neopresidente socialista boliviano ha avuto come meta Cuba e l’amico Fidel. Un incontro che lo scrittore e parlamentare
argentino Miguel Bonasso ha definito storico ed uno dei primi passi per la
costruzione della Patria Grande en America liberata dall’imperialismo
nordamericano. L’accordo di
cooperazione bilaterale, siglato solennemente all’Avana, garantirà l’arrivo in
Bolivia dei due “prodotti” di esportazione, tipici di Cuba socialista: i medici
e gli alfabetizzatori. Possiamo
immaginare quanto sia stato gratificante per il popolo cubano ed il suo leader
osservare quali risultati stiano producendo gli insegnamenti della rivoluzione
cubana.
Capita spesso di ascoltare, o leggere nella nostra madre lingua, momenti di
profonda delusione per la caduta di impegno verticale, in Italia e in Europa,
del movimento pacifista e di quello no global.
Ciò che sta accadendo in controtendenza in Sudamerica conferma invece
che l’avanzare dei processi di liberazione dal dominio e dalla guerra dipende,
oggi come ieri, non da un solo soggetto
contrapposto ad una fantomatica cupola mondiale di potere, ma da un
insieme di fattori definiti dalla cultura marxista contraddizioni
antimperialiste, rintracciabili, con maggiore o minore intensità, nel
dirompente riemergere di entità sociali e interessi nazionali di popoli sempre
meno disponibili a piegarsi al dominio unipolare della superpotenza.
Contraddizioni le cui dinamiche vengono squadernate con grande efficacia da un
autorevole esponente dello stesso movimento antiglobal, Walden Bello, nel suo
ultimo libro Domination: “I grandi imperi paiono ora, come in
passato, imbattibili. Ma tanto più si
espandono quanto più, paradossalmente, si indeboliscono. E mentre diventano man mano più fragili,
necessitano di sfruttare ancora più paesi, aumentando le spese, rendendo più
difficili le relazioni internazionali, esponendosi ad attacchi potenzialmente devastanti. Un circolo vizioso obbligato che,
storicamente, accomuna gli imperi all’alba della loro fine. Benché gli Stati Uniti siano ancora la prima
potenza mondiale, il loro sistema di dominio globale è oggetto di un pesante
attacco e forse è già iniziato il processo che porterà al suo disfacimento” (Ed. Nuovi Mondi Media , 2005, pag. 290)
Sergio Ricaldone