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Da http://www.materik.ru
 
Russia e Cina nel groviglio dell’Eurasia
 
Resoconto della conferenza di Mosca, a cui hanno partecipato studiosi russi e cinesi
 
20 settembre 2006
 
Il 18 settembre a Mosca, l’Istituto dei paesi della CSI (Russia) in collaborazione con l’Istituto dello sviluppo sociale di Europa e Asia (Cina) ha organizzato la conferenza internazionale “Russia e Cina nel groviglio dell’Eurasia”. Alla conferenza hanno preso parte eminenti studiosi di Russia, Cina e paesi dell’Asia Centrale.
 
Particolare attenzione è stata concentrata sui seguenti temi:
 
1. Il ruolo delle relazioni russo-cinesi nel futuro del continente eurasiatico.
 
2. L’Asia Centrale nella situazione attuale. La condizione e le prospettive dei paesi dell’Asia Centrale. L’influenza dei centri mondiali formali e informali sulla situazione in Asia Centrale.
 
3. Gli interessi di Russia, Cina, USA e degli altri centri di forza in Asia Centrale. La collaborazione e (o) la competizione in Asia Centrale e, più in generale, in Eurasia.
 
4. Le minacce alla regione dell’Eurasia e i modi per contrastarle.
 
5. L’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e gli altri progetti interstatali: l’agenda per il XXI secolo.
 
La relazione del direttore dell’Istituto dei paesi della CSI Konstantin Zatulin ha evidenziato con precisione e nei dettagli alcune questioni essenziali.
 
In primo luogo, a parere del politologo, i nuovi stati indipendenti dell’Asia post-sovietica hanno ricevuto la sovranità in assenza di qualsiasi seria condizione che li mettesse in grado di esercitarla. E’ ciò in particolare che differenzia le elite dell’Asia Centrale dalla classe dirigente dei paesi baltici o, almeno per certi aspetti, dell’Ucraina.
In secondo luogo, ciò che è accaduto dopo la proclamazione formale dell’indipendenza di Kazakhstan, Kirghizia, Uzbekistan, Turkmenia e Tagikistan non ha condotto alla formazione di un’autentica, effettiva statualità.
 
In terzo luogo, dopo gli attentati terroristici del 2004 in USA, gli Stati Uniti hanno concentrato la loro attenzione sui processi in corso nell’Asia Centrale. In alcuni nuovi stati indipendenti sono state rapidamente create e rafforzate piazzeforti della presenza militare ed economica americana.
 
In quarto luogo, in ragione della molteplicità delle cause oggettive e soggettive che hanno favorito la presenza delle elites militari ed economico-finanziarie dell’Occidente, hanno avuto origine processi che minano la stabilità dei regimi politici degli stati post-sovietici, mettendone addirittura in discussione l’esistenza.
 
In quinto luogo, i principali centri di forza storicamente costituitisi in Eurasia, mentre nella fase iniziale dell’espansione dell’Occidente non sono sembrati in grado di elaborare una strategia per la stabilità continentale, negli ultimi due anni e mezzo hanno compiuto passi significativi verso la definizione di una posizione comune di Mosca, Pechino, Teheran, Delhi e Islamabad di fronte al sistema USA di dominio militare e politico in Asia Centrale.
 
Vivo interesse ha suscitato tra gli studiosi russi l’intervento, estremamente approfondito, per molti versi inaspettato, per la franchezza e l’assenza di “diplomazia” che lo hanno caratterizzato, del direttore dell’Istituto di sviluppo sociale di Europa ed Asia del Centro di ricerche per lo sviluppo del Consiglio di Stato della RPC, ex ambasciatore nella Federazione Russa Li Fenglin. Lo scienziato, che gode di grandissima autorità nei circoli accademici cinesi ha rivolto ai colleghi russi una serie di domande, a cui la nostra comunità di esperti non è ancora in grado di dare una risposta.
 
Il senso di tali domande è riassumibile nella semplice formula: “fino a che punto è disposta a spingersi la Russia nel rafforzamento delle sue relazioni con la Cina”. Non è stato quindi semplice illustrare quale strategia Mosca intenda adottare nella sua politica “orientale”. E nemmeno pronunciarsi sulla proposta avanzata dallo studioso cinese in merito al modo con cui potrebbero svilupparsi le strutture di integrazione internazionale, come l’Organizzazione di Shanghai, la Comunità economica eurasiatica e l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (tra diversi paesi della CSI). E’ naturalmente difficile rispondere anche alla domanda del collega cinese su quale potrebbe essere la reazione della Russia e dei paesi dell’Asia post-sovietica a un’ipotetica richiesta della Cina di diventare membro del Trattato di Sicurezza Collettiva o della Comunità economica eurasiatica.
 
Riguardo alla situazione nella regione dell’Asia Centrale, lo studioso ha segnalato una serie di fattori che ostacolerebbero la costruzione di strategie di lungo termine di sviluppo economico: “i paesi dell’Asia Centrale sono interessati alla ricerca di clienti affidabili, ma per ottenere ciò è necessario costruire gasdotti e oleodotti. E dove costruirli è un grosso problema”.
 
Merita una citazione anche il riferimento esplicito del collega cinese alle continue speculazioni dei media russi in merito a un tema su cui si azzardano giudizi che poco spazio lasciano alla riflessione, come quello del cosiddetto “pericolo giallo”. A tal proposito, egli ha affermato esplicitamente che è proprio il principale concorrente di Russia e Cina – l’Occidente – ad essere interessato ad introdurre elementi di sfiducia nelle relazioni russo-cinesi. E per raggiungere tale obiettivo, non è da ieri che vengono investite enormi risorse.
 
Il presidente del fondo “Politica” Vjaceslav Nikonov ha dovuto riconoscere che alle domande formulate dall’eminente politologo cinese non è stata ancora formulata una risposta chiara. Allo stesso tempo, ha fatto notare che, almeno a suo parere, l’attuale livello di sviluppo dei rapporti russo-cinesi “è sicuramente il più alto degli ultimi decenni”.
 
Lo studioso ritiene che, da un lato esistono ancora significativi “margini di sviluppo”. E che, dall’altro lato, questi margini sono direttamente legati alle differenze esistenti nelle priorità di natura economica dei due paesi. La situazione attuale appare la seguente: l’attività economica estera della Russia per tre quarti “è orientata ad Occidente”, mentre quella cinese, nella stessa proporzione, nella direzione opposta, verso est.
 
Proprio una politica indirizzata a ridurre tale sproporzione non rappresenterebbe solo la base dell’ulteriore rafforzamento della collaborazione russo-cinese, ma anche la base per il mantenimento della stabilità nella regione dell’Asia Centrale, “stretta” tra le due più forti potenze dell’Eurasia.
 
Nell’intervento del responsabile degli studi politico-sociali dell’Istituto di ricerche strategiche presso la presidenza del Kazakhstan Anton Morozov, l’attenzione si è concentrata sulle questioni relative alla collaborazione economica dei paesi della regione centro-asiatica con Russia e Cina. Dal momento che, secondo il politologo, proprio la regionalizzazione dei rapporti economici dei paesi membri dell’Organizzazione di Shanghai rappresenta “un’occasione per la messa in campo di seri progetti economici”, in grado di ridurre il potenziale negativo che si registra in Asia Centrale.
 
La presenza di interessi russi e cinesi in Asia Centrale avrà conseguenze in grado di garantire lo sviluppo equilibrato dei paesi della regione, ha dichiarato il direttore del Centro dell’Istituto di ricerche strategiche dell’Uzbekistan Nadyr Muminov. Secondo il politologo, le divergenze tra i paesi della regione, il loro coinvolgimento nei conflitti, l’ingerenza esterna negli affari degli stati si riflettono negativamente sul loro sviluppo. “L’Asia Centrale non deve diventare oggetto di competizione geopolitica. La regione deve rimanere aperta a tutti coloro che sono interessati al suo sviluppo”, - ha fatto notare Muminov.
 
A tal proposito, la collaborazione degli stati dell’Asia Centrale con Russia e Cina corrisponde in pieno agli interessi dei paesi della regione. “Le condizioni attuali dimostrano che contrastare con efficacia le sfide e le minacce è possibile solo mediante la collaborazione dei paesi della regione con Russia e Cina”, ha aggiunto lo studioso uzbeko.
Da parte sua, il professor Aleksandr Knjaziov dell’Università Slava Kirghizo-Russa ha rilevato che oggi la Kirghizia “è l’anello debole dell’Organizzazione di Shanghai, dal momento che rappresenta un partner poco affidabile”. Egli ha ricordato che nel vertice dell’Organizzazione tenuto ad Astana nel 2005 venne approvata una dichiarazione in merito alla necessità di una rapida definizione delle scadenze della presenza militare di stati stranieri in Asia Centrale. Ma dopo qualche tempo, la Kirghizia ha cambiato la sua posizione, accordandosi per il prolungamento della presenza della base militare aerea USA nel paese. A parere dello studioso, la Kirghizia dovrebbe “definire le priorità della propria politica estera”.
 
Nell’intervento del professor Viktor Kuvaldin, membro del comitato esecutivo del “Fondo Gorbaciov” l’accento è stato posto sulla tesi, secondo cui, in caso di “uscita” degli USA dall’Asia Centrale, “riempire il vuoto” per Russia e Cina risulterebbe abbastanza difficile. A parere del politologo, un esempio di come l’Occidente possa influenzare positivamente la situazione della regione è offerto dall’Afghanistan. Kuvaldin è convinto che, se le forze della coalizione dovessero abbandonare il territorio di questo paese, l’Asia Centrale si troverebbe a dover fronteggiare innumerevoli serie minacce e sfide.
 
Il relatore ha dichiarato che la partnership tra RPC e Federazione Russa non dovrebbe essere costruita “su basi anti-americane, ma su momenti più costruttivi”, in primo luogo sul piano dello sviluppo economico.
 
Appare però difficile comprendere come Mosca e Pechino possano realizzare tale “positiva collaborazione” in condizioni di crescente competizione nella lotta per le risorse dell’Asia Centrale. Nel momento in cui la forza che si sta muovendo per realizzare una strategia di controllo delle risorse naturali della regione non è rappresentata certo da Russia e Cina.
 
Traduzione dal russo di Mauro Gemma per  ww.resistenze.org