www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 03-12-06
Da: www.rebelion.org
http://www.rebelion.org/noticia.php?id=42405
Il Gruppo di Shanghai e la Comunità degli Stati Indipendenti
Carlos Akira De la Puente
3 dicembre 2006
L’interessante articolo è apparso con il titolo Grupo de Shanghai: una asignatura pendiente para la CEI? nella rivista telematica Rebelion.
La Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), sorta nel 1991, è risultata uno spazio poco funzionale per la soluzione dei differenti conflitti politici, economici, etnici e culturali manifestatisi nel cosiddetto spazio post-sovietico dopo la disintegrazione dell’Unione Sovietica e la sconfitta del Campo Socialista.
In tal senso, la CSI non è riuscita a rispondere in modo efficace né alle specifiche problematiche interne delle nazioni che la costituiscono, né alla crescente influenza degli Stati Uniti e del resto dell’Occidente in un’area di potenziali prospettive geopolitiche e socioeconomiche, nel momento in cui altri organismi come l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (OCS) si vanno definendo come meccanismi più efficienti per la canalizzazione degli interessi di Russia e Cina nella regione.
Dalla sua fondazione, la CSI ha avuto come premessa fondamentale la creazione di un blocco regionale, la cui funzione era diretta al raggiungimento del consenso e della messa in pratica di politiche comuni per ammortizzare gli effetti lasciati dalla sparizione legale dell’URSS, tra quei paesi che avevano condiviso una stessa epoca storica e che, dopo la scomposizione dell’URSS, avevano iniziato un nuovo cammino per inserirsi nel riconfigurato sistema politico internazionale. E’ certo che dopo 16 anni di esistenza questa comunità di repubbliche non è riuscita a raggiungere i suoi principali obiettivi e propositi.
D’altro canto, la più recente Organizzazione della Cooperazione di Shanghai è andata rafforzando le proprie posizioni, in particolare per la crescente convergenza dei suoi membri sui temi che si riferiscono alla sicurezza regionale, agli investimenti e alla preservazione degli interessi geostrategici comuni. Risulta importante mettere in rilievo che a questa associazione di paesi appartengono tanto la Cina e la Russia quanto la maggioranza delle repubbliche ex sovietiche dell’Asia Centrale, vale a dire Kazakhstan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan.
In tal modo, se all’inizio la OCS aveva come principale obiettivo quello di mitigare le dispute di frontiera tra questi Stati, in pochi anni è riuscita a diversificare la propria agenda di lavoro fino ad affrontare questioni come l’energia e la cooperazione tecnico-militare tra i suoi membri, prendendo in considerazione il riemergere dei conflitti tra i centri di potere mondiale nella zona centro-asiatica, un’area di enormi riserve di idrocarburi.
Facendo una breve analisi dei risultati e delle deficienze di ognuna di queste organizzazioni, risulta evidente che la OCS in poco tempo ha realizzato progressi in aree in cui la CSI, con più anni di esistenza, ha mostrato inefficacia.
Un primo elemento è costituito dal ruolo svolto dalla Cina all’interno dell’OCS. Grazie al dinamismo dell’economia e alla proiezione esterna del gigante asiatico come possibile potenza a medio termine, le nazioni centro-asiatiche che necessitano di stabilità socio-politica, hanno optato per un maggiore avvicinamento a Pechino al fine di incrementare e garantire un affidabile flusso di investimenti da parte di una Cina che cerca di ampliare le proprie reti politiche e commerciali.
A ciò va aggiunto il carattere di buon vicinato assolto dalla diplomazia cinese nella soluzione delle discrepanze esistenti tra gli Stati membri e associati dell’OCS. E occorre prendere in considerazione il fatto che, ai fini di un effettivo sviluppo regionale ed un efficace sfruttamento degli idrocarburi dell’area, è imprescindibile la diminuzione delle tensioni politiche ed etnico-religiose all’interno di alcune repubbliche come Uzbekistan, Kazakhstan, Tagikistan e Kirghizistan, con cui Pechino ha realizzato importanti accordi economici e commerciali.
Un altro elemento importante è costituito dalla rilevante cooperazione tecnico-militare di Cina e Russia con gli altri paesi membri dell’OCS. Sapendo che la sicurezza nazionale di tutte queste nazioni è un tema di prim’ordine nelle loro agende interne e di proiezione internazionale, tale cooperazione ha influito sul fatto che gli Stati Uniti siano venuti perdendo influenza tra alcuni dei loro precedenti alleati come l’Uzbekistan.
E ancora un ultimo aspetto è che, all’interno dell’OCS, Mosca è riuscita promuovere accordi commerciali ed economici con maggiori possibilità di concretizzazione, di quelli che potevano essere proposti nell’ambito della CSI. Dal momento che, dentro questa organizzazione, la Russia è vista non solo come il socio principale, ma come lo Stato che pretende di regolare gli interessi del resto della comunità.
Naturalmente, non va sottovalutato il fatto che, sebbene l’OCS riunisca nazioni che dividono uno spazio attorno a cui stanno confrontandosi i centri di potere mondiale, la CSI associa nel suo seno non solo gli Stati centro-asiatici, ma anche nazioni caucasiche come la Georgia, e l’Ucraina e la Moldavia, la qual cosa moltiplica le differenze culturali e politiche, diversificando i conflitti latenti tra questi tre paesi e la Russia. Questi Stati hanno cercato continuamente di far naufragare ogni sforzo per attribuire alla CSI un ruolo protagonista e di reale influenza nell’est europeo non comunitario.
Nella struttura della CSI funzionano diverse istanze incaricate di avviare la soluzione delle questioni legate alla complessità regionale dello spazio post-sovietico. Certamente, la crisi del funzionamento dell’organizzazione ha prodotto come risultato l’emergere di meccanismi paralleli incaricati di dare concretezza ai trattati e agli accordi realizzati nel suo ambito.
In questo modo sono sorti o si sono riconfigurati tra gli altri il Trattato di Sicurezza Collettiva, lo Spazio Economico Unico, la Comunità Economica Eurasiatica, come strumenti di concertazione e dialogo al di fuori delle strutture della CSI e della logica di crisi riferita al carattere delle relazioni multilaterali che hanno caratterizzato l’organizzazione regionale.
D’altro lato, la CSI, strutturata per preservare gli interessi interni all’area con la leadership della Russia, ha cercato di frenare i successi che gli Stati Uniti hanno ottenuto nello spazio post-sovietico. La Casa Bianca dispone di importanti alleati nell’area: Georgia, Ucraina e Moldavia sono chiari esempi degli sforzi di Washington tesi ad impedire qualsiasi tipo di avvicinamento tra le repubbliche ex sovietiche e il Cremlino.
In questo modo, le tre nazioni citate e l’Azerbaigian nel 1997, su suggerimento degli Stati Uniti, crearono la cosiddetta GUAAM, organizzazione ostile a Mosca e a marcato orientamento filo-nordamericano che negli anni della sua esistenza ha cercato di promuovere azioni politiche non solo a protezione degli interessi di Washington e del resto dell’Occidente nella zona, ma anche di provocare la destabilizzazione dei sistemi politici alleati della Russia. Con eguali propositi è sorta a Kiev la cosiddetta Comunità di Elezione Democratica (CED) nel 2005, lasciando prevedere un’acutizzazione delle contraddizioni tanto in riferimento all’ingerenza nordamericana quanto per ciò che concerne il tema del gas che Mosca esporta verso l’Unione Europea attraverso l’Ucraina.
Si capisce come la CSI debba risolvere compiti difficili nei prossimi anni, anche in considerazione dell’acutizzazione e della diversificazione delle problematiche mondiali e regionali. Soprattutto, quando nello spazio post-sovietico non comunitario confluiscono i diversi interessi delle potenze mondiali, impegnate in una lotta strategica per il posizionamento geopolitico in una zona di ingenti riserve di petrolio e gas.
E’ evidente che la CSI ha percorso un cammino più complesso di quello dell’OCS. Senza dubbio, essa potrebbe trarre beneficio dalla crescente influenza che viene esercitando quest’ultima organizzazione nelle nazioni centro-asiatiche, ai fini della ridefinizione di determinate sfere che, nell’ambito della comunità, non hanno raggiunto risultati significativi, soprattutto nel momento in cui paesi come il Kazakhstan sembrano interessati a consegnare alla CSI parte del proprio potere geopolitico ed economico. Ciò servirebbe alla Russia come elemento di contrappeso nel confronto politico con le repubbliche del Caucaso meridionale.
Per tale motivo, la CSI ha di fronte a sé il compito di approfittare delle esperienze risultanti dalle relazioni multilaterali che caratterizzano l’OCS, in quanto elemento di consenso e di cooperazione tra paesi esposti alle crescenti esigenze del complesso ordine internazionale. In tal modo, sarebbe possibile e significativamente positivo un cambiamento nella correlazione di forza in conseguenza della riconfigurazione della Comunità degli Stati Indipendenti e della costruzione di un nuovo sistema di relazioni interstatali in una delle regioni di crescente rilevanza per la geopolitica mondiale.