www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 18-03-07
da: www.voltairenet.org/article1406029.html
43a Conferenza sulla sicurezza di Monaco
La Russia chiede agli europei di lasciare la NATO
Partecipando alla 43a Conferenza sulla sicurezza di Monaco, il presidente russo Vladimir V. Putin ha sfidato gli Stati Uniti. Ha esortato gli europei a rompere il Patto Atlantico che li lega ad una potenza bellicosa dalla quale non hanno niente da sperare. Nel contesto di un possibile intervento militare statunitense contro l'Iran, Mosca ha gettato il panico e la divisione tra gli "Alleati."
Thierry Meyssan*
Dal 1962, una conferenza annuale sulla sicurezza riunisce a Monaco i responsabili tedeschi e statunitensi, così come numerosi ospiti stranieri. Questa manifestazione, presieduta inizialmente da Ewald-Heinrich von Kleist-Schmenzin, ufficiale che partecipò al complotto del conte von Stauffenberg contro il Reichsführer Hitler il 20 luglio 1944, oggi è presieduta da Horst Teltschik, un anziano responsabile della Fondazione Bertelsmann. Che le ha dato una nuova dimensione, appoggiandosi particolarmente sul Consiglio delle Relazioni Estere, di cui è uno dei consiglieri.
La sessione 2007 si è tenuta dal 9 all’11 febbraio al Bayerischer Hof. Ha riunito circa 270 persone. Nel contesto di una tensione crescente tra Stati Uniti ed Israele da una parte e l'Iran dall’altra, questa 43a conferenza doveva permettere di precisare le intenzioni dell'Iran, il ruolo dell'Unione Europea e della Nato, così come la posizione della Russia. Era intitolata "Restaurare la partnership transatlantica", sottolineando che la posta era l'eventuale partecipazione degli europei ad un'azione contro l'Iran, dopo le lacerazioni relative all'attacco contro l'Iraq.
La sessione è stata aperta da una cena di gala nel corso della quale Tzipi Livni, ministro israeliano degli Affari Esteri, ha pronunciato un discorso. Gli organizzatori intendevano dare così una giustificazione morale ad un'aggressione contro l'Iran. Su un tono lamentoso, la Sig.ra Livni non ha smesso di affermare che nessuno stato ricercava più di Israele la pace nel Grande Medio Oriente. Mettendo il suo intervento in relazione alla sua precedente visita al campo di sterminio di Auschwitz, ha richiamato i partecipanti a prevenire la ripetizione dell'orrore. Dopo avere posto questa sorta di preliminare rituale, ha presentato per una ventina di minuti il punto di vista del suo paese, senza cercare per un istante quella coerenza intellettuale che si è in diritto di aspettare da un responsabile di questo livello. L'essenziale era altrove.
In primo luogo, Tzipi Livni ha affermato che i conflitti politici hanno ceduto il posto ai conflitti religiosi che non possono essere risolti per via diplomatica perché "Gli estremisti non si battono per difendere i loro propri diritti, ma per privare gli altri dei loro diritti." Il mondo sarebbe dunque diviso tra estremisti religiosi e religiosi moderati. E, dentro all'islam, tra estremisti sciiti e moderati sunniti. Per difendere la pace, converrebbe indebolire i primi e sostenere i secondi.
Nessuno nell'uditorio tedesco, dopo questo richiamo ad Auschwitz, ha osato rilevare la strumentalizzazione neoconservatrice delle religioni per negare l'esistenza dei conflitti politici; né interrogarsi su questo nuovo manicheismo che, dopo cinque anni di propaganda contro Bin Laden, ha fatto cadere in trappola lo spettro Al Qaïda, innalzando in blocco i sunniti a titolo di moderati e gettando tutti gli sciiti nell'inferno dell'estremismo.
Proseguendo il suo intervento, Tzipi Livni ha applicato la sua griglia di lettura al Medio Oriente. Si è appreso così che la resistenza Hezbollah mina la sovranità del Libano e che Hamas non rappresenta le aspirazioni dei palestinesi. Di nuovo, nessuno ha avuto da obiettare su questo punto, che bombardare il Libano sia violare la sua sovranità e che in Libano oggi è maggioritaria una coalizione che include Hezbollah mentre il governo designato dal Hamas è maggioritario in Palestina. La retorica surrealista sull'estremismo religioso è solamente un mezzo per squalificare la sovranità dei popoli.
La seduta della mattina di sabato 10 febbraio doveva permettere alla cancelliera tedesca di porre la questione iraniana ed al presidente della Federazione Russa di risponderle. L'uditorio si aspettava che Vladimir Putin si lanciasse contro il progetto statunitense di dispiegamento dello pseudo scudo antimissile in Europa orientale e contro il progetto di indipendenza de facto del Kossovo per negoziare meglio la sua ritirata sulla questione iraniana. Sarebbe andata in maniera del tutto diversa.
Aprendo la seduta, dopo i saluti d’uso, la cancelliera Angela Merkel ha spiegato senza ridere che il passaggio dalle minacce simmetriche della Guerra Fredda alle minacce asimmetriche della Guerra al terrorismo rendeva la Nato più necessaria che mai. Ha enumerato le attuali proiezioni dell'esercito tedesco sui teatri esterni di operazione, come altrettanti pegni dello sforzo del suo paese per mantenere l'ordine del mondo: Kossovo (3.500 uomini), Afganistan (2.300), Bosnia-Erzegovina (1.800), Gibuti (900), Sudan (900), Kenya (900), Uganda (350), R.D Congo (350), coste del Libano (230), Uzbekistan (200), Macedonia (50), Georgia (11). Tutte operazioni che sarebbero impossibili senza la cooperazione intergovernativa, ed in primo luogo senza la Nato che, lei ricorda, serve a tutto, ivi compreso a garantire la sicurezza per la coppa del mondo di calcio. Del resto, non c'è contraddizione tra la costruzione dell'Unione Europea ed il rafforzamento dei legami transatlantici, visto che la Strategia Europea di Sicurezza, la National Security Strategy degli Stati Uniti ed il Concetto strategico della Nato sono oramai quasi identici.
Venendo alla questione iraniana, la Sig.ra Merkel ha dichiarato: "L'Iran ha volontariamente- sono spaventata di doverlo dire- e consapevolmente superato i limiti. Devo aggiungere che siamo, naturalmente, costretti a rispondere alle provocazioni totalmente inaccettabili del presidente iraniano. Lo devo tanto più dire per il mio ruolo di cancelliere della Germania. Un presidente che contesta il diritto ad esistere di Israele, un presidente che nega l'olocausto può solamente aspettarsi che la Germania non mostri la minima tolleranza su questi argomenti. Abbiamo appreso le lezioni dal nostro passato." , ha sottolineato Angela Merkel, mentre le sanzioni contro l'Iran dovevano ancora essere discusse in seno al Consiglio di sicurezza dell'Onu, e dunque la Russia doveva essere consultata, dato che la posizione di Mosca avrebbe indiscutibilmente influenzato la posizione degli altri paesi.
Il presidente della seduta, Horst Teltschik, ha aperto la discussione. Si è guardato bene dal fare notare che se la Germania avesse appreso le lezioni dal suo passato, la cancelliera si sarebbe dovuta astenere dal riferire le menzogne della propaganda atlantista che accusa a torto il presidente Ahmadinejad di negare l'olocausto e di voler distruggere Israele. Ha passato la parola al ministro italiano della Difesa, Arturo Parisi. Intervenendo in modo falsamente spontaneo per rispondere alle proposizioni di Angela Merkel, Parisi ha letto un messaggio preparato in inglese per portare il sostegno del suo paese alla visione tedesca della sicurezza collettiva. Ma, andando più lontano della cancelliera e assumendo su di sé ciò che la decenza aveva impedito a lei di dire, ha affermato che non solo l'Onu, ma anche l'Unione Europea e la Nato potevano "legittimare l'uso della forza per combattere la violenza ingiusta e restaurare la pace."
Cinque partecipanti hanno posto delle domande. Quella del senatore Joseph Lieberman non è stata molto più spontanea di quella di Arturo Parisi. Ha interrogato la cancelliera a proposito del Sudan, rievocando la responsabilità collettiva a fermare un genocidio, in modo da farle assumere le tesi neoconservatrici dell'interventismo democratico. Ciò che lei non ha mancato di fare.
Horst Teltschik ha poi dato la parola a Vladimir V. Putin. Con voce determinata, il presidente della Federazione Russa ha spiegato che non era venuto a questa conferenza per congratularsi con i partecipanti ma per dibattere e che, se il suo punto di vista fosse sembrato inutilmente polemico, il presidente della seduta poteva certamente segnalare che il suo tempo di parola era finito. L'uditorio si è come paralizzato sulle poltrone. Tutti avevano capito che Putin non era venuto a trattare l'abbandono dell'Iran, ma si preparava a lanciare la carica con quella durezza che i russi prediligono quanto si tratta di misurarsi.
Prendendosi il lusso di citare Franklin Roosevelt per mostrare che la sua opposizione alla politica di George W. Bush non era un'avversione verso gli Stati Uniti, il presidente russo ha sottolineato che i conflitti localizzati minacciano la pace globale. Poi ha denunciato il progetto di un mondo unipolare che implica un unico padrone, un unico sovrano, vale a dire il contrario della democrazia; un progetto non realizzabile da alcuno stato, non avendone i mezzi, e perché esce da concezioni superate. Portando l’affondo, Vladimir Putin ha indicato segnatamente gli Stati Uniti di stare "oltrepassando le loro frontiere nazionali" e di gettare il mondo "in un abisso di conflitti successivi" al punto che "più nessuno si sente sicuro."
L'uditorio stupefatto si è fatto silenzioso. Quale mosca aveva punto il capo del Cremlino? Riprendendo fiato, il presidente russo ha evocato la crescita di potenza del Brasile, della Russia, dell'India, della Cina e il relativo arretramento degli Stati Uniti e dell'Unione Europea, monito per svegliare gli europei, per dire loro che stanno seguendo ciecamente un Impero in declino. E di ironizzare su questo Stato barbaro che pratica ancora la pena di morte pretendendo di utilizzarla solamente come ultimo ricorso ma che invece massacra allegramente a migliaia i civili di un altro Stato.
Girandosi verso il senatore Lieberman, Vladimir Putin si è preparato a rispondere alla domanda posta alla cancelliera Merkel: "Dobbiamo restare impassibili di fronte ai diversi conflitti interni in certi paesi, alle azioni dei regimi autoritari, dei tiranni, alla proliferazione delle armi di distruzioni di massa? Certo che no"; le trasformazioni pacifiche sono possibili e l'uso della forza è sempre illegittimo "in assenza di una minaccia di sterminio reciproco."
Poi, improvvisando ancora, senza tenere conto delle sue note, Vladimir Putin ha preso di mira il ministro italiano della Difesa. Riprendendo la proposta secondo la quale la Nato o l'Unione Europea potrebbero giudicare della legittimità del ricorso alla forza, ha affermato che questo disprezzo espresso per il diritto internazionale moltiplicherebbe il pesante errore e getterebbe gli europei nello stesso vicolo cieco nel quale si trovano già gli Stati Uniti.
Gli organizzatori di questa manifestazione che speravano di rafforzare il legame transatlantico, assistevano costernati a questa requisitoria che richiamava gli europei, in nome della democrazia e della pace, a dissociarsi dal comportamento espansionista degli Stati Uniti. Vladimir Putin è passato al capitolo del disarmo. Cominciando dai Trattati di riduzione delle armi strategiche (START e SORT), ha affermato che la Russia rispettava i propri impegni e ha chiesto all'uditorio di applaudire il segretario della difesa Robert Gates se questo avesse dichiarato di fare altrettanto e non di cercare di dissimulare le sue scorte. Seduto in prima fila, R. Gates è restato di marmo.
Proseguendo sull’argomento della rinuncia ai missili a media portata, Valdimir Putin ha rilevato che sei paesi, tra cui Israele e Iran, ne sono dotati, sottintendendo che sono gli Stati Uniti che propagano questa tecnologia costringendo anche la Russia a disseminarla. Poi ha annunciato la propria intenzione di proporre un Trattato internazionale per vietare il dispiegamento di armi nello spazio, opponendosi così al progetto sostenuto da trenta anni da Donald Rumsfeld ed attualmente in corso d’opera al Pentagono. Continuando nel suo slancio, V. Putin ha denunciato il programma dello "scudo antimissile", che può solamente rilanciare la corsa agli armamenti.
Di passaggio, ha schernito le spiegazioni fantasiose dell'amministrazione Bush secondo la quale l'installazione di intercettori in Polonia e nella Repubblica Ceca mirerebbe a bloccare i missili balistici nordcoreani: le leggi della balistica non permettono di considerare che i missili tirati da Pyongyang al disopra del Pacifico facciano l'uncino sull'Europa prima di raggiungere gli Stati Uniti, invece di passare direttamente dal Polo Nord! Ancora, ha ricordato il Trattato sulle forze armate convenzionali, ha schernito l'allargamento della Nato che, pur pretendendo di prepararsi a lottare contro un nemico immaginario, si limita ad installare "basi leggere statunitensi avanzate" per minacciare la Russia sui suoi fianchi. Così, violando la sua parola, la Nato ha approfittato dello scioglimento del Patto di Varsavia per minacciare la Russia, mentre questa perseguiva il suo disimpegno militare negli Stati dell'ex-URSS. In breve, il popolo russo ha voluto l’abbattimento del Muro di Berlino, l'amministrazione Bush edifica, lei stessa, una nuova linea di demarcazione in Europa, più ad est.
M. Gates è diventato nervoso. Valdimir Putin ha affrontato il suo terzo capitolo: l'ipocrisia, stella polare di Washington. Ha ricordato di avere proposto al G-8 la creazione di centri multinazionali di produzione di combustibile nucleare, sotto il controllo dell'Aiea, che permetterebbero di fermare la proliferazione e di risolvere pacificamente il caso iraniano. Ha evocato la cooperazione energetica per notare che, mentre qualcuno giudica insufficiente l'apertura del 26% del settore petrolifero russo al capitale straniero, gli stessi negano al capitale russo di investire da loro allo stesso livello. Ha schernito, senza chiamarla Sfida del Millennio, il programma di aiuto allo sviluppo di Bush, che "con una mano distribuisce aiuti caritatevoli, mentre con l'altra mantiene l'arretratezza economica, ma raccoglie anche dei benefici." Quindi ha stigmatizzato l'Osce, nella quale l'apparato burocratico è stato "montato in tutti i pezzi" senza legame con gli Stati fondatori, e trasformato in un "volgare strumento al servizio degli interessi politici di un solo paese" per mezzo di Ong accuratamente controllate.
E per concludere, Vladimir Putin ha assicurato quelli che esortano la Russia a sostenere un ruolo maggiore nel concerto delle nazioni che adesso potrebbero rischiare di essere esauditi. E ha finito offrendo questa richiesta: "vorremmo inoltre avere a che fare con partner seri e del tutto indipendenti, con i quali potremmo lavorare all'edificazione di un mondo più democratico e più equo, garantendo la sicurezza e la prosperità non solo delle élite, ma di tutti." Applausi timidi dagli europei, spaventati all'idea di emanciparsi, e più nutriti dagli statunitensi, felici che questo calvario avesse fine.
Senza attendere, i cani da guardia dell'alleanza hanno posto una raffica di domanda: che ne era della democrazia in Russia, della sicurezza nucleare, della guerra in Cecenia, delle consegne di armi all'Iran e della concentrazione dei poteri a Mosca? Pazientemente, Vladimir Putin, ripetendosi, ha risposto loro come fa ad ogni conferenza stampa in Occidente, dove queste stesse domande gli sono sempre poste.
Il pomeriggio del sabato, dopo un breve omaggio all'Unione Europea che festeggia il suo cinquantenario, l'uditorio si è concentrato sul ruolo della Nato in Afganistan. Senza riuscire a mascherare la sua irritazione per l’esito del discorso del presidente russo, il segretario generale della Nato ha presentato una sorta di rapporto di attività sull'impegno dell'alleanza e la messa a punto di una divisione in quote degli Stati membri. Mentre il senatore John McCain si sforzava di battere il tamburo e di reclutare delle truppe fresche per vincere, infine, i talebani.
La cena ha rappresentato l'opportunità di ascoltare un noioso discorso del presidente del land della Baviera e di consegnare una medaglia a Javier Solana, ex-segretario generale della Nato diventato segretario generale dell'UE e, a questo titolo, servitore esemplare dell'atlantismo. Il "dialogo" è ripreso l'indomani con l'intervento dei ministri della Difesa statunitense e russo ed anche del negoziatore speciale iraniano.
Manifestamente, l'intervento di Robert Gates è stato rivisto al ribasso. Il segretario alla Difesa statunitense si è impegnato a sdrammatizzare la conferenza piuttosto che a rispondere al presidente Putin. Quindi, per allentare l'atmosfera, ha rievocato il loro comune passato di spia ed alcuni aneddoti. Poi, ha riassunto senza commento gli sviluppi in corso come per ribadire che niente poteva essere rimesso in questione: l'allargamento della Nato, il dispiegamento dello scudo antimissile e l'instaurazione di una quota finanziaria.
Al contrario, il segretario del Consiglio nazionale della sicurezza iraniano, Ali Larijani, ha scelto di aggiungere diverse considerazioni al testo inizialmente previsto del suo intervento. Rifatta la storia della differenza nucleare e delle parole non mantenute degli occidentali, non ha mancato di descrivere anche la storia dell'imperialismo statunitense contro il suo paese, dal rovesciamento di Mossadegh al finanziamento dell'aggressione irachena, senza dimenticare il sostegno al terrorismo di massa dei Mujahidin del popolo. Tuttavia questo intervento tanto atteso è stato eclissato dallo scandalo della vigilia.
Restava dunque il discorso di Sergei Ivanov, ministro della Difesa russo. Era poco probabile che ritornasse sui temi scelti da Vladimir Putin ed i partecipanti quindi scommettevano che si sarebbe accontentato di parole di cortesia. La delegazione russa invece aveva deciso di dare il colpo di grazia. Ivanov ha esordito ricordando di essere intervenuto alla stessa tribuna a proposito del terrorismo prima degli attentati del 11 settembre, per sottolineare che il problema è nuovo solamente nella retorica statunitense. Poi, ha rilevato l'inadeguatezza degli eserciti convenzionali, ed a maggior ragione della Nato, in materia di anti-terrorismo. Infine, ha asserito la dura verità secondo cui il solo metodo per mettere fine a queste pratiche è di smettere di sostenere quelli che le mettono in opera. A partire da ciò, tutti i dinieghi degli anglosassoni non diventeranno credibili per la Russia se non quando i terroristi rifugiatisi nel Regno Unito e negli Stati Uniti saranno estradati. È il solo punto, insistette: ‘non ce ne sono di altri, questo intervento è chiuso’.
Il ruolo della delegazione russa nel corso di questa conferenza può essere interpretato al tempo stesso sul piano interno russo e sul piano internazionale. Da un lato, affermando la sua ostilità alla Nato, Vladimir Putin rafforza la popolarità nel suo paese, mentre si sta ponendo in modo acuto la questione della sua successione. Dall’altro, l'emergenza della questione iraniana obbliga Mosca ad agire senza più aspettare.
L'efficacia di questa iniziativa può essere misurata dalle reazioni dei media anglosassoni. I quali si sono astenuti dal pubblicare il dettaglio degli interventi di Putin ed Ivanov, e si sono sforzati di presentarli come aggressioni verbali contro gli Stati Uniti ed i loro alleati. Ma riportando le parole: gli Stati membri dell'Unione Europea hanno cominciato a lacerarsi in seno al Consiglio Europeo.Tanto che il Cremlino non ha tardato a giocare una nuova carta: il capo di Stato Maggiore ha indicato che in caso di effettivo dispiegamento di missili U.S. in Polonia, la Russia si ritirerebbe dal Trattato INF e punterebbe dei missili a corto raggio sull'Europa Orientale. Gli europei si trovano così di fronte al grande racket statunitense: l'alleanza atlantica difende l'Europa da una minaccia che lei stessa ha creato.
L'agitazione si è insinuata negli spiriti.
*Thierry Meyssan, giornalista e scrittore, è il direttore di Reseau Voltaire
Traduzione dal francese di Bf per www.resistenze.org