www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 03-04-07
da: http://politicalaffairs.net/article/articleview/5044/1/250 /
Gli eventi precipitano: la Cina e il declino statunitense
Di Gerald Horne
Quando gli storici del futuro daranno un'occhiata al passato, concluderanno che il 2007 ha segnato il momento in cui la crisi dell'imperialismo USA divenne così ovvia che anche l'occhio più miope poteva vederla. Perché è evidente che l'imperialismo sta andando incontro ad una rovinosa e travolgente sconfitta in Iraq, in quanto questa illegale e criminale invasione ha portato l'apparato militare al punto di rottura, ha alienato gli alleati ed incoraggiato ed allungato la lista dei nemici dell'imperialismo statunitense.
Nel contempo la Cina, ancora governata da un Partito comunista, ha accumulato la stupefacente somma equivalente ad un trilione di dollari in valute estere, una cifra mai raggiunta da alcuna nazione. Questa somma è così formidabile, di una tale enormità, che a Washington cresce palpabile il timore che Beijing possa sviluppare una versione asiatica del Fondo Monetario Internazionale e una Banca Mondiale, rendendo irrilevanti questi due apparati dell'ordine imperialista. Nel cosiddetto cortile di casa Washington, l'ospedalizzazione del Presidente Fidel Castro non ha rallentato la corsa della socialista Cuba che continua a rafforzarsi. Cuba e Cina per contro sono ancore per Africa, Asia e America Latina nel loro tentativo di rompere le catene della schiavitù imperialista. Tutto questo suggerisce che la crisi dell'imperialismo degli Stati Uniti continua inesorabile.
Il declino del prestigio di Washington non si è mai rivelato meglio come quando il Sorvegliante dei diritti umani delle Nazioni Unite ha ammonito gli Stati Uniti per le violazioni del diritto internazionale sia in casa che all'estero, specialmente in rapporto alla cosiddetta "guerra al terrore". Nel fiume in piena di critiche, provocano particolare orrore i luoghi segreti di detenzione dove la tortura è la norma e la negazione di un giusto processo è negata ai prigionieri per esempio a Guantanamo, Cuba. Ma ancora più aspre critiche suscita la politica interna statunitense: i centri di permanenza draconiani di Washington e le politiche sull'immigrazione, l'indiscriminato ricorso alla pena di morte e all'ergastolo, la brutalità di polizia sono condannate senza mezzi termini.
Questo corpo internazionale di esperti appoggiato dall'ONU controlla l'applicazione della Convenzione Internazionale sui Diritti politici e civili e ha deciso nel 2006 di esaminare la posizione degli Stati Uniti a riguardo, per la prima volta dal 1995. Com'era prevedibile la reazione di Washington è stata furiosa: per ironia della sorte, ora è proprio sotto esame la nazione che si è erta a paladina della "democrazia" e della "libertà" sui paesi vicini e lontani.
Per l'imperialismo statunitense è difficile ignorare questa presa di posizione dell'ONU, poiché proprio George W. Bush riconosce che è precisamente la sua condotta prevaricatrice nell'arena internazionale che rischia di metterne in pericolo il futuro e la libertà di movimento. Una celebre docente in legge dell'Università della Virginia, Rosa Brooks, ha fatto osservare come la Corte Suprema degli Stati Uniti - giudicante sul caso Hamdan vs. Rumsfeld relativo ad un cosiddetto "nemico combattente" - suggerisce l'applicazione del Terzo Articolo della Convenzione di Ginevra al conflitto con al Qaeda. Ma c'è di più, l'Alta Corte potrebbe mettere in stato di accusa alte cariche dell'amministrazione Bush, presidente incluso, secondo la Legge federale sui Crimini di Guerra.
Tutto questo suggerisce che l'imperialismo degli Stati Uniti non può sfuggire alla presa delle forze internazionali, indipendentemente dalla capacità di contenere l'opposizione nazionale. Inoltre settori dell'élite dominante statunitense hanno convenuto che il conservatorismo, così utile fin qui, potrebbe ora essere del tutto incapace di proteggere i suoi interessi nel 21 secolo. D'altronde, come ci si può aspettare che la destra sottometta la rude forza conservatrice del cosiddetto fondamentalismo islamico, quando storicamente hanno lottato nella stessa trincea, per esempio durante la guerra degli anni Ottanta in Afghanistan, in cui si è sollecitato il fanatismo religioso?
La posizione di forza assunta dall'ONU è indice del riconoscimento da parte della comunità internazionale, che l'imperialismo USA è una minaccia primaria per la pace mondiale e la sicurezza. Allo stesso modo, ci suggerisce come l'erosione della forza imperialista statunitense ha reso Washington più soggetta all'influenza delle tendenze mondiali. In primo luogo, la mania di abbassare le tasse dei repubblicani - senza la forza concomitante per un proporzionale taglio dei programmi sociali - ha reso questa nazione più dipendente dai flussi di capitale dell'Asia, in particolare per tenere a freno il deficit crescente. Siccome nazioni straniere hanno puntato una più rilevante posta sul governo degli Stati Uniti e sulla sua economia, comprensibilmente sono divenute più attente riguardo ai propri investimenti e sono tese a imbrigliare la politica di Washington.
Da tempo, Cina e Russia si sono alleate nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU per tenere a freno i più orribili e folli piani di Washington: per esempio le severe sanzioni imposte all'Iran per via del suo tentativo di sviluppare energia nucleare civile, o ancora, i progetti allarmanti di Washington che intenderebbe bombardare l'Iran, che sarebbe come spalancare i cancelli dell'inferno.
Il ricorso ad una guerra sanguinosa è stata l'ultima sanzione in cui l'imperialismo USA si è prodotto contro quelli che hanno ignorato il loro diktat. Ma il catastrofico conflitto in Iraq ha mostrato che il ricorso a quest'arma sanzionatoria non è così logico e le sue ripercussioni hanno gettato in crisi settori dell'élite dominante. Questa crisi si è acuita nell'estate del 2006, quando Israele si è dimostrata incapace di sopraffare il Libano durante la sua disastrosa guerra di 33 giorni. Israele, incoraggiata dall'imperialismo statunitense a contribuire alla malata guerra "al terrore", ha cercato di eliminare Hezbollah attraverso il conflitto, accampando la detenzione di soldati israeliani a pretesto. Ma Israele non è stata capace di portare a termine il suo compito, diminuendo così d'importanza agli occhi dell'imperialismo USA, con ripercussioni ancora evidenti. Sulle colonne di Ha'aretz, un quotidiano israeliano, l'ex Ministro degli esteri israeliano Shlomo Ben-Ami, sostenne che siccome la capacità di dissuasione ed il rispetto verso gli Stati Uniti come superpotenza va erodendosi, una Pax Americana in Medio Oriente non è più possibile perché non solo gli USA non sono più un modello ma non fanno manco più paura.
Poiché ovunque si diffonde la sensazione che l'imperialismo degli Stati Uniti possa indebolirsi, si registrano una serie di effetti a catena. In primo luogo, ci si interroga sull'utilità del dollaro, la cui circolazione risolve la necessità di prendere decisioni difficili sulla sua solvibilità e che imporrebbe di affrontare spinose questioni fiscali sul deficit di questa nazione. Per esempio, gli Emirati Arabi Uniti che avevano accumulato un tesoro in dollari, annunciarono nel 2006 di avere scambiato il 10% delle riserve in valuta estera (equivalente a 29 $ miliardi) in euro, la valuta dell'Unione Europea, precedentemente alleata all'imperialismo USA ma ora principale competitor che culla propri sogni di dominio globale. Sicuramente la controversia del marzo 2006 ha reso gli arabi perplessi sull'affidabilità dell'imperialismo USA.
Altri autorevoli analisti internazionali, stanno riflettendo in merito a come una fuga dal dollaro, se avvenisse, potrebbe avere conseguenze disastrose per l'imperialismo degli Stati Uniti. Nell'agosto 2006, Cina e Giappone, i due giganti economici e concorrenti dell'Asia, hanno avviato quella che è stata definita una "strana alleanza", per sostenere l'ACU o un'altra valuta asiatica, con l'obiettivo, sostiene il Financial Times, di "ridurre la dipendenza dal dollaro debole". Parlando in Australia, Fan Gang, il più autorevole economista cinese, ha invocato la svalutazione del dollaro come modo per portare salute all'economia globale. Chiaramente, questo comporterebbe un deciso aumento dei prezzi dei beni di importazione statunitensi, inclusi giocattoli, automobili, abbigliamento, materiale di consumo elettronico e così via. L'ACU deve superare molte difficoltà prima di divenire realtà, ma il fatto che Tokio e Beijing si accordino in merito alla sua importanza, è indice della crisi dell'imperialismo degli Stati Uniti.
Anche settori della classe dominante USA si stanno ora unendo con i progressisti nel chiedere la rimozione dell'amministrazione Bush. Ma invocare l'allontanamento di questo regime criminale e ottenerlo, sono cose ben diverse. Il debito pubblico accumulato sotto la sua amministrazione si è così ingigantito, che Bush lascia letteralmente dietro di sé terreno minato: una condanna per questa nazione per i decenni a venire, capace di esplodere in qualsiasi momento. Vi sono molti esempi di questa situazione di rischio, per citarne solo uno osserviamo come il prolungamento della guerra impone agli Stati Uniti nuove campagne di reclutamento, che hanno permesso l'infiltrazione nelle file dell'esercito di neonazisti. Questa è la conclusione dello stimato Southern Poverty Law Center che ha riportato preoccupanti notizie riguardo la comparsa di scritte murali a Bagdad inneggianti alle Nazioni Ariane e di numerosi soldati con tatuaggi fascisti. Dal punto di vista neonazista, congiungersi al corpo militare permette loro di avvantaggiarsi nell'addestramento, questione di rilievo nei prossimi anni, oltre a metterli nelle condizioni di "esercitarsi nell'eliminazione legale di persone di discendenza non europea. Epurare il corpo militare di questa feccia dovrebbe essere considerato prioritario dai progressisti.
Certamente la loro presenza non può che far aumentare la forsennata belligeranza che oggi caratterizza l'imperialismo USA e che in particolare si sta concentrando sul bersaglio cinese, in quanto "non-europeo" e governato da un Partito comunista. È vero che il rilevante numero di 500 compagnie che hanno fortemente investito in Cina, funziona da argine alla bellicosità dell'imperialismo statunitense verso Beijing. Ma non si dovrebbe dimenticare che mentre scrivo un acceso dibattito sta infiammando le file dell'élite delle Associazione Nazionali Manifatturiere USA (NAM) che contrappone piccoli e grandi produttori riguardo il rapporto con la Cina. I produttori minori sono schiacciati tra l'industria cinese e le più grandi imprese locali, alcune delle quali traggono vantaggi dalla presenza cinese. "La Cina sta vincendo la guerra mercantile", ha affermato M. Brian O.Shaugnessy, Presidente della Revere Cooper Products, Inc. di Roma - New York "e noi restiamo inermi". Queste più piccole società per azioni stanno minacciando di lasciare il NAM a meno che non assuma una posizione più dura contro Beijing. Naturalmente, nonostante le piccole imprese costituiscano circa il 74% dei membri del NAM, apportano solo il 23% delle quote, ragion per cui "pesce grande ingoia pesce piccolo" anche se è ragionevole aspettarsi una qualche azione di protesta.
L'imperialismo statunitense indebolito cercherà inevitabilmente in Beijing il capro espiatorio, causa del declino "dell'unica superpotenza esistente" come a suo tempo si era autoproclamata. Sono già consuete, per esempio, le accuse su manipolazioni monetarie da parte cinese. Inoltre, le relazioni tra Cina con Iran e con la Repubblica democratica Popolare di Corea (Nord Corea), i rimanenti paesi del cosiddetto "asse del male", sono già causa di tormentata cronaca a Washington.
Beijing ha rafforzato significativamente le sue relazioni con Tehran, per esempio ha firmato già dal 2004 parecchi contratti a lungo termine del valore di oltre 100 miliardi di dollari per la produzione ed esportazione di risorse energetiche. Nel 2006 la Cina ha investito nell'industria di raffinazione del petrolio iraniana con l'obiettivo di espandere significativamente la produzione di benzine.
Cina e Nord Corea sono da tempo stretti alleati. Si rammenti, per esempio, la ribalta della sanguinosa invasione della penisola coreana nel 1950 voluta dalla sete di sangue dell'imperialismo USA, quando era di dominio pubblico l'idea che le due nazioni asiatiche fossero vicine come "labbra e denti". Le preoccupazioni relative al progetto della Corea del Nord di sviluppare energia nucleare hanno motivato il tentativo di Washington di persuadere la Cina a far pressioni sul suo alleato. Il fatto che la Corea del Sud sia rimasta tiepida riguardo le sanzioni minacciate sui vicini del nord, suggerisce che i coreani del nord e del sud hanno aspettative per una riunificazione e hanno scarso interesse a cedere all'intimidazione di Washington.
Cina e Siria hanno anche forti legami commerciali, tanto che Beijing ha investito sostanziali risorse nello sviluppo delle infrastrutture di trasporto di questo stato arabo, così come nella ricerca e sfruttamento di fonti energetiche. La Cina è anche un fornitore chiave di armamenti della Siria.
La Cina è ora partner preminente nel settore dell'energia in Venezuela e sta investendo anche nelle infrastrutture di questa nazione: ferrovie, porti, petroliere per il greggio, senza parlare delle telecomunicazioni, dell'estrazione e dell'agricoltura. Caracas destina parti sempre maggiori del suo petrolio verso la Cina, cosa che non rende Washington felice. Nel 2004 questo dato ammontava a 12.000 barili di petrolio al giorno, ma già nel 2006 il dato è balzato a 200.000 e nel 2009 prenderanno la strada verso la Cina 500.000 barili. La Cina ha inoltre sostenuto il tentativo del Venezuela di ottenere l'ambito posto nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
La Cina ha fatto ingenti investimenti in buoni del Tesoro statunitense e in altri titoli USA per un ammontare approssimativo di 800 miliardi di dollari. È anche vero che se la Cina svalutasse la sua moneta, come qualcuno a Washington vorrebbe, il valore dei beni esteri si ridurrebbe di 200 miliardi buoni. Perché la Cina che è creditrice dovrebbe aderire alle richieste del debitore, gli Stati Uniti?
Imbevuto di sciovinismo nazionale e razziale, c'è chi a Washington ancora non ha compreso a fondo il declino relativo dell'imperialismo USA e la sua impossibilità di imporre diktat. Sembra esservi scarsa consapevolezza della capacità della Cina di adottare contromisure autonome. Beijing potrebbe liquidare le sue ingenti partecipazioni azionarie in titoli del Tesoro USA, spingendo i tassi di interesse statunitensi verso l'alto e schiacciando il valore del dollaro al di sotto di tutte le altre valute pregiate. Ciò comporterebbe per gli Stati Uniti o elevare le tasse o tagliare drasticamente la spesa pubblica.
Quello che colpisce della relazione tra Beijing e Washington è la somiglianza con la guerra fredda. Cresce l'irritazione di Washington per lo svilupparsi degli interessi planetari della nazione più popolosa del mondo. Washington sembra preoccuparsi in particolare delle incursioni di Beijing in Africa, a lungo considerata sia dagli Stati Uniti che dall'Europa Occidentale riserva privata e primo fornitore di petrolio per entrambi. Da tempo il ruolo cinese in Africa trova eco negli Stati Uniti in una stampa surriscaldata. Emblematico un articolo dell'agosto 2006 sul New York Times che parlava di Dakar, in Senegal, come bastione d'influenza francese, ma che in realtà è ora mercato del commercio cinese inondato di scarpe, elettronica, bigiotteria e giocattoli made in China. La Cina compare improvvisamente ovunque in Africa, non solo negli stati ricchi di petrolio. Tra il 2001 e l'anno scorso, il commercio tra Africa e Cina è pressoché quadruplicato, raggiungendo i 40 miliardi di dollari. In Sierra Leone le imprese cinesi hanno costruito e rinnovato alberghi e ristoranti. In Mozambico, investono nella produzione di soia ed allevamenti di gamberi. Il mese scorso, al summit dell'Unione africana a Banjul, in Gambia, la delegazione cinese ha schiacciato quella francese, inglese e statunitense.
Ma il riferimento a "paesi ricchi di petrolio" non è casuale poiché Nigeria, Gabon ed Angola sono fra i maggiori produttori di greggio mondiali. Allo stesso modo, non è casualmente, che il Comandante Supremo del Patto Atlantico, il Generale James Jones avesse annunciato nel maggio del 2003 che le forze navali USA al suo comando, avrebbero speso in futuro molto meno tempo nel Mediterraneo. Invece, aveva predetto, scommetto che passeranno metà del loro tempo su e giù lungo la costa occidentale africana. Lo stesso anno, un alto ufficiale del Pentagono è stato citato per una sua dichiarazione "una missione chiave per le Forze degli Stati Uniti [in Africa] dovrebbe puntare ad assicurarsi lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio della Nigeria, che nel futuro rappresenterebbero circa il 25% delle importazioni di petrolio statunitensi".
Non c'è da stupirsi se, nel gennaio 2005, la Marina militare USA ha intrapreso un'esercitazione di due mesi nel Golfo di Guinea con la partecipazione dell'USS Emory, con a bordo circa 1.400 tra marinai e marines; furono eletti scali portuali Douala in Cameroon (vicino alla Nigeria), Secondi in Gana e Porto Gentil in Gabon. E' stato inoltre indicato tra i potenziali siti di basi militari USA: l'isola stato di Sao Tome e Principe, vicino ai maggiori produttori di petrolio e già punto di partenza per la tratta degli schiavi africani.
La cosiddetta "guerra al terrore" è anche il movente di Washington per un deciso intervento in Africa. L'Algeria, fornitore di ingenti quantitativi di gas naturale liquefatto per il nord d'America, è critica a riguardo. Algeri è stata destinataria di somme notevoli per il supporto militare degli Stati Uniti ma ciò non ha contenuto l'instabilità regionale, che anzi è aumentata, come suggeriscono il colpo di stato in Mauritania, la rivolta dei Tuareg in Mali e Niger e i tumulti che continuano nella stessa Algeria meridionale…
Le nazioni africane guardano ora a Beijing come contrappeso all'imperialismo USA, come una volta guardavano a Mosca.
Senza dubbio questo è il punto di vista dello Zimbawe. Pesanti sanzioni imposte da Londra e Washington, gravano ingiustamente sullo stato africano per via dell'espropriazione di terreni agricoli ai danni della minoranza europea. Harare ha deciso di guardare ad Est e di conseguenza la Cina è diventata il secondo fornitore di beni all'importazione dello Zimbawe. Dal 1998 la partnership tra le due nazioni è cresciuta ed ora la Cina fornisce il 6% delle importazioni dello Zimbabwe. Si stimano almeno tra i 15 e i 20 accordi commerciali Zimbabwe-Cina di considerevoli dimensioni, che coinvolgono soprattutto imprese statali.
Il nervosismo sulla portata mondiale di Beijing come il panico in cui il Venezuela è riuscita a gettare la classe dominante USA, sono illuminanti. E' indubbio che Caracas stia tentando di usare la ricchezza petrolifera per scopi progressisti, ne è un esempio l'alleanza con Argentina per lo sviluppo di una banca regionale rivolta a quelle nazioni che sono bersaglio del dispotismo del Fondo Monetario Internazionale. Caracas ha anche acquistato 3 miliardi di dollari di obbligazioni argentine, per non menzionare i 25 milioni di dollari del debito dell'Ecuador. Nel momento in cui la Cina stringeva legami con l'Iran, il Venezuela faceva lo stesso. Lungo il Fiume Orinoco nel sud America si estende una fabbrica che sforna 40 trattori alla settimana, frutto di una jont venture tra Tehran e Caracas, altre riguardano la produzione di autobus e impianti per il cemento. L'Iran progetta di investire la rilevante somma di 9 miliardi di dollari in 125 progetti in Venezuela.
La stretta alleanza tra Caracas e l'Avana è di dominio pubblico. Cuba che ha investito fortemente in professionalità, ha provvisto il Venezuela di 14.000 medici che ora offrono trattamenti gratuiti ai poveri. Per non parlare dei 3.000 medici cubani inviati di recente in Asia Meridionale a seguito del terremoto del 2005 in Pakistan. Nel giro di 48 ore dal passaggio dell'uragano Katrina, Cuba ha offerto 1.600 dottori, oltre 36 tonnellate di rifornimenti medici, ma questa sollecita offerta è rimasta inascoltata. In centinaia sono morti, per lo più poveri e Neri, a causa del ritardo dei soccorsi. Da quando la Cina ha stretto relazioni con Cuba, l'Avana è diventata ancor più aperta nelle sue generose offerte.
Quello che in ultima istanza preoccupa l'imperialismo degli Stati Uniti è che un centro di potere alternativo si stia formando a Beijing e ciò rende difficile a Washington ridurre all'obbedienza nazioni come il Venezuela, l'Iran, il Nord Corea, Cuba e lo Zimbabwe. La reazione di Washington al declino dell'imperialismo USA, a cui è stata condotta dalle sue stesse disastrose scelte - compresa l'invasione dell'Iraq, l'allineamento con la Cina contro l'ex URSS tre decenni or sono e più in generale il tentativo di contrastare la marea inesorabile della storia – non è di calma e ponderazione ma di astiosa ricerca del capro espiatorio nella Cina.
Questa corrosiva preoccupazione ha raggiunto il suo apogeo nell'ottobre 2006 quando Bush ha sottoscritto la nuova politica nazionale sullo sfruttamento dello spazio: che da un lato rifiuta qualsiasi accordo che limiti la libertà militare degli Stati Uniti nello spazio e dall'altro fonda il diritto statunitense di negare l'accesso spaziale a chiunque si mostri "ostile agli interessi USA". Questo agghiacciante documento che sembra uscito da un brutto romanzo di fantascienza, si fonda sulla sicurezza nazionale, incoraggia la speculazione privata e connota fortemente il ruolo della diplomazia statunitense sullo spazio, volta a persuadere le altre nazioni a sostenere la politica USA. Il timore degli osservatori è che questa iniziativa rappresenti il preludio alla messa in orbita di armamenti attorno al pianeta Terra.
Così, già nel 2004 l'Air Force aveva esposto nella sua teoria sullo spazio che i satelliti e le astronavi USA dovevano essere protetti anche con "l'inganno, la perturbazione dei mercati, la negazione, la sobillazione, la distruzione" ed aveva indicato una serie di nemici. Quando nel settembre 2006 le forze armate USA avevano lasciato trapelare l'informazione segreta che Beijing aveva apparentemente tentato di intercettare un satellite statunitense in orbita, divenne chiaro anche al più ottuso che il bersaglio del progetto USA sullo spazio è la Cina.
L'abietto pericolo di questa ultima svolta nella strategia militare dell'imperialismo degli Stati Uniti, non è sovrastimato. Non è abbastanza che Washington metta in pericolo la vita sulla Terra, ora cerca di compromettere l'intero sistema solare. Ma l'imperialismo degli Stati Uniti scoprirà con costernazione che è tardi e che è impossibile arginare gli eventi. La crescita della Cina è inesorabile, come la crisi dell'imperialismo degli Stati Uniti.
Traduzione per www.resistenze.org a cura del CCDP