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da: www.rebelion.org
 
La sfida di Shanghai
 
Higinio Polo
 
7 febbraio 2007
 
Proponiamo l’approfondita analisi di Higinio Polo sul ruolo e le prospettive dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS)
 
La minaccia di un mondo diretto da un’unica superpotenza, gli Stati Uniti d’America, sta cominciando a venir meno, come se al mondo bipolare della guerra fredda sia seguito un miraggio passeggero. E viene meno non solo per l’evidenza del fatto che gli Stati Uniti, sebbene mantengano il loro potere militare globale, si rivelano impotenti nel loro tentativo di costringere il resto delle potenze mondiali alla sottomissione, alla dipendenza o all’accettazione rassegnata del predominio nordamericano nel pianeta, ma perchè l’evoluzione delle grandi dispute internazionali non sta seguendo il modello disegnato a Washington. L’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e l’esistenza di guerre aperte e di una notevole resistenza in questi paesi sono, così, la prova della debolezza e non della forza di questo potere globale e incontestato che pretendono di rappresentare gli Stati Uniti. Lo sono anche i dubbi del governo Bush circa i passi da compiere nel suo assalto all’Iran e alla Corea del Nord, per non parlare dei crescenti problemi che incontra in America Latina. Ma, se questa prospettiva annuncia un’organizzazione più giusta delle relazioni internazionali, il passaggio a un mondo nuovo, con un nuovo schema delle potenze mondiali, porterà con sé pericolosi conflitti politici e, probabilmente, nuove guerre.
 
L’apparizione di diverse iniziative e organizzazioni in Asia e America è una manifestazione di questa nuova situazione, che comincia a mettere in discussione l’egemonia nordamericana nel mondo. Esamineremo in questa sede l’emergere di un nuovo centro, nel continente eurasiatico, che sfida – sebbene senza dichiararlo – il potere statunitense: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS). Creata nel 1996, e definita con maggior precisione nel 2001, in pochi anni l’OCS si è trasformata in un contrappeso a Washington. Raggruppa sei paesi (due giganti, Russia e Cina, e quattro delle cinque repubbliche dell’Asia centrale: Kazakhstan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan), e, inoltre, altri quattro Stati hanno lo status di osservatori (India, Iran, Pakistan, Mongolia). Se si sommano le sue forze, l’OCS, tra paesi membri e osservatori, raggruppa la metà della popolazione mondiale e dispone della metà delle riserve di gas e di petrolio del pianeta. Per gli Stati Uniti, l’OCS era un pericolo potenziale, che si è rafforzato.
 
L’ultima riunione dell’OCS, svoltasi nel giugno del 2006 a Shanghai, realizzata cinque anni dopo la firma della Dichiarazione di Shanghai, ha riunito undici paesi. E’ stata un successo. Si è firmato un accordo sulla sicurezza contro il terrorismo e, senza ammetterlo, contro le infiltrazioni militari e terroristiche negli Stati membri. Inoltre, il presidente cinese, Hu Jintao, ha proposto la firma di un trattato di amicizia e cooperazione a lungo termine nell’ambito dell’OCS. La Dichiarazione di Shanghai, in base alla quale tutti i partecipanti si impegnano a garantire la sicurezza, la sovranità e l’integrità territoriale dei paesi membri, contribuisce alla stabilizzazione della zona, che confina nel suo lato meridionale con uno scenario di occupazioni militari e nuove guerre potenziali: Afghanistan, Iraq, Iran, Siria, chiudono un arco in cui, direttamente o nelle vicinanze, gli Stati Uniti dispongono di un formidabile dispositivo militare. Per questo, a Shanghai, si è deciso di creare meccanismi per evitare l’apparizione di conflitti, e nessuno si è sorpreso dell’enfasi posta sulla cooperazione per lo sviluppo (con l’esempio cinese, quale specchio in cui si riflettono gli altri paesi), di fronte al caos in cui versa il Medio Oriente. E’ stata creata anche un’Associazione interbancaria, all’interno dell’OCS, per dare impulso alla collaborazione economica. La Cina ha bisogno di nuove forniture energetiche per assicurare il suo rapido sviluppo e, tanto la Russia come i paesi dell’Asia Centrale, compresi Iran, Pakistan e India, vedono nella locomotiva cinese i segni di un’opportunità strategica per uscire dal sottosviluppo che non può essere ignorata.
 
A Shanghai si è constatato che la sola esistenza dell’OCS, con le questioni della sicurezza e dello sviluppo economico come principali preoccupazioni, ha creato un nuovo spazio strategico. In tal modo, i quattro paesi dell’Asia centrale (tutti, meno il Turkmenistan), la Cina e la Russia hanno dichiarato la regione vitale per i propri interessi, nel momento in cui tentavano di tranquillizzare diplomaticamente gli Stati Uniti…e mentre pianificavano l’arretramento dell’influenza nordamericana nella zona. Vitali Vorobiev, coordinatore russo nell’OCS, ha inviato un messaggio a Washington: “L’OCS non è un’alleanza antiamericana”, affermazione che non è condivisa né dalla Casa Bianca né dal Dipartimento di Stato, e ancora meno dal Pentagono. Vorobiev, come altri dirigenti che erano presenti a Shanghai, era cosciente del fatto che l’organizzazione aveva iniziato a esercitare influenza internazionale. E nonostante essa sia stata creata in momenti di confusione politica, dopo il collasso sovietico; oggi, la Russia di Putin considera l’OCS come un’organizzazione che può limitare le sue perdite di spazio strategico e prevenire il temuto radicamento nordamericano nella sua periferia, annunciato come definitivo dai circoli più influenti del pensiero strategico statunitense. La Russia – che si divide tra l’attrazione per l’Unione Europea e la speranza di trasformare la CSI in una confederazione utile per il mantenimento dello status politico russo e attraente per le ex repubbliche sovietiche, area che considera di interesse vitale – sa che sta giocando il suo futuro di paese di rilievo nel mondo. Ma, mentre la metà del suo commercio estero si realizza con l’Unione Europea, è appena il quindici per cento l’interscambio con i paesi membri della CSI: è una delle conseguenze della rottura dei vincoli economici dell’ex URSS, che sembra non essere stata superata.
 
Anche gli Stati Uniti si rendono conto della nuova situazione: mentre si rendono conto del peso dell’OCS quale fattore che limita la loro presenza in Asia centrale, non hanno comunque potuto evitare che i paesi dell’OCS ricorrano oggi ai loro stessi rimedi. Se Washington ha utilizzato fino ad oggi il pretesto della “lotta contro il terrorismo” per forzare sull’ampliamento del suo dispositivo militare nel Medio Oriente e nell’Asia centrale (si ricordi che le sue basi nella zona sono state ottenute dopo gli attentati dell’11 settembre) e per invadere l’Afghanistan e l’Iraq e minacciare l’Iran, adesso, tanto Pechino quanto Mosca hanno invocato il rischio del terrorismo per sviluppare la collaborazione militare tra i paesi della CSI e per spingere Washington a ritirarsi dalla zona. Di fatto, Cina e Russia hanno già creato un gruppo di intervento contro i gruppi terroristi nella regione, e contro la delinquenza (traffico di droga, contrabbando di armi, commercio di esseri umani, riciclaggio di denaro, ecc.), sebbene i responsabili cinesi e russi insistano sul fatto che l’OCS non ha intenzione di trasformarsi in un blocco militare. E’ una delle iniziative che caratterizzano la politica prudente di rafforzamento seguita dalla Cina fino a questo momento, - che la Russia condivide -, tesa ad evitare lo scontro diretto, anche solo sul piano diplomatico e politico. In ogni caso, su proposta russa, nel 2007 si svolgeranno manovre militari congiunte dei paesi dell’OCS nelle regioni del Volga e degli Urali (a cui potranno partecipare unità militari di pronto intervento, comprese quelle aeree), e i ministri della Difesa cominceranno a riunirsi ogni anno per esaminare i problemi comuni. Anche questa decisione è risultata poco gradita agli Stati Uniti.
 
Putin ha affermato a Shanghai che è necessario dare impulso alle relazioni con i paesi osservatori dell’OCS (India, Pakistan, Mongolia e Iran), come anche con l’Afghanistan, e ha fatto riferimento al disappunto nordamericano di fronte alle iniziative di Mosca e Pechino, e di fronte al fatto che India e Pakistan partecipino all’organizzazione. Hu Jintao, il presidente cinese, valorizzando l’importanza del momento, ha definito la riunione “un successo assoluto”. Per parte sua, Singh, il primo ministro indiano non si è recato a Shanghai (gesto che alcune fonti hanno qualificato come una concessione agli Stati Uniti), sebbene il ministro dell’Energia indiano, che guidava la delegazione di Delhi, abbia affermato che il suo paese desidera essere membro a pieno diritto dell’OCS, obiettivo che si scontra con i piani degli Stati Uniti in Asia: gli strateghi del Pentagono coltivano l’idea di uno scontro cino-indiano per limitare l’ascesa della Cina. Allo stesso tempo, la Cina vuole stabilizzare la zona e disattivare i conflitti storici: l’accordo di frontiera con la Russia e i colloqui in India che, con disappunto nordamericano, hanno migliorato le relazioni tra i due paesi più popolati del mondo, sono passi che vanno in questa direzione. Inoltre, la crescente collaborazione russo-cinese si esprime nell’accordo firmato tra Gasprom, la compagnia russa del gas, e la CNPC, l’impresa petrolifera cinese, accordo per cui, in meno di cinque anni, la Cina otterrà quasi la metà del totale delle esportazioni russe di gas siberiano: vale a dire, che la Cina riceverà una quantità annua di ottanta mila milioni di metri cubi di gas. Allo stesso modo, la crescente collaborazione di Cina e India nell’acquisizione di risorse petrolifere – la compagnia indiana ONGC Videsh Limited (OVL) e la Corporazione Nazionale del Petrolio della Cina (CNPC) hanno firmato accordi in tal senso – annuncia cambiamenti che colpiranno la strategia di Washington. Come se non bastasse, Russia e Kazakhstan hanno presentato a Shanghai un’iniziativa per la creazione di un club energetico dell’OCS nel 2007. Non a caso, l’articolazione dell’OCS è stata fin dall’inizio un tentativo di bloccare le mire nordamericane al controllo della zona e al dominio delle due grandi regioni petrolifere del mondo: Medio Oriente e Asia centrale.
 
Anche il Pakistan, che diffida dell’avvicinamento nordamericano all’India e teme un cambiamento della alleanze che accentuerebbe la sua relativa solitudine, si avvicina all’OCS per prevenire il suo isolamento politico, fino al punto che Islamabad accetterebbe un incremento della collaborazione energetica con l’Iran, anche in presenza dell’evidente reazione sdegnata degli Stati Uniti. Nel febbraio del 2006, in occasione della sua visita in Cina, Musharraf ha sollecitato formalmente l’ingresso nell’OCS, e, durante il vertice di Shanghai, il dirigente pakistano ha chiesto l’appoggio russo per essere ammesso nell’organizzazione come membro a pieno diritto. Il movimento è significativo se pensiamo che il Pakistan è stato uno dei più fedeli alleati di Washington in Asia, malgrado abbia mantenuto buone relazioni con Pechino a causa del suo tradizionale scontro con l’India. Persino l’Afghanistan di Karzai, paese partecipante come osservatore a Shanghai, ha ascoltato le richieste dell’OCS riguardo alla lotta contro la droga, che serve per finanziare gruppi criminali e i signori della guerra. Comunque, la venuta a Shanghai di Karzai, un dittatore imposto dagli Stati Uniti, e le pressioni per ottenere l’integrazione nell’OCS, sono considerate dai paesi membri come un tentativo di Washington di accedere al processo decisionale dell’organizzazione e di stabilire una testa di ponte nordamericana per disattivare la sua integrazione e il suo rafforzamento.
 
In modo significativo, il presidente iraniano, Ahmadineyad, ha posto grande enfasi sull’impulso della cooperazione tra tutti i paesi dell’OCS. Durante il suo incontro con Putin, il dirigente iraniano ha suggerito la possibilità che la Russia e l’Iran definiscano congiuntamente la loro politica in relazione al gas e collaborino nella fissazione dei prezzi su scala mondiale. La visita del presidente iraniano è stata criticata con durezza dalla Rice e da Rumsfeld, che hanno cercato di esercitare pressioni su Pechino e Mosca con l’ipocrita retorica della “lotta contro il terrorismo”, pressioni che sono state respinte al mittente dalla Cina. Washington, che definisce l’Iran “paese terrorista”, teme in realtà il consolidamento di un contrappeso al suo potere nella zona del Golfo Persico e la sconfitta del suo piano per isolare, ed eventualmente controllare, il paese degli ayatollah. Anche il Giappone osserva con attenzione i movimenti nell’area e non rinuncia a cercare di influenzare lo sviluppo degli avvenimenti. Uno degli ultimi atti del primo ministro uscente, Junichiro Koizumi, è stato quello di realizzare una visita in Kazakhstan e Uzbekistan, dove non si era mai recato un dirigente giapponese di tale responsabilità. Obiettivi del viaggio: assicurare la fornitura di energia all’industria nipponica e contenere Russia e Cina in Asia centrale, fine strategico che il Giappone condivide con gli Stati Uniti.
 
Non finiscono qui le differenze tra gli Stati Uniti e l’OCS. L’importanza che questa attribuisce all’ONU, contrasta con il disprezzo di Washington verso la società delle nazioni, e questa realtà riguarda anche le complesse manovre politiche in seno all’ONU, al Consiglio di Sicurezza e nel momento in cui si devono affrontare i focolai di crisi nel mondo. Certamente, le contraddizioni tra i diversi paesi che si sono riuniti a Shanghai continuano ad essere grandi, sebbene trovino un punto di mediazione nel multilateralismo contrapposto all’ossessione egemonista degli Stati Uniti, che non hanno rinunciato a imporre la loro influenza nell’area. Gli Stati Uniti utilizzano a fondo tali contraddizioni. Le proposte del Pentagono di inviare aiuto militare ai paesi dell’Asia centrale sono un modo per penetrare militarmente e politicamente: così, il Kazakhstan ha ricevuto aiuto nordamericano e Washington è riuscita ad ottenere la firma di un piano di collaborazione tra questo paese e la NATO, mentre nel Kirghizistan continua ad occupare la base aerea di Gansi, al cui affitto annuale il governo kirghizo non intende rinunciare. Gansi (situata vicino all’aeroporto di Manas, la cui popolazione ha manifestato contro la presenza militare statunitense, e in prossimità della frontiera afgana) è l’unica base nordamericana piazzata in paesi dell’OCS.
 
Questo è il risultato del vertice di Shanghai. Non è poco. Ma, sebbene il consolidamento dell’OCS sia un fatto di grande rilevanza politica, non bisogna sottovalutare la capacità di manovra degli Stati Uniti nella zona: la loro presenza militare nel Caspio e nel Medio Oriente è una minaccia strategica per Mosca e Pechino, difficilmente reversibile nel breve periodo. Mosca conta sull’ombrello strategico della OTSC (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, creata nella CSI nel 2001, dopo diversi anni di negoziati, e composta oltre che dalla Russia e dalla Bielorussia, da Armenia, Kazakhstan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan), che ha stabilito un patto di mutua difesa tra i suoi membri. Nel maggio del 2001, prima dello schieramento delle forze nordamericane dopo l’11 settembre, la OTSC ha creato la Forza Collettiva di Reazione Rapida in Asia centrale con soldati di Russia, Kazakhstan, Kirghizistan e Tagikistan, con sede a Bishkek, ma la presenza di un cuneo nordamericano in Asia centrale l’aveva resa quasi inefficace. Ma la rottura dell’Uzbekistan con Washigntom, dopo i fatti di Andijan, ha rafforzato le posizioni di Mosca: alle manovre militari congiunte della OTSC, realizzate lo scorso agosto sulla costa del Mar Caspio, ha partecipato per la prima volta l’Uzbekistan che ha anche aderito al Trattato. La Russia accarezza l’obiettivo di ottenere l’adesione a questa organizzazione di altre repubbliche ex sovietiche, ma la sua debolezza continua ad essere grande: deve prestare attenzione ai propri focolai di conflitto, sapendo che gli Stati Uniti non hanno scartato la possibilità di una spaccatura della stessa Russia. Ci sono seri motivi di allarme. Un recente rapporto presentato alla Duma russa, elaborato da Valentin Falin (ex ambasciatore sovietico in Germania e dirigente comunista) e da Ghennadi Yevstafiev (generale dei servizi segreti), mette in guardia rispetto all’inevitabile deterioramento delle relazioni tra Russia e Stati Uniti nei prossimi due anni, in conseguenza della svolta della politica nordamericana, orientata a far naufragare il progetto di “sovranità energetica” disegnato dal governo russo ed anche ad accelerare l’ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO. Il rapporto prevede un aumento delle pressioni nordamericane nelle repubbliche periferiche dell’Asia centrale e nel Caucaso, attraverso fondazioni e ONG finanziate dall’Occidente, che potrebbero creare pericolosi focolai di conflitto all’interno della stessa Federazione Russa. Di fatto, il Ministero della Difesa russo ha elaborato una dottrina militare che ritiene che i pericoli esterni per la Russia provengano dagli Stati Uniti e dalla NATO, e dalle oscure reti del “terrorismo internazionale”, manipolate frequentemente dai servizi segreti. Per questo, la Russia ha cercato di riorganizzare il proprio esercito e di dotare di nuove armi le sue unità, con l’intenzione di pacificare le sue frontiere e di stabilire accordi di collaborazione e di amicizia con tutte le repubbliche del cosiddetto “estero vicino” (nella consapevolezza che le sue dispute con Ucraina, Georgia, Moldavia e Azerbaigian limitano il suo rafforzamento); e allo stesso tempo, spera, nel giro di cinque anni, quando scadrà la validità dell’attuale Trattato russo-nordamericano di riduzione dell’armamento strategico offensivo, di poter rinnovare in modo soddisfacente i suoi sistemi di missili balistici e riorganizzare le sue forze nucleari strategiche. Entrambi i paesi, Russia e Stati Uniti si sono impegnati a ridurre i loro arsenali fino al limite di duemiladuecento testate nucleari nel 2012.
 
Non è dovuto al caso che la Cina insista oggi sul tasto della lotta contro il terrorismo, il separatismo e l’estremismo, giocando un ruolo sempre più rilevante: del resto, l’OCS ha la sua sede permanente a Pechino. La diplomazia cinese, artefice della sua creazione, ha conseguito, con il vertice di Shanghai, un’importante vittoria, che si aggiunge alla dichiarazione di Shanghai del luglio 2005, quando fu richiesto a Washington di ritirare le sue truppe dall’Asia centrale: ormai l’Afghanistan non poteva più servire come scusa. Nel settembre 2006, con la riunione dell’organismo antiterrorista dell’OCS, insieme alla riaffermazione della caratterizzazione economica dell’OCS, venivano dichiarate anche le sue ambizioni geopolitiche. Ma gli Stati Uniti non si rassegnano: il governo Bush continua ad insistere, esercitando pressioni affinché l’OCS si limiti alla collaborazione economica e abbandoni la pretesa di coordinare la forza militare dei suoi membri e di giocare un ruolo nella geopolitica planetaria. Il presidente russo, Putin, aveva già dichiarato che l’obiettivo dell’OCS è quello di realizzare un sistema di relazioni internazionali più giusto e, senza peraltro che lo si sia dichiarato esplicitamente, è ovvio che tale obiettivo si scontra frontalmente con la volontà di predominio nordamericana nelle relazioni internazionali dell’ultimo decennio. Per questo, durante la visita che il presidente cinese, Hu Jintao, ha realizzato negli Stati Uniti, nel marzo 2006, una delle questioni che Bush e i suoi consiglieri hanno voluto affrontare con lui è stata quella relativa al ruolo dell’OCS e agli obiettivi che persegue. Hu Jintao ha tranquillizzato Bush, insistendo sul fatto che l’OCS non è un’organizzazione antiamericana: ma, nonostante le rassicurazioni e la cautela diplomatica dei cinesi, gli strateghi nordamericani continuano a diffidare di un’organizzazione che potrebbe emarginare gli Stati Uniti da grandi aree dell’Asia.
 
Ci sono molte questioni che preoccupano Washington. La pretesa nordamericana di spingere la Cina verso una politica ostile nei confronti dell’Iran, ha ricevuto un duro colpo quando Hu Jintao ha difeso la via diplomatica, rifiutando il ricorso alla forza. E’ logico. Pechino è consapevole del fatto che un ipotetico arrivo della macchina da guerra nordamericana nel Mar Caspio, dopo una guerra contro l’Iran, creerebbe una situazione difficile per tutti i paesi dell’Asia centrale, per la stessa Russia, ed anche per l’accesso cinese al mercato energetico della zona. Non bisogna dimenticare che, con l’eventuale dislocazione dei nordamericani in Iran, il progetto, già previsto, di costruzione di un oleodotto di quasi quattrocento chilometri che dovrebbe congiungere le fonti di petrolio iraniano al Caspio ed unirsi in seguito all’oleodotto Kazakhstan-Xinjiang verrebbe subordinato alle esigenze di Washington e alle sue priorità strategiche. Si vedrebbero anche messi in discussione gli accordi firmati da Cina e Turkmenistan per la fornitura di gas turkmeno alle regioni occidentali cinesi. Gli Stati Uniti considerano un pericolo per la loro attuale egemonia che la Cina riesca ad assicurarsi le forniture energetiche di cui ha bisogno per mantenere la propria crescita economica. Per questa ragione, le continue pressioni nordamericane su Pechino (in merito al suo disavanzo commerciale con la Cina, alla rivalutazione della moneta cinese o alla contesa sulla proprietà intellettuale dei prodotti, e ad altre questioni che vedremo più avanti) rappresentano carte per condizionare l’autonomia della Cina e creare difficoltà al suo rafforzamento.
 
La battaglia continua anche in scenari meno importanti: il contenzioso diplomatico tra Kirghizistan e Stati Uniti, che ha portato nell’estate scorsa alla reciproca espulsione di diplomatici kirghizi e nordamericani, si è chiusa in modo approssimato con la visita del sottosegretario di Stato nordamericano, Richard Boucher, a Bishkek, organizzata con il proposito di limitare i danni e insistere sull’importanza per gli Stati Uniti della base aerea di Gansi, quale supporto alla loro presenza militare, naturalmente per “fini umanitari”, in Afghanistan. La politica nordamericana della carota è stata rafforzata da promesse di futuri investimenti per lo sfruttamento delle risorse energetiche del Kirghizistan. A Washington ci si preoccupa sempre più del crescente arretramento nordamericano nella zona e del rafforzamento della collaborazione scientifica, tecnica e militare tra Russia e Cina. Lo stesso Boucher, che, nel Dipartimento di Stato, è incaricato di seguire l’area, ha insistito recentemente sui vantaggi che deriverebbero all’OCS, se si limitasse ad esercitare funzioni economiche e commerciali.
 
Non si deve neppure dimenticare che, oltre alle pressioni politiche sulle questioni dei diritti umani, gli Stati Uniti giocano altre carte: sanno che, insieme al ricatto politico e alle minacce velate contro la Russia, possono premere efficacemente sulla Cina, all’estero e all’interno. Vediamo alcuni esempi. I tentativi di riforma del lavoro del governo di Pechino per garantire i diritti dei lavoratori cinesi (colpiti dall’inefficacia dei sindacati e dalla voracità di molte imprese multinazionali) e migliorare le condizioni contrattuali, i salari e limitare l’arbitrarietà delle imprese con una nuova legge, sono duramente boicottati dalle associazioni delle imprese multinazionali che hanno investito nell’economia cinese in questi ultimi anni: non solo perché esse difendono i loro profitti, ma anche perché, per mano del governo nordamericano, minacciano di complicare ulteriormente le cose a Hu Jintao nella gestione dello sviluppo economico della Cina. Così, la Camera di Commercio degli Stati Uniti a Shanghai (che rappresenta più di mille imprese multinazionali) e il Consiglio delle Imprese USA-Cina (che comprende circa duecentocinquanta grandi imprese nordamericane), hanno fatto conoscere la loro opposizione alla riforma del lavoro preparata dal governo cinese, avanzando velate minacce di disinvestimento. A giudizio delle grandi imprese nordamericane (che hanno più volte sbandierato di voler proteggere i diritti umani!), la proposta concederebbe troppi diritti agli operai cinesi. Così la Cina deve affrontare, da un lato, l’insoddisfazione di milioni di lavoratori che sopportano le dure condizioni imposte dalle multinazionali, e, al tempo stesso, la minaccia che le stesse multinazionali cessino di contribuire alla continuità dello sviluppo cinese, minacciando di trasferirsi in India, in Pakistan e nei paesi del Sud-est asiatico.
 
Inoltre, su un altro piano, gli Stati Uniti, con diversi mezzi, continuano ad esercitare pressione sulla Cina nel Xinjiang e nel Tibet, appoggiando i movimenti nazionalisti locali; a Taiwan, dove danno impulso alla strategia indipendentista, esagerando in merito alla debolezza militare dell’isola, per poterla riarmare e rafforzare le proprie posizioni. In Corea del Nord, l’aggressiva politica nordamericana, accentuatasi dopo che Washington ha cominciato a parlare del fantasmagorico asse del male e dell’inadempimento degli accordi firmati con Pyongyang, non ha ancora ottenuto effetti significativi, sebbene l’esplosione di una piccola bomba nucleare lo scorso 9 ottobre abbia arrecato problemi aggiuntivi alla Cina: la riattivazione della crisi coreana consolida la dipendenza di Tokyo e Seul dagli Stati Uniti, dà impulso al riarmo di questi due paesi, crea problemi a Pechino e a Mosca, e mette in difficoltà lo sviluppo economico della zona. Ma, nonostante l’allarme suscitato dalla minaccia di proliferazione dell’armamento atomico nel mondo, non bisogna dimenticare che l’attacco nordamericano alla Corea del Nord parte da lontano e spiega i movimenti difensivi di un piccolo paese che non minaccia nessuno, al contrario di quanto va sbandierando la forsennata propaganda americana: Truman, nel 1950; Eisenhower, nel 1953; Nixon, nel 1973, e Clinton, nel 1994, tutti questi presidenti nordamericani hanno minacciato la Corea del Nord di bombardamento atomico, e la politica di Bush dopo l’11 settembre non ha fatto che aggravare la situazione. Ma dubitiamo che la risposta di Pyongyang del 9 ottobre sia la più adeguata. Basti ricordare che l’aggravamento della crisi mette in difficoltà il tentativo cinese di ottenere la denuclearizzazione della penisola coreana (in cui gli Stati Uniti possono contare su un armamento atomico installato in sottomarini nucleari) e, inoltre, danneggerà i progetti di costruzione (con partecipazione russa) della ferrovia transcoreana e del suo allaccio con la ferrovia transiberiana diretti a facilitare il commercio dell’Asia con l’Europa, ed anche pregiudicherà l’arrivo, in seguito alla costruzione di nuovi oleodotti, di idrocarburi russi nella penisola, destinati alla Corea del Sud e, probabilmente, al Giappone. Tutto ciò, nel momento in cui gli Stati Uniti si apprestano a realizzare la prima prova della loro arma spaziale, secondo quanto ha rilevato Craig Eisendrath (diplomatico nordamericano, collaboratore del Center for International Policy) alla catena ABC. Tale prova (secondo alcune fonti, progettata per dare una risposta ai progressi cinesi nell’utilizzo dei raggi laser contro satelliti spaziali nordamericani) è il primo passo verso il dispiegamento di armi statunitensi nello spazio, allo scopo di conseguire il monopolio nel cosmo.
 
Un’ultima considerazione. L’aumento della pressione nordamericana sulla Russia, dove Washington gioca la carta del gruppo GUAM (Georgia, Ucraina, Azerbaigian e Moldavia), dell’eventuale integrazione dell’Ucraina nella NATO e della riattivazione dei conflitti nel Caucaso, si è reso evidente con la crisi delle spie in Georgia e con diverse iniziative tese a far arretrare l’iniziativa diplomatica russa. Così, in occasione della 61° tornata di sessioni dell’Assemblea Generale dell’ONU a New York, la pretesa del GUAM (suggerita dalla diplomazia statunitense) di far inserire nell’ordine del giorno la discussione sui conflitti di Abkhazia e Ossezia, Nagorni Karabach e la regione orientale della Moldavia, pretesa a cui Mosca si è opposta con forza, rappresenta l’ultimo tentativo di condizionare la Russia inviandole un messaggio sulle conseguenze che potrebbe avere una politica russa in contrasto con i disegni di Washington. La crisi tra Russia e Georgia in merito alle presunte spie russe detenute – crisi ordita dai servizi segreti nordamericani – è un avvertimento di Washington a Mosca, per interposto paese, sulle conseguenze che potrebbe comportare una politica estera russa troppo audace e indipendente e troppo vicina a Pechino. Il messaggio di Washington è chiaro: l’OCS deve occuparsi di questioni secondarie. Sebbene Putin abbia lasciato intendere chiaramente che l’aumento della collaborazione tra i paesi dell’area ex sovietica è la priorità assoluta della politica estera russa, Washington non è disposta ad accettare il rafforzamento della Russia.
 
Nonostante la retorica della loro propaganda, gli Stati Uniti non sono alla ricerca dell’ampliamento della democrazia nel mondo, e neppure sono particolarmente interessati alla lotta contro il terrorismo e tanto meno temono il potere militare coreano o iraniano: tutte queste questioni sono carte da giocare nel complesso tavolo delle relazioni internazionali e nella creazione di alleanze per conseguire l’obiettivo di mantenere l’egemonia nordamericana nel pianeta. Egemonia che l’OCS minaccia di danneggiare. La pace mondiale che Washington offre al mondo è solamente un programma di rassegnazione al dominio statunitense o di resa di fronte alla forza: le velate minacce a Russia e Cina, la riattivazione di vecchi conflitti e la creazione di nuove dispute in Asia, rivelano il percorso della politica nordamericana. Mentre l’Unione Europea cede con sempre maggiore frequenza di fronte alle richieste di Washington (dimenticando i suoi impegni interni), Russia e Cina cercano di sottrarsi allo scontro diretto con gli Stati Uniti: Mosca, perché è cosciente della sua attuale debolezza; Pechino, perché ha bisogno di tempo. Ma l’OCS rappresenta già una sfida aperta all’egemonia nordamericana nel mondo.
 
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare