www.resistenze.org - osservatorio - mondo multipolare - 09-06-07

da: www.rebelion.org

 

Scudo antimissilistico: l’irresistibile corsa di George Bush

 

Higinio Polo

El viejo topo

 

maggio 2007

 

L’evidenza del disordine planetario di fronte alla profezia sull’arrivo di un mondo più sicuro annunciata dalla propaganda liberale dopo la scomparsa dell’URSS, e la caotica globalizzazione in atto, insieme all’esplosione di nuove guerre e alla preparazione di altre, quasi sempre per iniziativa di Washington, sono fonti di preoccupazione in tutto il pianeta, in questi anni di transizione da un contesto apparentemente unipolare a uno scenario strategico più complesso, dove va profilandosi la decadenza del predominio nordamericano, pur ancora egemone, governato da un potere economico e militare che, malgrado i rovesci strategici subiti e le tendenze che si preannunciano, fa resistenza ad ammettere che dovrà spartire aree di influenza con altre potenze globali. Per questo l’indirizzo che mostra l’azione internazionale nordamericana è il preludio ad un progressivo scontro tra paesi, perché la guerra rappresenta ancora una volta la principale risorsa esterna di Washington. Non è casuale che Putin abbia detto che lo sforzo nordamericano per affermare il suo potere solitario sul mondo è “una formula che conduce alla catastrofe”. E anche statisti di paesi alleati di Washington, sono convinti della stessa cosa, pur non manifestandolo pubblicamente.

 

Così, lo scorso febbraio, nella Conferenza sulla Sicurezza celebrata a Monaco, il presidente russo, di fronte a rappresentanti di quaranta paesi, ha elencato con maggior chiarezza rispetto al passato i problemi che la politica nordamericana crea nel mondo. Che cosa ha detto Putin? Ha sostenuto che la sicurezza internazionale abbraccia più problemi che la pura stabilità militare: essa implica la stabilità economica e lo sviluppo globale. Riflettendo sul concetto di “mondo unipolare”, Putin ha affermato che coloro che lo difendono fanno riferimento a un unico centro di forza, decisionale: un mondo con un padrone, che è inaccettabile e, oltretutto, impossibile. Il misurato discorso preparato dal Cremlino sosteneva che è il tentativo di introdurre questo concetto di “mondo unipolare”, di tradurlo in pratica con il ricorso ad azioni unilaterali, che non ha risolto alcun problema, ma che sta complicando la situazione internazionale. Putin ha affermato che gli Stati Uniti stanno oltrepassando le loro frontiere nazionali per imporre la propria politica ad altri: “A chi può far piacere questo?”, si è domandato. “Nessuno si sente più sicuro”. Di fronte a questa realtà ha proposto un equilibrio ragionevole, tra interessi diversi, con l’ONU come fonte di legittimità: criticando il ministro della difesa italiano (che aveva detto che l’uso della forza era legittimo, nel caso seguisse una decisione della NATO, dell’Unione Europea o dell’ONU), Putin ha affermato che solamente l’ONU poteva rivendicare questa responsabilità.

 

Putin ha difeso anche la riduzione delle armi nucleari: Russia e Stati Uniti si erano a suo tempo accordati circa la limitazione dei missili strategici fino ad un numero di 1.700-2.000 testate nucleari entro la fine del 2012. Insieme a ciò, Putin ha richiamato l’attenzione sul pericolo di militarizzazione dello spazio. Pesava anche la critica nordamericana alla Cina per il lancio di un missile antisatellite…senza però che, in modo interessato, si facesse osservare che, come ha ricordato Putin, gli Stati Uniti avevano già fatto qualcosa di simile negli anni ottanta. La contrarietà nordamericana si spiega con la constatazione che, come ha titolato The New York Times, “la Cina sta sfidando l’egemonia spaziale degli Stati Uniti”, e che Pechino si rifiuta di accettare le imposizioni nordamericane: va ricordato che Bush aveva decretato, nell’ottobre 2006, che il suo paese “si riservava il dominio dello spazio”, nello stesso momento in cui rifiutava di negoziare qualsiasi trattato che potesse limitare l’azione degli Stati Uniti nel cosmo.

 

Sull’installazione di nuovi sistemi antimissilistici in Europa, Putin ha ricordato che nessun paese problematico (secondo il criterio nordamericano: Iran e Corea del Nord) è in grado di lanciare missili con una gittata di ottomila chilometri e neppure lo sarà in un futuro prevedibile. “E’ pure ovvio che un ipotetico lancio di un missile della Corea del Nord contro gli Stati Uniti attraverso l’Europa Occidentale contraddice le leggi della balistica”. In tal modo, egli ha concluso che le ragioni del dispiegamento antimissilistico in Europa sono altre.

 

Non è stata questa l’ultima questione spinosa affrontata dal presidente russo. Egli ha ricordato che il Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa fu firmato nel 1999 e che, nei sette anni trascorsi, solo quattro paesi, tra cui la Russia, lo hanno ratificato. I paesi della NATO si rifiutano ora di ratificarlo, utilizzando come pretesto la presenza di truppe russe in Moldavia e Georgia. “Ma che cosa è successo in questo periodo?”, si è domandato Putin. In questi anni sono state create basi nordamericane in Bulgaria e Romania, con cinquemila soldati che vi stazionano, di modo che, ha concluso Putin, la NATO spinge le sue unità militari fino alle frontiere russe, mentre Mosca, che ha rispettato scrupolosamente il Trattato, non è riuscita a far fronte a questa nuova realtà. Non è così sembrato strano che il presidente russo abbia affermato che l’espansione della NATO non ha alcuna relazione con la sicurezza europea, ma che è una provocazione che contraddice gli impegni assunti dai dirigenti stessi della NATO nel 1990 (Manfred Woerner, allora segretario generale, aveva assicurato che non sarebbero state dislocate truppe fuori dal territorio tedesco, quale garanzia di sicurezza per Mosca), e che si sia domandato: “a chi interessa questa espansione della NATO?”, “dove sono finite quelle garanzie?”

 

Putin ha criticato anche l’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa) perché non sta assolvendo al ruolo per il quale è stata creata e si è trasformata in uno strumento per difendere gli interessi occidentali, distruggendo gli equilibri europei. Malgrado ciò, Putin non ha fatto riferimento agli accordi di Helsinki – che non sono stati rispettati in Jugoslavia, in Germania e nella stessa URSS -, sebbene la diplomazia russa non dimentichi che i nuovi precedenti di Montenegro e Kosovo, e le tensioni alla periferia della Russia (Ossezia, Transnistria, Abkhazia, Alto Karabakh e Cecenia), pur avendo ovvie radici locali, vengono utilizzati dagli Stati Uniti come strumento di pressione su Mosca. Non a caso, le tesi di Brzezinski in merito alla convenienza di smembrare la Russia continuano a rappresentare una delle direttrici della pianificazione strategica di Washington.

 

Putin non ha invocato il soviet e neppure molto di meno; non ha speculato su una nuova guerra fredda: chi ha fatto trapelare nei corridoi questa speculazione è stata la diplomazia nordamericana, le cui opinioni sono state immediatamente amplificate dai grandi mezzi di comunicazione mondiali, in un vergognoso esercizio di manipolazione. A Monaco, Putin ha parlato dei “nostri amici americani”, ricordando (di fronte alle accuse che la Russia utilizza la sua potenza petrolifera e del gas per esercitare pressione politica) che più di un quarto dell’estrazione di petrolio in Russia si trova in mani straniere, e che non si può certo dire che gli interessi russi partecipino in forma simile ai settori economici strategici occidentali, accusando così l’Occidente di dare con una mano per riprendere con l’altra.

 

Persino i liberali russi (che sono filo-nordamericani) come Grigori Javlinskij, pensano che le nuove installazioni dello scudo antimissilistico progettato da Bush in Polonia e Repubblica Ceca siano una provocazione. L’opposizione comunista russa riconosce che Putin ha cambiato la politica estera degli anni di Eltsin, anche se non arriva al punto di elogiarlo per la sua politica complessiva. Putin non ha minacciato a Monaco: ha semplicemente preteso di chiudere la fase della prostrazione e della dipendenza che Eltsin aveva imposto alla politica estera russa. Dopo quasi quindici anni di regressione politica di Mosca, attraversati dal disastro del decennio di Eltsin (il cui governo, in termini geostrategici, ha rappresentato un vero e proprio tradimento nei confronti della Russia), Putin, accettando l’evidenza della perdita di influenza russa in Europa orientale, pretende di far valere gli interessi del paese nello spazio post-sovietico, nelle repubbliche che con la Russia facevano parte dell’URSS. E’ una pretesa ragionevole, e un’equilibrata politica nordamericana dovrebbe prenderla in considerazione, ma non è stato così fino ad ora. La manifesta contrarietà nordamericana verso il discorso di Putin a Monaco si spiega perché, per la prima volta in quindici anni, è stata espressa verbalmente un’opposizione penetrante al disegno strategico degli USA, e anche perché Washington ha incominciato a incontrare delle difficoltà nell’applicazione della sua politica, che altro non è se non cercare di ottenere l’incorporazione di tutte le vecchie repubbliche sovietiche nella propria sfera di influenza, continuare ad esercitare pressione su Mosca, imporre nella zona la piena libertà per le sue imprese e compagnie petrolifere ed anche assicurare la collocazione di suoi agenti nei governi della periferia russa: la Georgia è un esempio eclatante degli obiettivi nordamericani. In questa politica acquista significato l’installazione di uno scudo antimissilistico in Europa, il cui obiettivo non è l’Iran e neppure la Corea del Nord od oscuri terrorismi, ma la Russia.

 

Invece, i pianificatori della politica estera russa credono che il futuro verrà determinato da uno schema caratterizzato da cinque potenze (USA, Cina, Russia, UE, India), in cui Mosca potrà svolgere un ruolo equidistante tra l’occidente e le potenze asiatiche. Alcuni, individuandolo nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (OCS), arrivano a parlare di un triangolo russo-cinese-indiano che limiti il potere nordamericano e si opponga alla sua penetrazione in Europa e in Asia. Il recente vertice, a Nuova Delhi, di Serghey Lavrov, Li Zhaoxing e Pranab Mudherjee, ministri degli Esteri di Russia, Cina e India, va in questa direzione. Lo scenario è in movimento.

 

***

 

Alla fine del 2005, il presidente ucraino, Juschenko, (ancora esultante per la vittoria della rivoluzione arancione) aveva invocato la cooperazione tra i dirigenti dei paesi baltici, del Caucaso e dell’Europa centrale, seguendo i meccanismi dell’appena creato Foro della Comunità di Opzione Democratica, FCOD, un’invenzione della diplomazia nordamericana per continuare a incalzare la Russia. Juschenko affermava, con finto candore, che il foro pretendeva solo di stimolare i processi democratici nell’area, “senza pronunciarsi contro nessun paese”. Il foro era promosso da Ucraina e Georgia e appoggiato da Romania e Lettonia, satelliti nordamericani nella zona. Dalla Georgia, trasformata in testa d’ariete degli attacchi programmati a Washington, il governo accusava le truppe russe di fornire armi a “regimi separatisti”, alludendo a Ossezia e Abkhazia e pretendendo di ignorare l’evidente intervento nordamericano al momento in cui, secondo gli accordi sottoscritti, Mosca ritirerà i suoi ultimi soldati nel 2008. La nuova dottrina militare georgiana è stata elaborata nell’ambito della cooperazione con la NATO, e direttamente supervisionata da Washington. Saakashvili, il presidente georgiano, ne ha approfittato per accusare Mosca di utilizzare l’aumento del prezzo del gas a fini politici.

 

Nello stesso periodo, Jurij Balujevskij, capo di Stato Maggiore russo, dichiarava che la Russia non si stava preparando ad una guerra nucleare, e neppure ad una convenzionale, criticando gli Stati Uniti per la loro politica nucleare, basata su un doppio standard, che sanziona l’Iran ma tollera Israele. Balujevskij segnalava i tentativi della NATO di indebolire l’influenza russa nelle ex repubbliche sovietiche, e sottolineava l’importanza della cooperazione militare in seno alla CSI, che per i militari russi deve rappresentare una priorità della politica estera di Mosca. Balujevskij ha segnalato l’evidente coinvolgimento nordamericano nelle “rivoluzioni colorate”, e ha messo in guardia contro l’intenzione nordamericana di installare sistemi antimissilistici nell’est dell’Europa. Le sue parole si sono rivelate profetiche.

 

Washington ha continuato ad applicare la sua politica del fatto compiuto. Nel maggio 2006, gli Stati Uniti hanno annunciato il loro appoggio all’assorbimento di Ucraina e Georgia nel piano di azione per il loro ingresso della NATO, malgrado tutti gli studi indichino che, ad esempio, la popolazione ucraina si oppone a maggioranza a questa adesione, con percentuali superiori all’ottanta per cento della cittadinanza. Ma Washington non arretra: pur preferendo che il governo di Kiev forzi sull’integrazione evitando la consultazione popolare, non scarta la possibilità di falsificare un referendum nel caso, finalmente, fosse convocato. Contemporaneamente, Aleksandr Jakovenko, viceministro russo degli affari esteri, denunciava, senza entrare nei particolari, il finanziamento nordamericano ed europeo ad ONG russe, come esempio di ingerenza. E’ un altro degli strumenti di intervento nordamericano in Russia.

 

In pratica, gli Stati Uniti hanno creato un blocco regionale nell’Europa orientale diretto contro Mosca, ma anche contro l’Europa occidentale. Lettonia ed Estonia presentano serie mancanze sul piano della democrazia, che inficiano la loro politica, piegata agli interessi nordamericani, per non parlare della Polonia revanscista dei fratelli Kaszynski. A Vilnius, la capitale lituana, (in occasione, nello stesso mese di maggio, di una Conferenza internazionale dei “paesi del Mar Nero e del Mar Baltico”, che definisce un ambito geografico assurdo, ma disegnato dal Dipartimento di Stato nordamericano con un chiaro contenuto antirusso), il vicepresidente Richard Cheney pronunciò un aggressivo discorso contro la Russia, tanto duro da indurre i giornalisti presenti a ipotizzare lo spettro di una nuova guerra fredda. L’implicita minaccia contro Mosca, e l’aspro avvertimento che Washington avrebbe interessi nazionali in tutta la periferia russa, metteva in evidenza l’ambizione nordamericana e il desiderio di ridurre l’influenza russa nell’area. Gli Stati Uniti danno per consolidato il loro dominio sull’Europa orientale (da Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania, Bulgaria, fino ai paesi baltici) e sono pronti a continuare a inglobare paesi-clienti, come Georgia e Ucraina, senza dimenticare di intervenire in modo coperto nei focolai di conflitto all’interno della Russia, con tre strumenti principali: la pressione diplomatica, l’appoggio a ONG mercenarie e l’utilizzo di provocazioni terroriste. Robert Gates, il nuovo responsabile del Pentagono, ha mostrato nel vertice di Siviglia la sua “preoccupazione” per la, secondo lui, imprevedibile evoluzione di Russia, Cina, Iran e Corea del Nord: una forzatura nella corsa per ottenere che il Congresso nordamericano aumenti gli investimenti militari. Il bilancio del Pentagono ammonta a più di 620.000 milioni di dollari, il doppio di quello che gli Stati Uniti spendevano nei momenti più tesi della guerra fredda, e venticinque volte più del bilancio militare russo.

 

Esistono problemi anche per quanto riguarda l’esplorazione dello spazio: Russia e Stati Uniti conservano la SSI, Stazione Spaziale Internazionale, ma si è interrotta la cooperazione spaziale di fine anni novanta. Di fatto, Washington pretende di liquidare la SSI (un progetto congiunto di Stati Uniti, Russia e Unione Europea), i cui accordi avranno termine nel 2010, per concentrarsi sui propri progetti. E’ grave: si liquida così un progetto di collaborazione, per entrare in una spirale di scontro inevitabile, che Washington spera di vincere. Sa che la Russia non può mantenere da sola la stazione (l’Unione Europea è, a tale effetto, una mera comparsa) e vuole farla finita con la supremazia russa nel lancio di razzi spaziali (che continua). Le pressioni diplomatiche nordamericane su clienti europei e asiatici della cosmonautica russa sono in continuo aumento. Come era prevedibile, Anatolij Perminov, direttore dell’Agenzia Spaziale russa, ha dichiarato che il suo paese non parteciperà al programma nordamericano per la Luna.

 

La mancanza di cooperazione spaziale è molto significativa perché potrebbe colpire i piani militari e il dispiegamento del nuovo scudo antimissilistico nordamericano, che, secondo i progetti del Pentagono, sarà ampliato nei prossimi anni, con l’obiettivo di raggiungere la definitiva egemonia militare. Per questo, il governo Bush ha proclamato alla fine del 2006 che riservava per sé lo spazio per assicurare la difesa del paese: arrogandosi il ruolo di guardiano del cosmo, Washington pretende di controllare il sistema di osservazione spaziale che, oltretutto, vorrebbe che fosse l’unico, impossessandosi così delle comunicazioni, assicurando il proprio dominio tecnologico e supervisionando lo sviluppo di nuovi sistemi spaziali. In sostanza, un monopolio nordamericano sul cosmo.

 

Secondo fonti militari, il sistema antimissilistico che gli Stati Uniti vorrebbero installare in Polonia e Repubblica Ceca sarebbe composto, nel caso polacco, da dieci unità di missili con una gittata di seicento chilometri e una velocità di cinque chilometri e mezzo al secondo. I missili balistici raggiungono velocità superiori, ragion per cui non sarebbero efficaci contro l’attuale armamento russo, ma rappresentano un precedente per installare nuovi sistemi in Europa, più vicini alle frontiere russe; inoltre, Washington pensa di continuare a sviluppare migliori meccanismi di intercettazione e di maggior portata. Per giustificare il dispiegamento dello scudo, Washington parla della minaccia di Iran e Corea del Nord, ma questo argomento non è credibile, anche perché se così fosse potrebbe dispiegare lo scudo in Turchia, orientandolo verso l’Iran, e in Giappone, più vicino alla penisola coreana. Meno credibile ancora è l’argomento, avanzato dalla diplomazia nordamericana, secondo cui questi sistemi rappresenterebbero uno scudo contro gli attacchi terroristici. A ragione, Putin si è domandato a Monaco: “per caso i terroristi possiedono armi balistiche?”

 

Il nuovo radar che gli Stati Uniti hanno previsto di installare nella Repubblica Ceca (il cui raggio d’azione sarebbe in seguito allargato con installazioni marittime e nello spazio) è respinto dalla maggioranza della popolazione ceca: secondo tutti i sondaggi disponibili, appena il ventotto per cento degli abitanti approverebbe questa misura. Nonostante ciò, il governo conservatore di Mirek Topolanek ritiene, contro ogni evidenza, che essa rafforzi la sicurezza nel proprio paese e in Europa. Il Partito Comunista ceco, KSCM, che reclama un referendum sulla questione e sta promuovendo una campagna di raccolta di firme, denuncia la posizione del governo e dei partiti di destra, come pure quella del partito socialdemocratico, che pretendono di ottenere l’appoggio popolare alle installazioni nordamericane, attraverso l’assicurazione che in tal modo verranno creati posti di lavoro. Qualcosa di simile a quanto esposto da Topolanek, è stato avanzato dal primo ministro polacco, Jaroslaw Kaczynski, quando, dopo aver parlato con Condoleeza Rice in merito al dispiegamento di nuovi missili in Polonia, ha affermato che il suo governo considerava vantaggiosa questa proposta, sia per il suo paese che per l’Europa, sebbene la maggioranza dei cittadini polacchi si opponga all’installazione dei missili nordamericani. La condizione di paese satellite della Polonia veniva rivelata dalla fretta con cui sono state condotte le consultazioni: alla fine di gennaio 2007, la ministra degli Affari Esteri polacca, Anna Fotyga, dichiarava che il governo stava “studiando” la proposta nordamericana, e che non era ancora preparato ad adottare una decisione definitiva. Le pressioni nordamericane hanno sgombrato il campo: quindici giorni dopo questa dichiarazione di Fotyga, il governo di Varsavia accettava il dispiegamento dei missili. In merito, il segretario generale del Partito Comunista russo, Ghennadij Zjuganov, esprimeva il proprio biasimo per la decisione del governo polacco, che contribuisce alla tensione, nel momento in cui ricordava che in Polonia sono sepolti seicentomila soldati sovietici che hanno liberato il paese dal nazismo. Ma la spirale della corsa agli armamenti è iniziata: irresponsabilmente, il primo ministro Jaroslaw Kaczynski affermava alla fine di febbraio che il rifiuto russo dello scudo nordamericano significa una minaccia per la Polonia a cui si deve rispondere.

 

A proposito della minacciosa installazione in terra polacca, Serghey Ivanov, ministro della Difesa russo, ha assicurato che nulla riuscirà a trascinare la Russia in una nuova corsa agli armamenti, e, sebbene non abbia menzionato nessun paese, era ovvio che si riferiva agli Stati Uniti. Ivanov è cosciente che uno degli obiettivi nordamericani è quello di impedire un rafforzamento della Russia, trascinandola in una nuova corsa agli armamenti. Ivanov ha dichiarato a Der Spiegel che l’installazione da parte degli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, di armi antimissilistiche in Europa ha ripercussioni strategiche, e che la Russia dovrà rispondere. La risposta sarà “asimmetrica”, ma efficace, in grado, secondo le dichiarazioni dei responsabili militari russi, di far fronte alla nuova realtà: i servizi segreti russi, FSB, ritengono che i due focolai più pericolosi per il loro paese siano l’instabilità nel Medio Oriente e il tentativo nordamericano di aumentare le forze militari alle frontiere russe. Nikolay Patrushev, direttore del FSB, citava, alla fine di gennaio, il nuovo dispiegamento della NATO in Europa orientale e a sud della Russia (Caucaso), e i conflitti di Abkhazia, Transnistria e Ossezia del sud, come le questioni più preoccupanti per la sicurezza della Russia.

 

Quando Reagan ha annunciato la sua Iniziativa di Difesa Strategica, l’idea del Pentagono era quella di installare uno scudo antimissilistico nello spazio. Questo progetto è stato abbandonato dopo la sparizione dell’URSS, sebbene Clinton abbia deciso nel 1999 di dislocare nuovi sistemi di difesa antimissilistica negli Stati Uniti (che si trovano in silos sotterranei in Alaska e Maine, e che coprono da nord e da sud tutto il continente eurasiatico). In seguito, Bush ha abbandonato unilateralmente, nel dicembre del 2001, il Trattato sui Missili Antibalistici, ABM, che era stato firmato con l’Unione Sovietica nel 1972, assumendosi una grave responsabilità nella rottura degli equilibri mondiali.

 

Il progetto di scudo da installare in Polonia e Repubblica Ceca non è l’unico passo aggressivo operato da Washington. All’inizio di febbraio 2007, gli Stati Uniti hanno spostato il maggior radar di cui dispongono da Pearl Harbor fino ad Adak, nelle isole Aleutine. Questo radar, che fa parte del sistema antibalistico nordamericano, è orientato ora verso la penisola siberiana russa di Kamchatka, e connesso con i missili dislocati in Alaska che controllano tutta la Siberia Orientale e la Cina. Pochi giorni dopo, Robert Gates ha annunciato al Congresso la necessità di rafforzare la capacità militare nordamericana, collocando la Russia e la Cina tra le potenze avversarie e utilizzando concetti ambigui che hanno spinto molti analisti a domandarsi se non sia in preparazione una guerra contro la Russia. Da parte sua, l’ammiraglio in ritiro Machael McConnel, nominato alla fine di febbraio nuovo responsabile dell’Intelligence nordamericana (in sostituzione del sinistro John Negroponte), proclamava la necessità di prestare maggiore attenzione alla Russia, prospettando in tal modo la fine della cooperazione con Mosca, sebbene, visti sotto una prospettiva globale, i dodici anni posteriori alla scomparsa dell’URSS siano apparsi una mera sottomissione russa ai piani nordamericani. Solo pochi giorni dopo, il vicepresidente Cheney criticava il “crescente potere militare cinese”.

 

Consapevoli dell’impatto mondiale di queste iniziative, alcuni responsabili militari nordamericani hanno cercato di ammorbidire le critiche seguendo un copione tranquillizzante che, in ogni caso, non aggiungeva nuovi elementi. Così, negando l’evidenza del fatto che la dislocazione di nuovi sistemi militari non rappresenta mai una misura amichevole, il generale nordamericano Bantz Craddock, nuovo capo delle forze della NATO in Europa, affermava a Varsavia che la Russia “non aveva niente da temere” in conseguenza delle nuove installazioni nordamericane in Europa orientale. Fedele alla tradizione mistificatrice della sua diplomazia, l’ambasciatore nordamericano in Ucraina, William Taylor, interveniva assicurando che il suo paese non comprendeva l’opposizione di Mosca alle nuove installazioni, nello stesso momento in cui, in palese contraddizione, assicurava che il governo russo aveva riconosciuto che il sistema antimissilistico dislocato in Polonia e Repubblica Ceca “non era una minaccia per la Russia”. Aggiungendo nuovi elementi di preoccupazione per la Russia (in una dimostrazione di rozzezza, o meglio di calcolata pressione), Taylor assicurava che non c’erano negoziati in corso per l’installazione di parte di tali sistemi in Ucraina. Il 23 febbraio, Henry Obering, capo dell’Agenzia antimissilistica nordamericana, mentre ripeteva che la dislocazione non era diretta contro la Russia, annunciava, che, entro quattro anni, il primo dei missili del nuovo sistema sarebbe stato operativo in Polonia.

 

Mosca dispone ora di una maggiore capacità di bilancio per fare fronte ai cambiamenti nell’equilibrio strategico. Grazie a ciò, il Ministero della Difesa russo ha deciso di installare diciassette missili balistici intercontinentali e di lanciare quattro satelliti. Per i prossimi otto anni, la Russia ha intenzione di modernizzare le sue Forze Nucleari strategiche con trentaquattro missili installati in silos e sessantasei sistemi di missili Topol-M collocati sul terreno, cinquanta nuovi aerei con capacità di missili strategici e otto nuovi sottomarini, oltre a migliorare i suoi sistemi difensivi radar. Jurij Balujevskij, capo di Stato Maggiore russo, ha annunciato a metà febbraio che la Russia potrebbe abbandonare il Trattato sull’eliminazione dei missili di media e corta gittata (INF, secondo le sigle nordamericane), come risposta ai piani di Washington. Questo Trattato era stato firmato nel 1987, e obbligava a non fabbricare, sperimentare e installare missili di breve gittata (tra i 500 e i 1.000 chilometri) e di media gittata (tra i 1.005 e i 1.500 chilometri), e gli Stati Uniti lo hanno violato, nel momento in cui si stavano smantellando i missili esistenti con tali caratteristiche. Il Trattato sulla difesa antimissilistica si basava sull’idea che se si fosse eliminata la possibilità di lanciare un primo attacco nucleare, impedendo il dispiegamento di sistemi antimissilistici, tanto gli Stati Uniti quanto l’URSS si sarebbero trovati esposti alla “distruzione reciproca assicurata”, e questo avrebbe conservato la pace. Al contrario, se un paese avesse creduto di stare al riparo da un primo attacco, sarebbe potuto cadere nella tentazione di essere il primo a scatenarlo: questa concezione è stata condivisa dagli strateghi sovietici e nordamericani, ed è questa l’architettura della sicurezza che il governo di Bush sta distruggendo.

 

Inoltre, come ha messo in evidenza Balujevskij, il dispiegamento di nuovi sistemi antimissilistici condurrà ad una corsa per perfezionare missili in tutto il mondo. Una nuova corsa agli armamenti: questa è la responsabilità che assumono gli Stati Uniti con la loro imposizione alla Polonia e alla Repubblica Ceca. I militari russi confidano nei nuovi missili Topol-M, collocati a terra, e Bulava 30, che si piazzano nel mare, per rispondere alla nuova minaccia. Le parole di Balujevskij, che sono state un po’ sfumate dal ministro degli Affari Esteri, Serghey Lavrov, erano una logica reazione ai piani del Pentagono in Europa orientale. Lo stesso Lavrov ha dichiarato alla fine di febbraio che, se questi sistemi fossero infine installati, la Russia risponderebbe, constatando che le nuove armi nordamericane potrebbero avere come obiettivo unicamente il territorio russo. Alcuni settori dell’esercito russo hanno manifestato anche il timore che gli Stati Uniti forzino la situazione installando nuove componenti di questi missili nei paesi baltici, ex repubbliche sovietiche.

 

E’ evidente che le più importanti decisioni di Washington puntano allo scatenamento di nuove guerre. Paul Craig Roberts, che è stato sottosegretario al Tesoro con Reagan, allarmato per le conseguenze che potrebbe comportare un attacco nordamericano contro l’Iran, forse anche nucleare, ha affermato recentemente che è doveroso contenere la deriva guerrafondaia e la corsa agli armamenti di Bush, fino ad arrivare al punto di chiedere un attacco internazionale contro il dollaro, per conseguire l’affondamento della politica di Bush, che sarebbe privato del finanziamento necessario per la guerra. Craig ha ricordato che, come aveva affermato Putin, il bilancio militare nordamericano è venticinque volte superiore a quello russo. Craig che qualifica come “burattini” nordamericani i paesi dell’Europa centrale e orientale (paesi baltici, Polonia e Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria), sostiene che la NATO non è un trattato difensivo, ma uno strumento per consolidare l’impero nordamericano nel mondo. Le sue parole sono esemplari, perché non vengono pronunciate da un pericoloso comunista, ma da un membro dei circoli del potere nordamericano.

 

Zbignew Brzezinski, assistente del Consiglio di Sicurezza Nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, ha annunciato all’inizio di febbraio al Congresso che era probabile la preparazione di un attentato anche all’interno degli Stati Uniti per giustificare l’attacco militare nordamericano all’Iran. Brzezinski non è un pacifista e neppure un moderato: basti ricordare che teorizza la destabilizzazione delle regioni periferiche della Russia quale miglior strada per stroncare una volta per tutte la fortezza russa, e che vedrebbe con soddisfazione lo smembramento del paese.

 

Tutti questi segnali sono rivelatori della pericolosa situazione creata dagli Stati Uniti nel mondo, soprattutto sapendo che Washington dispone attualmente, oltre che delle installazioni nel proprio paese, di settecentotrentacinque basi militari in cinque continenti, che contano su un totale di ottocentoquarantamila soldati, inclusi i riservisti negli Stati Uniti. Sono presenti, inoltre, attraverso trattati di cooperazione, in altre duecentocinquanta installazioni militari all’estero, sulla base di accordi spesso poco chiari o segreti con governi di diversi paesi.

 

Gli Stati Uniti (che si sentono vincitori della guerra fredda, sebbene constatino le loro crescenti difficoltà) fanno resistenza ad accettare che non si può imporre un mondo unipolare, e che le tendenze strategiche globali muovono verso una schema internazionale di cinque potenze: Cina, Russia, India, Unione Europea e Stati Uniti. Per evitare ciò non esitano a preparare la guerra. La rottura unilaterale del Trattato sui Missili Antibalistici (ABM, firmato dall’Unione Sovietica e dagli Stati Uniti, e che ha rappresentato la pietra miliare dell’equilibrio nucleare e del mantenimento della pace nel mondo), decisa dagli Stati Uniti, ha creato una situazione pericolosa. Ora, Washington ha imposto una nuova spinta bellicista in Europa occidentale e ha introdotto un cuneo di Stati-clienti (da Polonia e Repubblica Ceca fino ai paesi baltici) tra la Francia e la Germania, da un lato, e la Russia e la Cina dall’altro. Il nuovo scudo antimissilistico è un nuovo passo verso la guerra. Dopo avere incendiato buona parte del Medio Oriente, dopo aver invaso Afghanistan e Iraq, e forzato i propri alleati europei a una sottomissione che avrà conseguenze future, e mentre prepara la guerra contro l’Iran, il governo nordamericano aumenta la tensione in Europa orientale e dà impulso alla corsa agli armamenti nello spazio. E’ un nuovo pericolo per il mondo: l’irresistibile corsa (verso la guerra) di George W. Bush.

 

Higinio Polo

 

Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare