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da Granma Nacional
http://www.granma.cubaweb.cu/2007/07/07/interna/artic07.html
L’Africa nel mirino
Arnaldo Musa
07/07/2007
Gli Stati Uniti vogliono costituire in settembre una forza militare speciale per L’Africa, col pretesto di combattere il terrorismo ma con l’intento reale di assicurarsi il controllo del petrolio africano.
Il pretesto di Washington, a proposito dell’intervento, sarà più visibile quando nascerà The United States Africa Command (Comando Statunitense per l’Africa, AFRICOM) che le lobby della Casa Bianca, attraverso il loro portavoce George W. Bush, hanno esposto nella richiesta di finanziamento militare per il 2008, con il beneplacito di repubblicani e democratici.
Gli analisti assicurano che “le future guerre del petrolio si faranno in Africa”, del resto, l’interesse dell’imperialismo nordamericano per questo continente si discosta appena dalle ambizioni che dimostra per il Medio Oriente, con le ben note conseguenze.
Ma ritengo che la prima guerra del petrolio si stia già facendo nel Darfur, dove l’ingerenza statunitense complica uno dei più lunghi e sanguinosi conflitti del continente africano. Tutto perché al sud del Sudan, nella rete d’affluenti che alimentano la conca centrale del Nilo, è stata scoperta una riserva petrolifera equivalente a 2.000 milioni di barili.
Secondo il sito web della Fondazione Safe Democracy, gli USA - i maggiori consumatori di petrolio nel mondo - non esiteranno a ricorrere alle armi per difendere il loro “diritto” a comprare il petrolio, e di fatto, questo approccio è già stato confermato con l’aggressione dell’Iraq.
L’Africa produce l’8-9% del greggio mondiale, e fornisce un’esportazione quotidiana di 5 milioni. I principali produttori sono la Nigeria (2,4 milioni di barili al giorno), l’Angola (1 milione), seguiti da Guinea Equatoriale, Sudan, Chad, Congo e Gabon. Sebbene a livello mondiale il continente africano non sia fra i produttori più importanti, le previsioni indicano che nel prossimo decennio potrà duplicare la sua produzione.
L’intervento delle multinazionali e il loro controllo impediscono che le ricchezze siano sfruttate dal popolo. Non dimentichiamoci che in molte occasioni eserciti mercenari hanno impiegato la tattica della terra bruciata per far fuggire la popolazione delle aree in cui era stato scoperto il petrolio.
In questo sistema di sfruttamento petrolifero le multinazionali la sanno lunga. La Shell è stata accusata di essere coinvolta nell’espulsione delle popolazioni del Delta del Niger, la Elf è stata coinvolta in uno scandalo simile.
Uno studio del Price/Waterhouse Coopers ha dimostrato che “petropolitica” è ormai egemone.
Le relazioni di due fra le maggiori compagnie, la Exxon Mobile e la Royal Dutch Shell, rese pubbliche a Davos, nei loro piani strategici prevedono una crescita del consumo energetico mondiale del 50%, soddisfatto per un 80% dai combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone).
Di fronte a queste cifre, la pressione esercitata sugli USA dall’ingresso della Cina nel mercato petrolifero di questo continente, lascia intendere che le prospettive dell’Africa non siano per niente felici, da qui l’importanza della creazione dell’AFRICOM.
Michael Nicken, professore universitario sudafricano, fa notare che insieme ai cosiddetti “aiuti umanitari”, gli USA prevedono la creazioni di basi militari e il dispiegamento di soldati, così come hanno già fatto nell’ex colonia francese di Gibuti. Gli aerei che hanno bombardato le posizioni dei ribelli a Mogadiscio ed altre regioni al sud della capitale somala, sono partiti proprio da lì.
Allora si capisce che l’AFRICOM sarà uno strumento politico-militare per garantire il controllo diretto su di un continente che è diventato un elemento di sicurezza energetica degli USA, da cui ora riceve appena il 15% dei rifornimenti d’idrocarburi, ma che diventeranno il 25% nel 2015.
Il Comando Europeo (EUCOM) copriva già il nord, dall’Ovest dell’Egitto fino a tutto l’occidente, il centro e il sud africano; il Comando Centrale (CENTCOM) include l’Egitto e il Corno d’Africa, ed il Comando del Pacifico (PACOM) raggiunge le isole nell’Oceano Indiano, compreso il Madagascar.
Inizialmente AFRICOM sarà installato nel quartier generale di EUCOM, in Germania.
Su questa linea si colloca la caccia ad un candidato africano “docile” per affidare il comando regionale dell’entità, perché gli USA devono rispondere a crisi in regioni molto disparate, ma che ritengono indispensabili alle loro ambizioni egemoniche.
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare