www.resistenze.org
- osservatorio - mondo multipolare - 03-01-08 - n. 209
L’Europa fa pressione sull’Africa perché firmi gli accordi di libero commercio
Gladys Martinez Lopez - Diagonal
29/12/2007
Nell’impossibilità di firmare accordi completi entro il 1 gennaio, l’UE ha varato una strategia per far si che i paesi ACP siglino gli EPA in due fasi: primo, il commercio; in seguito, i servizi.
“L’Africa rifiuta gli EPA”, ha detto Abdulaye Wade, presidente del Senegal, durante il Vertice UE-Africa che si è svolto a Lisbona l’8 e il 9 dicembre, riferendosi agli accordi di libero commercio che l’UE vuole firmare con le sue 77 ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) entro il 1 gennaio 2008. In questa data scade il termine assegnato dall’OMC perché gli Accordi di Cotonou, che concedevano l’accesso preferenziale delle merci dei paesi ACP nei mercati europei, siano sostituiti da accordi di reciprocità. Una reciprocità che a livello economico non si realizza, dal momento che l’UE moltiplica per 30 il PIL dei paesi ACP.
Sebbene Senegal e Sud Africa, che guidano il fronte del rifiuto degli EPA, non siano riusciti ad ottenere una dichiarazione comune contro accordi che, una volta approvati, liberalizzeranno più del 90% del commercio tra l’Europa e i paesi ACP nei prossimi 15 anni, il loro atteggiamento è un riflesso delle reticenze di numerosi paesi in via di sviluppo a firmare trattati che possono avere conseguenze devastanti sulle loro economie, obbligandoli ad eliminare le tariffe doganali e ad aprire i mercati a prodotti europei fortemente sovvenzionati (vedere DIAGONAL n. 63).
EPA transitori
Di fronte a queste reticenze e vista l’impossibilità di giungere alla firma degli EPA entro la data prevista, la Commissione ha adottato una nuova tattica alla fine di ottobre, approvata il 20 novembre dal Consiglio dell’UE, che si concretizza in EPA in due fasi: la firma, in una prima fase antecedente il 1 gennaio, di “accordi transitori” sull’interscambio di beni; e una seconda fase obbligatoria per coloro che firmeranno gli accordi transitori, che entrerà in vigore dal febbraio 2008, di negoziazione di “EPA completi”, che includeranno la liberalizzazione dei servizi, gli investimenti e le competenze anche sulla proprietà intellettuale. Al momento, i Caraibi sono l’unica zona che ha accettato di firmare gli EPA completi, mentre almeno 15 paesi, delle altre cinque regioni di Africa e Pacifico che stanno trattando, hanno firmato o si apprestano a firmare accordi transitori.
Sebbene l’UE abbia presentato gli accordi transitori come una concessione, José Antonio Hernandez, della Campagna Giustizia Economica dell’Oxfam, spiega che implicheranno: “una liberalizzazione di fino al 97% del commercio entro termini più brevi; in alcuni casi essa verrebbe avviata allo stesso momento della firma e il termine massimo per liberalizzare i beni sarebbe tra i 10 e i 15 anni”. L’86% della liberalizzazione in Botswana, Lesotho e Swaziland si realizzerà in due anni. L’eliminazione dei controlli doganali provocherà una perdita tra il 15% e il 34% degli introiti fiscali dei paesi ACP. Secondo Hernandez, altre disposizioni degli accordi aggraveranno ancora di più la situazione dei paesi in via di sviluppo: alcune clausole di salvaguardia e di protezione delle industrie inefficaci per la loro breve durata; la clausola di “nazione più favorita”, in base a cui l’UE obbligherebbe un paese firmatario ad applicarle le condizioni più favorevoli concesse in materia commerciale ad uno Stato terzo, cosa che “creerà difficoltà alle relazioni commerciali dei paesi africani con potenze come Cina, India o Brasile”; “regole di origine che metteranno in pericolo l’integrazione regionale dei paesi ACP; e l’obbligo di eliminare alcune tasse sulle esportazioni che comportano circa il 20% delle entrate di bilancio in paesi come Burundi e Guinea. Nel frattempo, varie clausole permetteranno all’UE di continuare a sovvenzionare i suoi prodotti.
Alla vigilia del 1 gennaio, la Commissione Europea, guidata dal commissario al commercio, Peter Mandelson, ha raddoppiato le pressioni su questi paesi, per ottenere la loro firma. Sebbene i paesi meno avanzati (PMA) abbiano la possibilità di non firmare gli EPA e di avvalersi del già esistente trattato commerciale Tutto Meno Armi, i “paesi a medio reddito” sicuramente finiranno di firmare l’accordo transitorio perché l’UE non dà loro, e neppure e disposta a ricercare, soluzioni alternative agli EPA. L’UE difende la posizione di Mandelson, secondo cui “non esiste un piano B”: “o gli EPA oppure l’applicazione di sistemi commerciali più sfavorevoli”, dice Ainhoa Marin, professoressa dell’Università Antonio de Nebrija. I paesi che rifiutino di firmare si troveranno di fronte, a partire dal 1 gennaio, a tariffe doganali punitive nel caso vogliano esportare in Europa. Inoltre, secondo Tom Kucharz, di “Ecologisti in Azione”, l’UE ha fatto pressione anche su altri piani: “si è usato il tema del debito estero, mettendo in rilievo che non avranno un seguito i programmi di negoziazione o cancellazione del debito, se non verranno firmati gli accordi e si è anche utilizzato il sostegno ufficiale allo sviluppo, affermando che esso verrà ricevuto solo da coloro che firmeranno, e si è ricattato con l’immigrazione alla stregua di moneta di scambio, dicendo che si chiuderanno ancora di più le frontiere…”
In questo contesto, la cooperazione allo sviluppo, che si suppone debba essere prioritaria negli EPA, è assente nella maggioranza degli accordi, e gli strumenti di cooperazione non sono stati oggetto di trattative e non sono legati agli accordi transitori. Mentre i sei blocchi regionali che negoziano separatamente si trovano minacciati dalla decisione di alcuni dei suoi membri di firmare accordi bilaterali con l’UE, circa 60 paesi continuano a manifestare reticenza a firmare, e alcuni di loro, guidati da Sud Africa, Senegal e Nigeria, esigono trattative per nuovi tipi di accordi.
L’Africa si muove
Circa cento organizzazioni, gruppi e reti della società civile africana e mondiale si sono dati appuntamento a Lisbona dal 7 al 9 dicembre per affermare la propria opposizione alle politiche economiche, commerciali, migratorie e in materia di diritti umani che l’UE attua in relazione all’Africa e per presentare alternative. Tom Kucharz, membro di “Ecologisti in Azione” sostiene che: “ciò che abbiamo definito nel controvertice sono state le alternative alle politiche di libero commercio: politiche in cui esista sovranità alimentare e in cui i paesi decidano le misure economiche che permettano loro di evitare le ingiustizie”. Nel corso di tutto l’anno, decine di manifestazioni si sono susseguite in tutta l’Africa per esigere che i governi non firmino gli EPA e che i governi europei la smettano di imporre politiche economiche distruttive all’Africa”.
Il “pericolo cinese”
La Cina spera che il valore del suo interscambio commerciale con il continente raggiunga i 100.000 milioni di euro nel 2010. Secondo Amélie Canonne, dell’organizzazione AITEC, “l’UE, attraverso gli EPA, cerca di imporsi nel mercato africano anche per fronteggiare la competizione cinese che rappresenta una rilevante minaccia. La Cina propone condizioni più semplici per i paesi africani. In tal modo, riservarsi quote preferenziali di mercato attraverso gli EPA è molto importante per l’Europa”. Secondo la professoressa Ainhoa Marin, “la Cina esercita pressione con la sua rilevante irruzione in alcuni settori africani, soprattutto in quello energetico, e l’UE teme di trovarsi in ritardo; è la ragione per cui la presenza della Cina sta facendo si che l’UE non si limiti a firmare accordi commerciali, ma vada ben oltre. (…) Secondo la Strategia di Lisbona, l’obiettivo dell’UE deve essere quello di rendere i mercati esteri più aperti alla possibilità delle imprese europee di fare affari”.
Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare