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- osservatorio - mondo multipolare - 21-01-08 - n. 211
Le conseguenze dell’entrata della Georgia nella Nato
Anatoly Tsyganok
12/01/2008
La principale questione per l’intera regione caucasica è se il Caucaso Meridionale (Transcaucasia) “lascia” per l'Occidente o resta all'interno della sfera di influenza della Russia. Attualmente, questa questione si riassume nelle conseguenze dell'entrata della Georgia nella Nato. Piuttosto che nel loro impegno nei valori occidentali, l'attrazione verso l’appartenenza alla Nato per il vertice del comando georgiano ha radici in certi loro obblighi verso le forze dell'Occidente che li hanno assistiti nel fare la “rivoluzione delle rose.” Inoltre essi si rendono conto della loro impotenza a risolvere i conflitti della Georgia con l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud. Gli statisti della Georgia pensano anche che, divenendo un membro della ricca e potente famiglia della Nato, sarebbero protetti contro l’“odioso occupante”, la Russia, godendo di importanti vantaggi finanziari per scalzarla.
Al referendum tenutosi il 5 gennaio 2008 la maggior parte degli elettori georgiani ha sostenuto l'appartenenza alla Nato. Mikhail Saakashvili, parlando alla TV georgiana, ha detto: “Ho fatto una promessa alla mia gente che ci saremmo uniti alla Nato. Il processo ora è irreversibile, avendo tutti i membri europei della Nato affermato che la Georgia può divenire membro dell'alleanza”.
La Georgia può unirsi alla Nato prima di aver regolato definitivamente i conflitti di Tbilisi con gli stati non riconosciuti dell'Abkhazia e dell’Ossezia del Sud. Mentre nel lontano febbraio 2007 il Sottosegretario di Stato U.S. Matthew Braiza aveva detto: “Se la Georgia dà garanzie che l'avanzamento delle riforme nel paese ha passato il punto di non-ritorno, dimostrando in modo chiaro e affidabile il suo proposito di sistemare i conflitti territoriali con mezzi pacifici, questo sarebbe un messaggio abbastanza forte da convincere gli stati membri dell’alleanza che merita di essere un membro della Nato.” Braiza sottolineava che “i membri non-Nato non possono porre un veto all'intenzione della Georgia di unirsi all'alleanza.”
Dalla fine del 2007 all'interno della struttura è stato completato il lavoro per l'associazione individuale della Georgia all’Alleanza Nord Atlantica, in linea con il Piano delle Attività per preparare la sua entrata nella Nato. Ciò che può seguire sembra dipendere dall'alleanza stessa. Ma è pur vero che i due “i piccoli ostacoli”-i conflitti congelati della Georgia con l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia- sono ancora là.
In linea con il suo accordo con il Governo U.S. nell'ambito della cooperazione militare, la Georgia ha già aperto il suo spazio aereo e dato il permesso alle forze armate U.S. di usare mezzi di aria, di terra e navali sul suo territorio. La procedura è incredibilmente semplice, essendo l'unico requisito per gli americani quello di avere la patente di guida. L’esercito degli Stati Uniti è abilitato a portare nel paese tutti i materiali e l’attrezzatura necessari senza ottenere licenze, senza dichiarare i carichi e pagare i pedaggi doganali. I loro veicoli non sono tassati per transito, sbarco e parcheggio, e così pure i voli e la navigazione.
Trovare un punto di appoggio nel Caucaso è un compito di portata strategica per gli Stati Uniti, per avere accesso alle porte dell’Asia Centrale, per avere la capacità di controllare i flussi petroliferi, per avere una testa di ponte per un attacco sull'Iran, così come il controllo costante del Mar Nero e la possibilità di liquidare le basi militari russe in Armenia.
Mosca per ora non vede la Nato come un avversario, ma ha ogni ragione di rifiutare di considerare l'alleanza non solo come sua alleata ma anche come un partner (in considerazione della collocazione in Europa del dispiegamento dello scudo anti-missile U.S., del rifiuto di risolvere il problema del CFE, e dei tentativi di restringere l'influenza russa nell'Artico, sul Baltico, sul Mar Nero e nell’Asia Centrale occidentale). Senza trascurare il fatto che, dal punto di vista della sicurezza regionale e globale, la collocazione di basi Nato nel Caucaso Meridionale è carica di conseguenze molto serie. La Georgia attuale è esemplarmente sconnessa. Prova ne sono le elezioni cronicamente illegittime di tre presidenti (causate da colpi di stato o imposte a forza dalla folla), i conflitti territoriali che non può risolvere da sola, la criminalità rampante e la corruzione onnipresente. Inoltre separatisti ceceni armati usano liberamente il territorio georgiano (senza far caso alla concessione o all’assenza di permesso delle autorità georgiane).
È facile indovinare come l'entrata della Georgia nella Nato si rifletterebbe su Azerbaijan, Armenia, Turchia, Iraq, Nagorno Karabakh, Abkhazia ed Ossetia del Sud, così come predire la linea di azione che la Russia potrebbe scegliere.
Se la Nato dovesse violare la propria Carta concedendo alla Georgia l’entrata nell’associazione, la prima risposta della Russia potrebbe, ad ogni apparenza, essere il riconoscimento dell'indipendenza di Abkhazia e Ossetia del Sud e il dispiegamento laggiù delle sue basi militari. La Nato sarebbe quindi costretta ad assumersi urgentemente i problemi della Georgia, interferendo nelle sue dispute con questi stati non riconosciuti mentre è ancora impegnata nelle guerre in Iraq e Afghanistan. Su richiesta di Tbilisi la Nato potrebbe schierare alcune delle proprie forze a protezione delle missioni di contatto Nato e delle proprietà delle società petrolifere, inviando diverse brigate a spiegamento rapido nella Georgia più orientale ed alla sua frontiera con l’Iran.
Unendosi alla Nato e separandosi simultaneamente dalla CSI, la Georgia cambierebbe lo schema delle attività di peacekeeping in Abkhazia, puntando alla rimozione dei peacekeeper russi là dislocati. Tbilisi potrebbe poi contattare l'UE per sollecitare assistenza di polizia per “la protezione del ritorno dei rifugiati alle loro case e un governo provvisorio in Abkhazia basato su Kodore Gorge, così come sul governo di Sanakoev nell’Ossezia del Sud”. Tuttavia, gli abkhazi e gli osseti del sud non sarebbero d'accordo a “riunirsi” nei termini voluti dai georgiani. La Georgia probabilmente cercherebbe di collocare un corpo di polizia a fianco dei peacekeeper in Abkhazia e Ossezia del Sud, con un occhio a costringere i “governi illegittimi” di Bagapsh (Abkhazia) e Kokoity (Ossezia del Sud) a provvedere case per i rifugiati che ritornano. Questa forza di polizia potrebbe essere costituita da unità della Polonia, Lituania, Estonia, Repubblica Ceca e Gran Bretagna, i cui governi hanno detto di essere potenzialmente già pronti a parteciparvi. L'ingresso di queste forze può essere organizzato attraverso le basi Nato in Polonia, Romania e Bulgaria, così come per mare, dal porto rumeno di Costanza, da terra dalla Turchia, o usando i corridoi aerei Nato nel Caucaso. In una prospettiva di breve termine la Georgia otterrebbe un impulso allo sviluppo economico, ma in quella di lungo termine perderebbe la sua identità nazionale e, forse, la sua indipendenza.
L’Azerbaijan non seguirebbe immediatamente i passi georgiani. L'élite azera post-sovietica è orientata verso la Turchia e gli Stati Uniti ma allo stesso tempo Baku ha un “punto dolente”nelle sue relazioni con Teheran: il problema del Sud Azerbaijan (iraniano). Non è negli interessi dell’Azerbaijan litigare in questo momento con l'Iran, ma tuttavia, in una prospettiva di lungo termine, Baku potrebbe cercare di rimuovere l'ultimo “cordone” sulla via dell’unificazione dei “due stati in uno e in una sola nazione”, tentando simultaneamente di risolvere il problema del Nagorno Karabakh.
L’Azerbaijan potrebbe cercare di costringere Armenia e Nagorno Karabkah a soddisfare le richieste del gruppo OSCE di Minsk nella forma di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU (sostenuta dalla Nato). Mentre l'Armenia, potrebbe dare al suo sistema contraereo lo status di vigilanza avanzata, optando per una versione di cooperazione militare anti-Nato che comprende la Russia e forse l'Iran. Comunque, se la Nato turco-azera-georgiana riuscisse finalmente a troncare i legami dell'Armenia con la Russia, l'Azerbaijian potrebbe seguire i passi della Georgia, esigendo eventualmente un ritiro delle basi militari, insistendo sulla questione del Nagorno Karabakh, unendosi alla Nato o permettendo alla Turchia di espandere il suo territorio a spese di una parte dell'Armenia. L'indipendenza armena potrebbe essere messa seriamente in pericolo.
Mentre la Turchia, è attualmente consapevole del rafforzamento dell'autonomia curda. Nel caso in cui gli Stati Uniti decidano di ricorrere alla forza in Iran, e del conseguente inevitabile rafforzamento dei curdi, i contrasti tra Ankara e Washington verranno sicuramente ad acutizzarsi.
Allo stesso tempo le prospettive dell'entrata della Georgia nella Nato permetterebbero alla Turchia di attraversare l’impenetrabile frontiera georgiano-azera, dal momento che le basi Nato in Georgia impiegherebbero per lo più truppe turche (inoltre l’espansione demografica turco-azera sembra essere in crescita). L’Iran dovrebbe rafforzare le proprie frontiere con Azerbaijan e Turchia, accelerando probabilmente la sua entrata nell'Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SOC), ed assicurandosi l’appoggio di Cina e Russia per affermare un concreto avanzamento della sua frontiera marittima nel nord del Mar Caspio, per bloccare la marina militare azera. L’Iran probabilmente darebbe assistenza materiale ed umanitaria all’Armenia, per esempio spalleggiando la sua lotta contro i “separatisti dell’Azerbaijan Meridionale.” L’Ossezia del Sud e l’Abkhazia ancora una volta chiederebbero alla Russia di riconoscere la loro indipendenza, dando ai loro eserciti lo status di vigilanza avanzata. Simultaneamente potrebbe anche seguire un riflusso della popolazione nel nord dell’Ossezia. In una tale situazione, il Nagorno Karabakh si metterebbe contro la Russia, le Nazioni Unite e l'UE, cominciando a preparare una guerra di guerriglia.
Qualsiasi forma prendano gli sviluppi, la Georgia sta diventando una nuova fonte di minacce per la Russia, per cui non è più tempo per Mosca di procrastinare la scelta della sua linea di azione. Per quanto siano state poco chiare nel periodo post-sovietico le politiche perseguite da Mosca nel Caucaso, ora sarebbe perlomeno ingenuo credere che, in seguito alla collocazione in Georgia di basi Nato, la Russia “vada via” dall’Abkhazia e dall’Ossezia del Sud, “sacrificando” l'Armenia e abbandonando ogni possibilità di influenzare la situazione nel Medio Oriente e nell’Asia occidentale, permettendo così a basi militari straniere di avvicinarsi sempre più alle sue frontiere.
Allo stesso tempo la Russia deve fare una valutazione ponderata delle proprie risorse e potenzialità a proposito degli stati non riconosciuti. Il riconoscimento internazionale di Abkhazia o Ossetia del Sud non dovrebbe diventare una mossa esclusivamente russa (e nemmeno russo-bielorussa), altrimenti la minaccia di “balcanizzazione” della stessa Federazione Russa potrebbe diventare un’eventualità. La Russia ha bisogno di alleati nell'ONU, per rappresentare gli stati minacciati dai piani di rimappatura dell’Europa, nell'Organizzazione della Conferenza Islamica, CSI, SCO ed ODCB, per risolvere i problemi del cambio di configurazione dello spazio post-sovietico. Per ottenere ciò, sono necessari argomenti chiari per spiegare il perché di tutto questo braccio di ferro sul “non riconoscimento.”
La Georgia per 16 anni ha rifiutato di fare emendamenti alla sua Costituzione per rendere possibile la soluzione del problema di garantire l'autonomia a gruppi nazionali di minoranza. Ed il suo rifiuto ad adempiere alle raccomandazioni del Consiglio di Sicurezza ONU e OSCE riguardo alla firma dell'accordo sul “Non-uso della forza” in Ossezia del Sud ed Abkhazia, è una prova del fallimento del tentativo iniziale di trovare una soluzione pacifica della questione degli stati auto-proclamati.
Entrambi i comandi, georgiano e azero, rifiutano nettamente di parlare di federazione. In questa situazione Mosca non può mancare di pensare che la sicurezza regionale dell’intero Caucaso sia in pericolo; quindi la Russia dovrà riconsiderare la sua posizione sul problema degli stati non riconosciuti. Invece di aspettare un “precedente nel Kosovo”, Mosca dovrà definire chiaramente la propria posizione sul problema dei conflitti congelati nella CSI e creare un suo proprio precedente. Il progetto sulla semplificazione dell'adozione nella Federazione Russa delle autonomie dell’ex URSS basata sulla “volontà dei popoli di vivere in queste autonomie,” rinviato dalla Duma dello Stato della R.F., potrebbe essere usato nel caso di Ossezia del Sud ed Abkhazia.
Perché il Kosovo non può essere riconosciuto? Per la semplice ragione che nel Kosovo la gestione dello stato è sostituita dal un sistema di clan-e-mafia, mentre Nagorno Karabakh, Abkhazia ed Ossezia del Sud sono veri stati, nel pieno senso della parola. È precisamente questo che rende impossibile la loro“reintegrazione” nelle loro precedenti “cittadinanze”in un modo pacifico. Tutti questi stati non riconosciuti hanno tenuto svariati cicli elettorali che hanno dato loro dei nuovi leader. Sia in Georgia, dove i presidenti stanno rimpiazzandosi l'un l'altro in un turbinio di colpi di stato o “nell'arena del circo elettorale”, sia in Azerbaijan, dove un padre nomina suo figlio successore, non avviene niente del genere.
Mosca dovrà rispondere a due domande: 1) Può la Russia aiutare a fare del Caucaso una regione più stabile? 2) La Georgia e l’Azerbaijan potrebbero controllare “i territori non riconosciuti” con altri mezzi invece delle truppe Nato, con l’inevitabile deportazione forzata e pulizia etnica? A parte la retorica circa “l’estesa autonomia”, che cosa altro possono dare ora la Georgia e l’Azerbaijan alle loro precedenti regioni autonome che sono divenute stati de facto? “Il Ritorno”di nuove formazioni di stati CSI dentro i confini delle ex repubbliche Sovietiche dovrebbe essere riconosciuto impossibile se seguito da un conflitto militare, deportazione di popolazione o pulizia etnica.
Con un occhio a prevenire la destabilizzazione della situazione del Caucaso, la Russia sarebbe costretta a rafforzare drammaticamente il suo contingente militare in Armenia, soprattutto le sue forze aeree e contraeree. Precisamente allo stesso modo la Russia sarebbe costretta a riconoscere l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud e, pur senza l’inclusione di questi stati nella Federazione Russa, a collocarvi numerose divisioni delle Forze del Ministero dell’Interno R.F. con l’obiettivo della “protezione dei cittadini russi che risiedono in Abkhazia e Ossetia del Sud.” Poi, secondo un accordo con il governo dell'Abkhazia, Mosca dovrebbe risolvere la questione delle sue basi militari. Presumibilmente, dichiarando l'esistenza di una minaccia militare alle sue frontiere, la Russia potrebbe appellarsi all'ODCB e al SCO, cercando il loro appoggio diplomatico, politico, economico e militare, e chiudere il suo spazio aereo per i velivoli della Nato attestati per l'Afghanistan.
Se il tentativo della Nato di trovare un punto d’appoggio in Georgia diventa più importante della sicurezza del Caucaso, la Russia e l’Alleanza Nord Atlantica dovranno andare ciascuno per la propria strada.
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare